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Mary Star e i doni della morte. Parte I

venerdì, dicembre 17th, 2010


Mary Star e i doni della morte. Parte I

A proposito dell’articolo di Filippo Passantino (A Sud Europa 6.12.2010, p.17).

Mentre il prezzolato di turno presidia la valvola dell’ossigeno allo sgoverno Berlusconi, l’utile idiota e benpensante si affretta a rendere certo il disastro schivando abilmente ogni possibilità di de-peggioramento del ddl, visto che parlare di miglioramento sarebbe fantastico.

Non v’ha dubbio poi, oramai ne sono certo, sconsolatamente certo, che ognuno che apra bocca o verghi frase sul ddl Gelmini, dica o scriva quello che a ministra dice di aver fatto (e su che tutti vorrebbero, per altro), ma non, proprio no, su quel che dice e non dice il ddl.

Ognuno. Si si. Ognuno proprio … non l’ha letto. Primo non lettore l’avvocata Gelmini. Diversamente non potrebbe dire tutte le cose che dice; a ruota i parlamentari in progress di FLI capitanati dal Legionario Valditara con la seguito i chierichetti dell’UDC. (Le università private ringraziano.)

Mi stupisce però Passantino da queste colonne; mi persuado perciò che amche lui il ddl non lo abbia letto.

A chi volesse approfondire suggerisco di leggere, oltre il testo del ddl ovviamente, i documenti pubblicati sui siti www.conpass.it , www.rete29aprile.it, www.ilfattoquotidiano.it (molti articoli Sylos Labini, e un ultimo di Furio Colombo), l’appello di Libertà e Giustizia, quello di cimettolafirma.org e molti altri; google aiuta.

Visto che il contenuto del ddl sembra consolidato ecco le principali fregature.

Sul codice etico – Il codice etico non c’entra niente con le incompatibilità che attengono allo status e che possono essere regolate solo con legge. Molti atenei, come altre pubbliche amministrazioni, hanno già un codice etico. Non è certo epocale. Non è certo saliente, da metterlo in limine come un tutti i comunicati. Ma si sa in politica a solo pronunciarla la parola etica lava le coscienze, tanto più quanto più sono sporche. Sparisce però il codice deontologico, cioè diritti e doveri di una professione.

Sul limite massimo al mandato dei Rettori – Giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna, la norma è in contrasto con l’autonomia degli Atenei; cioè con una norma di rango costituzionale. C’è poco poi da cantare vittoria, anche per chi come me ritiene auspicabile un limite massimo, ma non di sei anni che sono troppi, perché la norma è un bluf. L’art. 2 dispone infatti che il rettore possa essere eletto tra i professori ordinari in servizio presso qualunque università italiana, portando a spasso la copertura finanziaria per lo stipendio. Il che significa che il limite di sei anni si applica su ogni singolo ateneo e non al rettore. A nulla dire che per il rettore estraneo l’elezione «si configura anche come chiamata e concomitante trasferimento nell’organico dei professori della nuova sede, comportando altresì lo spostamento della quota di finanziamento ordinario relativo alla somma degli oneri stipendiali in godimento presso la sede di provenienza del professore stesso». (Ma così non accade per tutti gli altri professori.) Quindi un ateneo potrà pagare per il rettore di un altro. Seguita la norma che il «posto che si rende in tal modo vacante può essere coperto solo in attuazione delle disposizioni vigenti in materia di assunzioni». Cioè non può essere coperto, poiché il ddl Gelmini introduce proporzioni rigide tra fasce dii docenti, considera quella degli ordinari sovraffollata, e non detta disposizioni transitorie.

Sulla distinzione netta di funzioni tra Senato e CDA – La distinzione netta è quella attuale, in cui il Senato (pur se non effettivamente abbastanza rappresentativo ) è l’organo di governo scientifico e didattico della facoltà, mentre il CDA è l’organo gestionale. La controriforma prevede l’esatto contrario, nel senso che tutte le funzioni vengono attribuite al CDA, il quale, come se l’università producesse saponette, deciderà su tutto: linee di ricerca e offerta didattica, conseguentemente reclutamento e gestione del rapporto dei docenti. Il CDA deciderà su queste cose, ma non sarà elettivo. Il CDA sarà integrato da persone esterne senza che ne siano stati precisate le condizioni e circostanziati i poteri; mentre il Senato viene declassato a mero suggeritore, privo di poteri. L’ingresso dei privati. Viva! I salvatori della nazione. Viva! Abbiamo una lunga esperienza, in Italia, di mecenatismo dei nostri privati: Alfa Romeo, viva! Autostrade, viva! Telecom, viva! Alitalia viva! E altre nefandezze varie, sempre viva!. Volete privatizzare pure la cultura? Viva! Qual sarà il prossimo passo? Il Minculpop. Probabilmente. Viva!

Si dirà: 3 membri su 1, sono pochi. L’argomento è suggestivo. Ma ragioniamo: innanzitutto chi possono essere quei 3 membri? Anche analfabeti, evasori, mafiosi, politicanti o loro ruffiani. Ancora questo è niente. Si è niente, rispetto al peggio. Dov’è il trucco? Ancora una volta nei denari. Che siano uno nessuno o centomila i privati in CDA, quello che conta è il loro potere reale; e quello si misura dalla capacità di un Ateneo di fare a meno dei denari del finanziamento privato per funzionare in modo pieno.

