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I numeri dell’università

domenica, dicembre 19th, 2010


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Una piccola proposta. Aspettando che “il Trota” entri nel CdA dell’università. di Manlio Fadda

domenica, dicembre 5th, 2010


Aspettando che “il Trota” entri nel CdA …

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Lettera a La Stampa

giovedì, dicembre 2nd, 2010


Gentile Irene Tinagli,

ho letto con grande disappunto il suo editoriale sul DDL Gelmini.

E' davvero triste che dopo settimane di dibattito, in cui le ragioni
della protesta sono state piu' volte chiaramente enunciate, si leggano
ancora delle affermazioni fuorvianti e incomplete come quelle che
compaiono nel suo editoriale. Provo a fare qualche esempio.

1) Lei afferma ``Non distruggerà l’Università il fatto di aver reso
a tempo determinato i contratti per ricercatori, così come avviene
in tutti gli altri Paesi''.

Purtroppo, di contratti a tempo determinato nella nostra Universita'
ce ne sono gia' una grande varieta', e fanno si'  che in nessun paese
il periodo di precariato precedente l'assunzione in ruolo sia lungo
come in Italia.

Il periodo di precariato previsto dal DDL Gelmini non sotituisce queste
forme preesistenti, ma si sovrappone ad esse!

Per di piu', in `tutti gli altri paesi' quando si bandisce una posizione
denominata `tenure track' c'e' la certezza che i fondi per renderla
eventualmente permanente esistano.  Questo non e' previsto nel DDL Gelmini,
per cui il `tenure track' acclamato dai  sostenitori della `riforma' e'
solo una beffa, aggravata dalla cronica mancanza di fondi.

I giovani migliori, di fronte alla prospettiva di restare precari senza
garanzie fino ad oltre quarant'anni, con magri stipendi  e risorse nulle
per fare ricerca, voteranno  con le loro gambe e continueranno a
rivolgersi altrove.

Questo si', contribuira' a distruggere l'Universita'.

2) Lei afferma: ``Non distruggerà l’Università aver inserito degli scatti
salariali legati alla performance o aver aumentato l’assegnazione dei
fondi alle università sulla base di valutazione''.

Purtroppo, non si tratta di aumenti dei futuri stipendi per i meritevoli,
ma di riduzione dei futuri stipendi per tutti, salvo la possibilita'
che per alcuni lo stipendio resti lo stesso per particolari `meriti'.
Questo e' il significato del passaggio dagli scatti biennali a quelli
triennali.

Le faccio anche notare che non esistono fondi di nessun tipo
allocati dal DDL per finanziare `il merito' (la legge infatti e'
rigorosamente `a costo zero' per le finanze dello stato).

Questo quindi e' quello che accadra': a moltissimi `meritevoli' lo
stipendio, gia' di molto inferiore alle medie europee, sara' tagliato
in termini reali.

Questo si', contribuira' a distruggere l'Universita'.

3) Ci sono poi gli aspetti che lei trascura o sottovaluta, sebbene siano
al centro delle ragioni della protesta.

a) La governance dell'Universita'. Finora organismi almeno parzialmente
democratici e autonomi, governati da un Senato Accademico e da un Rettore
eletti da tutti, le Universita' diventano organismi verticisti ed
eterodiretti, nelle mani di un Consiglio di Amministrazione i cui membri
sono in larga misura esterni, e per di piu' nominati con criteri del tutto
arbitrari. Ma lei crede veramente che in questi Consigli siederanno
illuminati rappresentanti dell'imprenditoria italiana, dei Bill Gates o
dei Larry Page? Quello che accadra' sara' che i Consigli saranno popolati
di sottoprodotti della nostra devastante classe politica, come e' accaduto
all ASL, ai teatri e a innumerevoli altre istituzioni italiane.

E se anche le Universita' fossero davvero governate da legittimi
imprenditori, pensa davvero che questo migliorerebbe la situazione?
Chi sosterra', nel nostro disgraziato paese, la ricerca fondamentale
in cui eccelliamo, lo studio dei beni culturali che sono la nostra vera
ricchezza, la storia, la letteratura, le scienze sociali?

Gli imprenditori farebbero il loro mestiere, che e' quello di produrre
profitti. Chi garantira' l'imparzialita' (se non la creativita') della
ricerca scientifica, per esempio sui farmaci, o sulle energie alternative,
se tra chi decide di assunzioni e finanziamenti ci sono rappresentanti
di case farmaceutiche e aziende petrolifere?

Questa è una forma di aziendalismo che finirà per danneggiare gravemente
la libertà di ricerca, ma soprattutto non è in grado di governare bene una
Università, che non è un agente per la produzione di beni, ma un'agenzia
educativa, uno spazio di creatività, un laboratorio di cultura.