In altri termini non si tratta solo di porre limiti alla misura del finanziamento dei privati o in assenza della loro ingiustificata presenza nei CDA, ma si tratta di mantenere una specifica proporzione nei finanziamenti tra l’apporto privato e quello pubblico, tale che quello privato non sia condizionante del regolare funzionamento dell’università, della libertà di ricerca, di didattica e del pluralismo della classe docente. In una istituzione di istruzione pubblica i soldi del privato possono servire solo per il di più, mai per l’ordinario. Se i privati mettono quel di più allora – a diverse e rigorose condizioni – potrebbero entrare nel CDA, senza danni gravissimi. Ma adesso ci entrano perfino senza mettere un soldo.

I principi costituzionali di libertà di ricerca e di insegnamento e di pluralismo democratico nelle istituzioni di istruzione si rispettano con meccanismi chiari che consentano di dare il canonico calcio nel sedere al privato che si spinge oltre suoi limiti, quando pretende di condizionare un ateneo sotto il ricatto della revoca dei finanziamenti; revoca che porterebbe al collasso. Una dipendenza malefica che soffoca sul nascere al tanto sbandierata concorrenzialità tra atenei virtuosi. Perché se io non posso fare a meno della sovvenzione provata con cavolo che lo sbatto fuori e ne cerco in altro. All’opposto se il finanziamento privato è non essenziale alla funzionamento ordinario è il privato a dovere tenere stratta la partnership.

Né questa né altre garanzie vi sono del ddl. Consegue che poiché il sistema finanziario degli atenei è già sotto la tenda ad ossigeno – e così vi è stato ridotto da Tremonti (l’eminenza grigia della riforma), ad oggi mancano oltre 1,25 miliardi di euro oltre la restituzione parziale – ogni ateneo che non vorrà chiudere dovrà donarsi a qualche padroncino finanziatore che vuole giocare a far l’americano.

Una vera conquista strategica per il futuro della Nazione.

Sul direttore generale – Che il cambiamento del nome al direttore dell’ateneo implichi l’assunzione di maggiori responsabilità è affermazione improvvida, posto che ai sensi dell’art. 21 del T.U. n. 165 del 2001 (massimamente dopo la legge Brunetta) tutti i dirigenti apicali hanno quelle responsabilità. La norma servirà solo a determinare maggiori retribuzioni e ad avere mani più libere nel nominare direttori più esecutori del CDA e meno garanti della legittimità degli atti. Ma la cosa scandalosa è che un manager diventi un organo dell’università; peggio che una una s.p.a. Una vera conquista di civiltà!

Sulla valutazione degli studenti sui professori – La valutazione della didattica del docente da parte degli studenti è un’attività praticata da almeno un decennio; ed è cosa buona e giusta che anzi andrebbe finanziata. Ma altra cosa è fare discendere dalla valutazione, con la media di Trilussa, il finanziamento dell’intero ateneo. Codesti soloni della valutazione come credono di arginare il fenomeno della valutazione mirata? Dagli addosso al Caino, e vai con il padre di famiglia. Non occorre che si spieghi la metafora. L’idea è balzana perché considera l’istruzione una merce e gli studenti dei clienti, contraddice poi l’idea stessa di merito e di ruoli. Quale sarà il prossimo passo: l’auto-esame di profitto? Probabilmente.

Sulla riduzione dei settori Qui occorre che la maggioranza si metta d’accordo con sé stessa. L’on. A. Martino – quello stesso che ha dato dell’analfabeta a tutti i suoi ex colleghi professori – tuonava contro i SSD (settori scientifico disciplinari) perché troppo ampi; che significa che sono troppo pochi, sono 370). E auspicava il ritorno alla materia: come dire da 370 titolazioni concorsuali a 37.000, almeno. Sostiene Martino che con settori culturali ampi non si può fare comparazione seria. Altro che riduzione. Chi scrive di università dovrebbe aver presente che quello è il luogo in cui si fa scienza e che non può essere una ministra incompetente (letterale) a stabilire quale scienza è uguale a un altra. Sempre che non si tratti di saponette e noi non ce ne siamo accorti.

Sulla riorganizzazione interna degli atenei – Anche questa è materia statutaria; la legge impinge dove non può. Non più di 12 facoltà, ma lo stesso ddl abolisce le facoltà, come le conosciamo ora. Nulla di epocale, anche perché non servirà allo scopo dichiarato di eliminare quelle con titolazione esotiche. Dodici è un numero non un elenco. Si basa poi sulla sciocca considerazione che la moltiplicazione dei corsi, della facoltà delle sedi decentrate, abbia favorito i docenti, moltiplicato le cattedre (non esistono più tra trent’anni). Stupida malignità. Questa improvvida proliferazione ha solo comportato la moltiplicazione – gratis sia chiaro – delle ore di insegnamento di ogni docente e ricercatore (che lezioni non ne dovrebbe proprio fare).

Sul reclutamento di giovani studiosi – E’ difficile, pure sforzandosi, dire cose più imprecise se non inesatte e pure poi travisarne il significato. L’abilitazione scientifica nazionale riguarda tanto quella ad associato quanto quella ad ordinario, che vengono mantenute distinte. Ma la commissione è in entrambi i casi composta da soli ordinari. Tutto si può dire della commissione meno che essa sia prevista essere composta sulla base di specifici parametri di qualità. Cinque componenti per diversissime e spesso iperspecialistiche ricerche. Anti baroni? Tutto nelle mani di cinque non specialisti della disciplina in cui abilitare: se questa non è oligarchia! Ma l’abilitazione non vale un fico secco. Poi l’assunzione avverrà con chiamata del singolo Ateneo. E c’era bisogno di tutto questo bailamme per lasciare le cose come stanno. Perché ora accade proprio così.

Ma la cosa stupefacente è leggere qua e là che in tema di reclutamento si distingua tra reclutamento e progressione di carriera. Perfino il dubbio mi è venuto: che il ministro, magari dopo un incubo notturno in cui sognava i suoi meno noti trascorsi universitari (http://www.facebook.com/home.php?sk=group_109644915770912&id=109987055736698 ) e più noti post universitari e calabresi, sia rinsavito e abbia accolto le indicazioni di tutte (tranne una forse) organizzazioni di professori e ricercatori. Che abbia accolto insomma il Manifesto del Conpass e io stia qui a protestare come il giapponese nella giungla? Perché questa della distinzione netta tra reclutamento e carriera è proprio una delle richieste centrali dei professori e dei ricercatori. Di quei ricercatori e di quei professori che stanno nelle piazze e sui tetti e in rete a protestare, vox clamantis in deserto. Di quei stessi ricercatori e di quegli stessi professori che hanno hanno raccolto petizioni con 3000 firme l’una e vere. Non di quelli che ne con 400 firme e taroccate (http://www.professoriassociati.it/?p=387) come quelle di Magna Charta, hanno dato accusato gli altri di demagogia.

Ma purtroppo non è così. Il ddl prevede l’esatto contrario, rimarca e accentua la distinzione tra reclutamento e progressione. Infatti moltiplica i ruoli (oltre gli attuali anche il ricercatore a termine) e li separa nettamente tra loro (fasce chiuse con proporzioni prestabilite). Ogni volta, insomma che si vuol fare carriera si viene assunti di nuovo. Come accade ora. Si viene assunti di nuovo … se. Molti se. Nessuno dei quali attinente alla qualità del singolo aspirante. Cioè il meccanismo che viene additato essere baronale, perché condiziona la vita accademica dello studioso, dalla laurea all’ordinariato. Il ddl Gelmini non modifica questo meccanismo, anzi lo accentua. Da un lato attribuisce a cinque soggetti il potere abilitativo, da un altro lascia a ristrette oligarchie locali la decisione effettiva e l’unica effettiva. E la situazione è ancora più grave per i giovani.

Sull’accesso di giovani studiosi – Che il ddl introduca interventi volti a favorire la formazione e l’accesso dei giovani studiosi, invece di stroncarli sul nascere, è cosa che mi piacerebbe leggere nel ddl o dove coloro che lo dicono abbiano potuto leggerli. Nulla posso obiettare ora, perché nulla c’è nel ddl. Non c’è nessuna tutela del precariato. Non vedo come possa dirsi incentivo l’abolizione del post-doc, ma mi piacerebbe saperlo. Togliere senza altro mettere non mi pare agevolazione. E poi ancora dice che riforma il reclutamento. Questa si che c’è come modifica, però è iper precarizzante. Infatti, introduce la figura del ricercatore a tempo determinato. Che non sostituisce i precedenti rapporti precari. Ma si somma ad essi. Altri sei anni. Così tra dottorato, assegno e tempo determinato si arriva tranquillamente a una dozzina d’anni, cioè quando giovani ricercatori non si è più; perché si è arrivati a 40 anni. A quel punto che succede? Dico se il ricercatore a tempo determinato, quello bravo e così accertato con gli infallibili criteri della ministra, arriva a 40 anni? Diventa professore, penserete voi. Così mente la ministra. E invece no. Non ci diventa.

Se ci saranno i soldi, se ci saranno i pensionamenti, se ci saranno le proporzioni, se … il 40enne abilitato potrà fare la domanda per la chiamata locale. E se non sarà chiamato? Niente. A spasso. O all’estero, dove nessuno rifiuta un cadeau di 900 mila euro. A prezzo di costo dico, perché a valore siamo sui 140 milioni di euro. Ma come mai un’università sì profondamente malata e marcia produce ricercatori così bravi che all’estero se li prendono? Ma? Chissà che qualcuno non provi a darmi una risposta. Beh, ci si pensi, questa storia della c.d. “fuga del cervelli” va avanti da un pezzo. Se i migliori se ne sono andati qui devono essere rimasti i peggiori. E allora come diamine hanno fatto, codesti peggiori, a produrre ancora un’altra generazione di cervelli fuggitivi e poi ancora un’altra e un’altra ancora. Lo si spieghi.