L'aziendalismo, questo si', contribuira' a distruggere l'Universita'.

b) I `baroni'. Il DDL Gelmini non riduce il potere dei `baroni'. In realtà
rende a loro egemonia ancora più assoluta. Solo i professori ordinari
infatti faranno parte delle commissioni di concorso (un'anomalia
particolarmente grave nel sistema italiano, dove l'età media molto elevata
degli ordinari fa si'  che inevitabilmente molti di loro siano lontani
dalle tematiche di ricerca più attuali). La creazione di idoneità nazionali
a `numero aperto', accoppiata alla selezione effettiva per mezzo di
concorsi locali non monitorabili attribuisce proprio ai `baroni' il
potere assoluto di selezione del personale.

Lo strapotere dei baroni, questo si', contribuira' a distruggere
l'Universita'.

c) I fondi. Il DDL Gelmini cristallizza i più drastici tagli di bilancio
della storia dell'Università italiana. Gli stanziamenti promessi (ma non
ancora effettivi) nella Legge di Stabilità non compensano questi tagli,
e sono previsti nella misura attuale solo per il 2011. Invece, l'Università
italiana è documentabilmente sottofinanziata rispetto a tutti i nostri
competitori europei e rispetto alla media OCSE. Nessun serio progetto
di riforma puo' prescindere dalla necessità di rifinanziare il sistema.
Le faccio anche notare che `gli altri paesi', come la Francia, la Germania
e gli Stati Uniti, che gia' finanziavano Universita' e ricerca in misura
molto maggiore dell'Italia, anche nel bel mezzo della crisi hanno trovato
il buon senso e le risorse per aumentare ulteriormente il loro impegno,
consapevoli che il futuro di un paese si gioca soprattutto in questo
settore.

La mancanza di fondi, questa si', distruggera' l'Universita'.

Ci scusi quindi se come docenti e ricercatori ``strumentalizziamo'' o
``radicalizziamo''. In realta' riteniamo che davvero questa legge sia
inemendabile, e vada riscritta. E non sarebbe stato cosi' se qualcuno
al Ministero si fosse peritato di consultare la comunita' accademica,
che e' in gran parte non solo sana, ma di eccellenza, invece di
spendere anni in un vergognosa campagna di denigrazione costellata di
falsita', e spesso sostenuta anche da media che aspirano ad essere
considerati neutrali, come il suo giornale.

Nessuno che abbia a cuore la sorte dell'Università vuole lo status quo,
c'è davvero bisogno di una riforma di ampio respiro, accompagnata da
finanziamenti adeguati. Il DDL Gelmini, semplicemente, non e' questa
riforma.

Cordiali saluti,

Lorenzo Magnea
Professore Associato

Dipartimento di Fisica Teorica
Universita' di Torino


 

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Lettera aperta al Presidente Fini

domenica, novembre 28th, 2010


Gentile onorevole Fini,
ho sentito la sua dichiarazione che questa riforma è una delle migliori cose che questo governo ha prodotto. Sarà, ma l’ha prodotta senza coinvolgere e sentire le critiche del mondo universitario che ogni giorno vive in questo sistema. Mi creda, vogliamo la riforma da anni, e nessuno, di destra e di sinistra, è riuscito finora a mettere insieme qualcosa di concreto e organico. Questa riforma Gelmini ha nel suo impianto qualcosa da prendere, ma ha troppe incoerenze, nella situazione della governance, del precariato, nei ruoli delle fasce che rimarranno (bell’emendamento quello di Granata sul ruolo unico, migliore di quello di Tocci). Ma so che lei già conosce le modifiche che da tempo chiediamo.
Voglio invece soffermarmi su un altro aspetto, da molti sottovalutato (pare dall’ultima riunione CRUI che i Rettori si siano svegliati ed abbiano adesso paura proprio del’effetto post-approvazione). Immaginiamo lo scenario del prossimo futuro, con il DDL che viene approvato così com’è: la parziale, anzi insufficiente, copertura (prevista nella legge di stabilità), ancora deve passare dal Senato. Dopo, avremo la sfiducia (mi auguro) del governo Berlusconi. I decreti delegati da chi verranno fatti? Dal futuro governo post elezioni, dal governo tecnico che verrà? Nel frattempo, l’Università italiana, già sofferente, rischia un fermo di almeno tre anni (nella migliore delle ipotesi). Allora, non è concepibile che la riforma di una istituzione così importante nel Paese sia lo zimbello dei politici, sia usata per giochi di potere, sia velocemente licenziata per portare a casa un trofeo prima di cadere. Scherziamo, stiamo parlando dell’Università italiana pubblica statale, che forma gli uomini e le donne del futuro, dalla quale sono usciti personaggi che hanno riempito il mondo di cultura, arte, politica, storia e scienza.
Mi rifiuto di pensare che possa, in pochi giorni, essere messa al palo.
Cordialmente

Valeria Militello
Prof. Associato di Fisica Applicata
Università di Palermo

conpass

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