Sulla gestione finanziaria – Cambia sistema. È vero. La contabilità pubblica è uniforme, ma non lo è quella privata; per lo meno come quella pubblica. Dov’è l’anarchia attuale e l’uniformità di quella futura?

Sulla valutazione degli atenei – il tormentone: fine dei fondi a pioggia. Quali fondi? In Italia si investe in Ricerca poco più della metà degli altri paesi europei. I fondi a pioggia come li chiama la propaganda di regime (FFO, cioè Fondo di Finanziamento Ordinario) serve a mala pena a pagare gli stipendi dei più sottopagati d’Europa, con un rapporto docenti/studenti tra i più bassi, sempre d’europa. Rapporto che fa sprofondare il ranking delle nsotre università. La valutazione? Che ben venga. Perché mai la campionessa del merito Mary Star non ha dato attuazione all’ANVUR? Non la ha istituita lei ma Mussi. Perché mai un dipartimento X dell’ateneo Y che produce ricerca eccellente deve essere penalizzato se il dipartimento Z del medesimo ateneo non produce un bel niente? Sarebbe questa la meritocrazia?

Sull’obbligo di presenza docenti a lezione – Che bufala! I docenti hanno già l’obbligo di tenere un registro che sia cartaceo o elettronico non cambia nulla. E nulla cambierà se indebite “stabili sostituzioni” vengono ignorate. Quanto alla determinazione delle ore di servizio non viene stabilito niente di nuovo. 350 ore erano prima 350 ore sono ora. Anzi per i docenti a tempo definito si passa da 250 a 200. 1500 ore sono solo un parametro per la rendicontazione dei progetti di ricerca, non i numero delle ore di servizio. Un professore universitario è pagato per pensare, non per insegnare. Non si scandalizzi il lettore; non è un privilegio. È una necessità. Si insegna, all’università, almeno in parte, l’oggetto della ricerca. E la ricerca la si fa senza orario.

Sugli scatti stipendiali solo ai professori migliori – È così. No. Non v’ha dubbio. Ma quali scatti? Non posso spiegare la struttura retributiva che ci vorrebbe una pagina, ma posso dire che non si tratta della progressione di carriera. (Chè quella si fa passando da una fascia a un’altra se c’è il posto, mica come i magistrati, a ruolo aperto, con intero trascinamento e rivalutazione dell’anzianità.) Essa riguarda il completamento della normale retribuzione che parte ridotta all’assunzione e arriva completa a fine carriera. È un bel dire che questa mistificazione introduce il merito: prima ti tolgo il tuo e poi se te lo ridò a certe condizioni. Dalle mie parti si chiama in un altro e poco edificante modo questo agire, altro che merito. Ma quasi dimenticavo. Questa norma non si applica ai baroni, perché loro hanno già ultimato gli scatti. Vale solo per gli altri: i non baroni, quelli che protestano e la Gelmini non capisce perchè. E già. Una norma antibaroni!

Sul diritto al studio e sull’aiuto agli studenti meritevoli – Nel ddl Gelmini il finanziamento del diritto allo studio passa da 190 a 40 milioni di euro. Questo è certo. IL resto riforma non ha copertura finanziaria e poi si vedrà. Da subito, però scompare del tutto il diritto allo studio e compare quello per il merito. Di chi? Di chiunque, bisognoso o no. Che significa? È presto detto. Due studenti concorrono al medesimo unico finanziamento, uno sprovvisto di mezzi e uno no. Per la Gelmini hanno lo stesso diritto. Per la Costituzione no. Così se il finanziamento va a chi avrebbe comunque studiato l’altro non studierà, perché non potrà. Che dire, un ragionamento di ampio respiro di fine strategia per il paese. Un’altra manovra alla Dooh Nibor (rovescio di Robin Hood), la vera anima di questo governo, il cui scopo piduista è quello di smantellare lo stato sociale, di cui scuola (già fatto),, sindacato (battute finali) e università (in progress) sono strutture portanti.

È tempo di smetterla di cincischiare sule quel che c’è di buono e di cattivo: la questione è grave; un altro pilastro dello stato sociale è sotto attacco. La parte II arriverà con i decreti attuativi.

Aiuto!

di Calogero Massimo Cammalleri – Conpass – www.conpass.it

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Marcia funebre a tempo di valchiria

venerdì, dicembre 17th, 2010


Mentre per le strade e le piazze di Roma offrono uno spettacolo preoccupante, dentro il palazzo si continua a fomentare la rivolta passando dalla colpevole incapacità di ascolto all’irridente beffa.

L’ipocrisia del politicante, massime di quello culturalmente grezzo e politicamente prono (le categorie epidemio­logicamente diffuse tra coloro che hanno l’improntitudine di autodefinirsi politici sol perché siedono un scranno del parlamento) non si concede tregua. È votata alla palingenesi e per tale arriva ad afferma­re che per bocca del sen. Stefano Pittoni, pubblicista alla scheda del Senato, che di informazio­ne se ne deve intende almeno quanto non dell’Università e che si appresta a spron battuto a riformare, che «l’ap­provazione in tempi rapidi del disegno di legge sull’università sia un atto di responsabilità nei con­fronti degli studenti». Il pubblicista fa eco al manager, il presidente della 7^ commissione (sen. Pos­sa, di­rigente industriale alla scheda del senato, cioè appartenente a quella categoria che, al pari degli econo­misti, se le loro idee e i loro modelli sono in contrasto con la società e quest’ultima che va cam­biata), che aveva dichiarato: «la necessità di concludere il provvedimento tempestiva­mente è motivata anche da ragioni di ordine pubblico». Per tali stringenti ragioni con il voto favorevole di FLI e UDC la capigruppo in Senato ha respinto la richiesta di procedere ad audizione delle componenti che da mesi protestano e ha chiuso a qualsiasi possibilità emendativa. Dopo neanche due giorni però Casini ha dichiarato che il suo partito sarà contro anche in Senato.

Tutti noi, professori e ricercatori che insieme agli studenti abbiamo animato, coltiva­to e mantenuto la protesta, non ci siamo accorti del senso di essa. Sarà singolare ma dev’essere così: pensavamo che la contro-riforma andasse bloccata con ogni mezzo e invece ci hanno spiegato che non era questo che volevamo. Ci hanno spiega­to anche quello che volevamo: far pressione per una rapida approvazione; e ci hanno spiegato anche perché ci si stesse indignando: era per il fatto che il parlamento si trastullava in leg­gi di bilancio e pul­cillenesche mozioni di sfiducia invece che sul rilancio (nel cassonetto) dell’università. Ma tu vedi, alle volte si rischia di confondersi, fortuna che c’è la stampa di regime che ti dice sempre quello che devi pensare, così non ti sbagli. Fortuna. Perché si sa, nell’università alberga il peggio della società,tutti i fal­liti, gli incapaci, gli incollacabili, fannulloni e baroni, tutti baroni. E quelli che stanno per strada sono i peggiori, perché i migliori stanno a casa; tranne nel caso di adunate. Dite che era così nel ventennio? No è così ora: siamo in democrazia; del resto.

Dietro l’ipocrita solerzia dei benpensanti, prontissimi a stigmatizzare la violenza, non c’è n’è uno che provi a capire la realtà. È prova, nero su bian­co la prova, se mai ce fosse bisogno, dello straniamento delle istituzioni dalla società (che dice di rappre­sentare).

Pensare e dicono che il fuoco della protesta di spegnerà con una doccia di benzina: questo è un atto criminale. Andare avanti rifiutando il confronto democratico con chi la riforma – quella vera – la vuole fare davvero è eversivo dell’ordine democratico, non meno di quanto non lo fossero dei diritti umani la Valchiria e il napalm del Kurz di ford-coppoliana memoria. Loro vanno avanti, senza voltarsi indietro e di lato non possono per il paraocchi di serie. Questa marcia parlamentare che non si oppone ma peggio ignora la marcia della protesta è un atto di violenza inaudita è la miccia degli scontri.

È pervicace la lotta in odium scholae et universitatis di codesti perissodattili legislato­ri per solo volere di Caligola, che l’istruzione considerano, bene che vada, un prodotto di consumo, come una saponetta o un’automobile, pensano che lo scranno nasconda la sua natura e così si agita, si dimena alla fine si dimentica perfino di essere ipocrita e sbatte in faccia agli studenti per bocca di uno dei tanti pifferai del sultano: scordatevi l’università pubblica, scordatevi il wellfare, c’è solo il mercato ed è tutta colpa delle pensioni. Ma che paese è questo, non dove ognuno spaccia per cosa seria un personale convincimento da bar dello sport, ma dove nessuno gli oppone argomenti?

C’è fretta di approvare la riforma. Una fretta matta. Bisogna fare in fretta dice l’Emma, orfana del Sergio. La riforma-truffa non può attendere;si alza la voce: bi­sogna fare in fretta. E così appresso i corifei della c.d. grande stampa e gli stomachevoli cicisbei televi­sivi; di tutte le reti, nessuna esclusa. Tutte. L’affaire unipubblica ha cambiato natura, non è più un lucro­so affare come i tanti altri in cui c’è stato di mezzo il trasferimento gratis a privati di un servizio pubbli­co, ora è diventata questione di esistenza stessa per l’associazione degli industriali; del suo ruolo di attore sociale. Confindustria si ricicla: si vota al sapere. Cos’è per essa il sapere se non un’indu­stria? Una vale l’altra. È irritata dello smacco che le ha rifilato l’osannata moderna rinnovata internazionale rampante e perfino obamiana Fiat. Chiama a rapporto i suoi uomini e tesse alleanze: FLI flirta con Farefuturo del Montezenolo past presidente e presidente in pectore; UDC sensibile al richiamo d’oltretevere che gli ha tirato le orecchie dopo la biricchinata della sfidu­cia, (cosa credeva Casini che lo si potesse preferire allo sciupafemmine garante di tutti i privilegi finan­ziari e fiscali?), torna presto all’ordine: due piedi in una scarpa; abbassare i toni è la nuova parole d’ordine. E li al Senato composti a votare. Riforma entro l’anno. È essenziale. Per il bene del paese. Per il loro bene: la loro sedia.

Calogero M Cammalleri

conpass.it

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La bufale dei 400. Massimo Avian scrive a Giorgio Pastore

domenica, dicembre 5th, 2010


Caro Giorgio, ieri sera  …  mi hanno avvertito che il mio nome compariva nella lista dei sostenitori del ddl Gelmini. Passato un momento di incredulità, sono andato a controllare, ed è purtroppo vero. Da quello che ho visto, l’unico modo di interagire con il sito è lasciare un commento, cosa che ho fatto dichiarando il mio completo disaccordo con le loro affermazioni, e chiedendo di levare immediatamente il mio nominativo. Non so se poi lo faranno, o se il mio commento sarà reso visibile. Tengo comunque a precisare che il mio punto di vista in materia è diametralmente opposto al loro (chi mi conosce lo sa già), e che, per me, essere considerato uno di loro è un vero insulto. Tra l’altro, il mio nome compare tra i firmatari sia dell’appello al Presidente che nelle altre iniziative prese dagli associati e ricercatori. Comunque sia, già la notizia di come è finita alla Camera mi ha avvilito, immaginiamoci poi essere considerato come appartenente  a “quelli”.

Ti pregherei quindi di dare, se puoi, la massima diffusione tra i colleghi di questo mio sfogo.

Ciao,

Massimo Avian

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G. Martinotti scrive a F. Sylos Labini

domenica, dicembre 5th, 2010


Caro Francesco,
purtroppo ho avuto problemi di collegamento: sono a Barcelona in uno splendido istituto (IN3) ma il mio PC ha un smtp maledetto che non mi manda la posta. Volevo però se è ancora possibile mandare un messaggio di solidarietà: naturalmente le volpi del deserto che pullulano nella nostra cultura hanno già fatto tutte le più dire previsioni sull’esito del movimento in orso. Ma they entirely miss the point: dal 1963 a Berkeley ho partecipato, assistito, osservato, e anche fatto l’oggetto di proteste studentesche. So benissimo, anche per mestiere che hanno cicli, ma il punto è un altro. E’ ciò che avviene ora che importa e quello che avviene ora è lo svelamento di una operazione invereconda. Intanto perchè obbliga la Gelmini e Berlusconi a rivelarsi con le frasi più cretine a disposizione che nessuna persona minimamente colta si vorrebbe far beccare a dire. Come ha scritto molto bene Michele Serra oggi. E poi perchè la protesta con la sua creatività svela la impudicizia invereconda di un ministro che ciancia di merito, quando lei stessa non può accamparne alcuno nè nella sua carriera, nè nel modo con cui è arrivata a quel posto. E il tutto in una Camera dei deputati in cui, oltre ai ladroni perseguiti e fuggiti alla Camera come i malfattori del Medioevo che si rifugiavano in chiesa, il 20% dei seggi è occupato da sederi che sono lì non per merito proprio, ma per una elargizione di Caldiroli, dìfatti con i nostri soldi.
Una vera porcata, come dice impudica mente l’autore (Arbeit Macht Frei ha fatto scuola). Ma l’aspetto più trist., per chi crede nella scienza e nell’onesta di pensiero, è il linciaggio cui, con l’aiuto di sedicenti intellettuali i maggiori quotidiani del paese hanno disinformato la opinione pubblica italiana, sottoponendo l’università pubblica al “metodo Boffo” per anni, con economisti o sedicenti tali che hanno fornito “dati” grossolananente falsificati per sostenere argomentazioni faziose e interessate, con grandi giornalisti che hanno calunniato gli atenei con affermazioni deliranti dedotte dalla incapacità di leggere le tabelle statistiche (ma che interessano i fatti a questi soloni? Hanno già deciso cosa scrivere prima di osservare).
Persino l’amico Salvati che dopotutto è un importante intellettuale organico al PD che in aula votava contro, si è prodotto in un equilibrismo di eccezionale bravura equilibristica per 118 delle 120 righe di piombo messe a disposizione dal Corriere dicendo con ferocia che la “riforma ” è un mostro, anzi un
mostriciattolo, per poi nelle ultime due con uno straordinario colpo d’ala, che occorreva turarsi il naso.
“Ripartire dalla Gelmini per arrivare all’autonomia, caro Michele è davvero una presa per .. un po’ pesante. E’ una frase che rimarrà storica penso.
Nella legge che è fatta da baroni per i baroni non c’è nulla di quello che dice la Gelmini e che persino Libero (ma non il Corriere) non c’è nulla sul merito (salvo quel famoso 7% che è lì da anni, e che fatti quattro conti sulle disposizioni più precise si ridurrà a poco più del 1%, non c’è nulla contro i baroni,
cui anzi è affidatoi il reclutasmento, con il demenziale meccanismo dei sorteggi, ci sono solo grida manzoniane idiote sulla quarta generazione (sarebbe come dire che Bach non avrebbe mai potuto essere assunto i una università dove aveva lavorato il padre).
La legge è il prodotto di giovani ricercatori come Schiesaro, che ne è il maggior autore, Valditara, che a differenza di Moro che si era fatto mettere una (1) cattedra a Roma, quando era consigliere della Moratti, per farsi chiamare a Milano dove la sua materia era già coperta ha inserito un raddoppio di crediti di materie romanistiche – che nessuno voleva -  IN TUTTA ITALIA, per farsi il posto a Milano (dove non è poi riuscito). Vuoi vedere che adesso la bizzarra provisione che nel listone oltre ai promossi si possano mettere anche i trasferimenti di ordinari va nello stesso senso? Ci metterei una sostanziosa scommessa che da qualche parte sbucherà fuori che i prof. ordinari (cioè i baroni) se chiamati per trasferimento si portano dietro il loro budget. Vuoi vedere che tra poco troveremo Valditara a Milano? e così tutti gli altri giovani ricercatori come
Giavazzi, Galli della Loggia, Panebianco, eccetera eccetera che hanno partecipato al linciaggio, come dice Patrizio Bianchi i leaders di università private, guarda caso. Gli altri non si capisce.
Comunque la falsificazione è stata colossale e per ricostruire storicamente questa operazione maccartista suggerirei a diritto di giornale più colti  di andarsi a rileggere. Commissariat du peuple de la Justice de l’U.R.S.S.S., “Le Procés du centre antisoviétique Trotskiste, Compte rendu stenographique des débats (23-Janv-30 janv. 1937″. Moscou 1937), per rendersi conto che quanto a logica distorta e falsificazione dei
fatti gli autori di questo  caso Boffo contro l’università non hanno molto da invidiare al procuratore Vishinski.
E’  per questo che sono spiritualmente con voi perchè vedo in questo movimento un desideri forte di ribellione contro l’impostura e l’impudica prepotenza del berlusconismo che dovva dimostrare la capacità di fare contro gli intellettuali (alcuni dei quali si sono arttappettinati così volentieri da far paura) La parola d’ordine è stata, fa schifo ma meglio di niente. Ma vi pare che si possa cercare di riformare l’università con questa bassura intellettale e morale? Ragionamenti precisi su costi, vantaggi, limiti, risultati sono stati del tutto assenti, nessuno (a meno che sia stato scritto così piccolo da non vedersi) ha informato i genitori italiani presenti e futuri che dei circa 30-35mila ordinari e associati che andranno in pensione subito a quasi la legge prevede solo la sostituzione di 5/6000 e chedi conseguenza anche con i tagli forsennati ogni studente ptrà al massimo aspirare a 4 corsi l’anno. Evviva.
Per favore continuate a battervi contro il “metodo Boffo” per ristabilire un po’ di oneste bverità. Alla Gelmini, che ha tirato fuori la solita esca per tordi, “con la riforma è finito l’equalitarismo del ’68″, non di dirci che cosa ha contro l’equalitarismo che tanto la risposta la sappiamo già, ma a) dove diavolo è l’equalitarismo in uno dei sistemi educativi più socialmente dselttivo del mondo e b) dove ci sono norme
“contro l’equalitarismo” nel DDL. I concorsi si trasformeranno in un gigantesco opelegis perchè alla fine
gli tenei chiameranno soloquelli che costano meno e cioè i più anzioni. Insomma ce nè per continuare a lottare.
Quindi la mia solidarietà

GM

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Lettera a La Stampa

giovedì, dicembre 2nd, 2010


Gentile Irene Tinagli,

ho letto con grande disappunto il suo editoriale sul DDL Gelmini.

E' davvero triste che dopo settimane di dibattito, in cui le ragioni
della protesta sono state piu' volte chiaramente enunciate, si leggano
ancora delle affermazioni fuorvianti e incomplete come quelle che
compaiono nel suo editoriale. Provo a fare qualche esempio.

1) Lei afferma ``Non distruggerà l’Università il fatto di aver reso
a tempo determinato i contratti per ricercatori, così come avviene
in tutti gli altri Paesi''.

Purtroppo, di contratti a tempo determinato nella nostra Universita'
ce ne sono gia' una grande varieta', e fanno si'  che in nessun paese
il periodo di precariato precedente l'assunzione in ruolo sia lungo
come in Italia.

Il periodo di precariato previsto dal DDL Gelmini non sotituisce queste
forme preesistenti, ma si sovrappone ad esse!

Per di piu', in `tutti gli altri paesi' quando si bandisce una posizione
denominata `tenure track' c'e' la certezza che i fondi per renderla
eventualmente permanente esistano.  Questo non e' previsto nel DDL Gelmini,
per cui il `tenure track' acclamato dai  sostenitori della `riforma' e'
solo una beffa, aggravata dalla cronica mancanza di fondi.

I giovani migliori, di fronte alla prospettiva di restare precari senza
garanzie fino ad oltre quarant'anni, con magri stipendi  e risorse nulle
per fare ricerca, voteranno  con le loro gambe e continueranno a
rivolgersi altrove.

Questo si', contribuira' a distruggere l'Universita'.

2) Lei afferma: ``Non distruggerà l’Università aver inserito degli scatti
salariali legati alla performance o aver aumentato l’assegnazione dei
fondi alle università sulla base di valutazione''.

Purtroppo, non si tratta di aumenti dei futuri stipendi per i meritevoli,
ma di riduzione dei futuri stipendi per tutti, salvo la possibilita'
che per alcuni lo stipendio resti lo stesso per particolari `meriti'.
Questo e' il significato del passaggio dagli scatti biennali a quelli
triennali.

Le faccio anche notare che non esistono fondi di nessun tipo
allocati dal DDL per finanziare `il merito' (la legge infatti e'
rigorosamente `a costo zero' per le finanze dello stato).

Questo quindi e' quello che accadra': a moltissimi `meritevoli' lo
stipendio, gia' di molto inferiore alle medie europee, sara' tagliato
in termini reali.

Questo si', contribuira' a distruggere l'Universita'.

3) Ci sono poi gli aspetti che lei trascura o sottovaluta, sebbene siano
al centro delle ragioni della protesta.

a) La governance dell'Universita'. Finora organismi almeno parzialmente
democratici e autonomi, governati da un Senato Accademico e da un Rettore
eletti da tutti, le Universita' diventano organismi verticisti ed
eterodiretti, nelle mani di un Consiglio di Amministrazione i cui membri
sono in larga misura esterni, e per di piu' nominati con criteri del tutto
arbitrari. Ma lei crede veramente che in questi Consigli siederanno
illuminati rappresentanti dell'imprenditoria italiana, dei Bill Gates o
dei Larry Page? Quello che accadra' sara' che i Consigli saranno popolati
di sottoprodotti della nostra devastante classe politica, come e' accaduto
all ASL, ai teatri e a innumerevoli altre istituzioni italiane.

E se anche le Universita' fossero davvero governate da legittimi
imprenditori, pensa davvero che questo migliorerebbe la situazione?
Chi sosterra', nel nostro disgraziato paese, la ricerca fondamentale
in cui eccelliamo, lo studio dei beni culturali che sono la nostra vera
ricchezza, la storia, la letteratura, le scienze sociali?

Gli imprenditori farebbero il loro mestiere, che e' quello di produrre
profitti. Chi garantira' l'imparzialita' (se non la creativita') della
ricerca scientifica, per esempio sui farmaci, o sulle energie alternative,
se tra chi decide di assunzioni e finanziamenti ci sono rappresentanti
di case farmaceutiche e aziende petrolifere?

Questa è una forma di aziendalismo che finirà per danneggiare gravemente
la libertà di ricerca, ma soprattutto non è in grado di governare bene una
Università, che non è un agente per la produzione di beni, ma un'agenzia
educativa, uno spazio di creatività, un laboratorio di cultura.

L'aziendalismo, questo si', contribuira' a distruggere l'Universita'.

b) I `baroni'. Il DDL Gelmini non riduce il potere dei `baroni'. In realtà
rende a loro egemonia ancora più assoluta. Solo i professori ordinari
infatti faranno parte delle commissioni di concorso (un'anomalia
particolarmente grave nel sistema italiano, dove l'età media molto elevata
degli ordinari fa si'  che inevitabilmente molti di loro siano lontani
dalle tematiche di ricerca più attuali). La creazione di idoneità nazionali
a `numero aperto', accoppiata alla selezione effettiva per mezzo di
concorsi locali non monitorabili attribuisce proprio ai `baroni' il
potere assoluto di selezione del personale.

Lo strapotere dei baroni, questo si', contribuira' a distruggere
l'Universita'.

c) I fondi. Il DDL Gelmini cristallizza i più drastici tagli di bilancio
della storia dell'Università italiana. Gli stanziamenti promessi (ma non
ancora effettivi) nella Legge di Stabilità non compensano questi tagli,
e sono previsti nella misura attuale solo per il 2011. Invece, l'Università
italiana è documentabilmente sottofinanziata rispetto a tutti i nostri
competitori europei e rispetto alla media OCSE. Nessun serio progetto
di riforma puo' prescindere dalla necessità di rifinanziare il sistema.
Le faccio anche notare che `gli altri paesi', come la Francia, la Germania
e gli Stati Uniti, che gia' finanziavano Universita' e ricerca in misura
molto maggiore dell'Italia, anche nel bel mezzo della crisi hanno trovato
il buon senso e le risorse per aumentare ulteriormente il loro impegno,
consapevoli che il futuro di un paese si gioca soprattutto in questo
settore.

La mancanza di fondi, questa si', distruggera' l'Universita'.

Ci scusi quindi se come docenti e ricercatori ``strumentalizziamo'' o
``radicalizziamo''. In realta' riteniamo che davvero questa legge sia
inemendabile, e vada riscritta. E non sarebbe stato cosi' se qualcuno
al Ministero si fosse peritato di consultare la comunita' accademica,
che e' in gran parte non solo sana, ma di eccellenza, invece di
spendere anni in un vergognosa campagna di denigrazione costellata di
falsita', e spesso sostenuta anche da media che aspirano ad essere
considerati neutrali, come il suo giornale.

Nessuno che abbia a cuore la sorte dell'Università vuole lo status quo,
c'è davvero bisogno di una riforma di ampio respiro, accompagnata da
finanziamenti adeguati. Il DDL Gelmini, semplicemente, non e' questa
riforma.

Cordiali saluti,

Lorenzo Magnea
Professore Associato

Dipartimento di Fisica Teorica
Universita' di Torino


 

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