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petizione unibo

lunedì, gennaio 17th, 2011


Al Magnifico Rettore

Al Senato Accademico

Al Consiglio di Amministrazione

dell’Università di Bologna

PETIZIONE RELATIVA ALLA COMMISSIONE ISTRUTTORIA PER LA REVISIONE DELLO STATUTO

Il 30 marzo 2010, nella riunione in seduta congiunta di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione, ha preso il via ufficialmente la procedura individuata dalla Giunta dell’Ateneo di Bologna per la revisione del proprio Statuto. Nell’occasione sono state infatti approvate le linee guida alle quali avrebbero dovuto attenersi i lavori di una Commissione istruttoria votata in quella sede.

La composizione della Commissione, formata da 15 membri, era la seguente:

Ivano Dionigi (Rettore e Presidente della Commissione);

Giuseppe Caia (Professore ordinario, Dipartimento di Scienze Giuridiche);

Paolo Pombeni (Professore ordinario, Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia);

Giliberto Capano (Professore ordinario, Dipartimento di Scienza Politica);

Giovanni Dore (Professore ordinario, Dipartimento di Matematica);

Aldo Bertazzoli (Professore ordinario,   Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie);

Guido Avanzolini (Professore ordinario, Dipartimento di Elettronica, Informatica, Sistemistica);

Marco Zoli (Professore ordinario, Dipartimento di Medicina Interna, dell’Invecchiamento e Malattie Nefrologiche);

Angelo Varni (Professore ordinario, Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche);

Rosella Rettaroli (Professore ordinario, Dipartimento di Scienze Statistiche);

Davide Pianori (studente);

Alberto Aitini (studente);

Giovanni Longo (EP – area amministrativa – gestionale, ADOC — Settore Personale Docente);

Donatella Alvisi (Cat. EP – area amministrativa – gestionale, Facoltà di Lettere e Filosofia);

Cristina Balboni (Direttore generale della Formazione della regione Emilia Romagna).

Non fanno dunque parte della Commissione né Ricercatori né Professori associati.

La Commissione istruttoria ha operato in questi mesi circondata dal più fitto riserbo sulla sua attività. Nessuna bozza di documento è finora stata proposta alla pubblica attenzione. Nessuna comunicazione, formale o informale, è stata restituita dal Magnifico Rettore alla comunità accademica sullo svolgimento e sulla tempistica dei lavori, fatta eccezione per la sintetica risposta fornita ad un’interpellanza di un Consigliere di Amministrazione nel mese di novembre 2010. Nessuna audizione (e/o momento di ulteriore riflessione a livello di Ateneo) è al momento stata resa nota. Pare di capire che, nell’attesa dell’approvazione del DDL Gelmini da parte del Parlamento, la Commissione abbia preferito di fatto attendere lo sviluppo degli eventi.

Il 30 dicembre 2010 il Capo dello Stato ha firmato, in vista della sua promulgazione, la Legge 1905 di riordino del sistema universitario. Essa è stata pubblicata sulla GU in data 14 Gennaio 2011. Una delle conseguenze più visibili della Legge è che tutto il potere decisionale all’interno degli Atenei sarà fortemente concentrato in poche mani, e in ogni caso solo in quelle dei Professori ordinari. Con la riforma solo questi ultimi infatti potranno far parte degli organi decisionali degli Atenei e delle Commissioni per l’abilitazione scientifica nazionale; tutte le altre componenti del corpo accademico (Ricercatori a tempo determinato e Professori associati) resteranno senza alcun reale potere decisionale e anche la loro autonomia di ricerca potrebbe subire forti contraccolpi, con conseguenze negative sulla qualità della didattica e della ricerca negli Atenei.

Un’operazione complessa e importante come la revisione dello Statuto dell’Università di Bologna, così rilevante anche per la leadership che Bologna ha sul piano nazionale, presuppone necessariamente – a nostro avviso – la partecipazione di tutte le energie presenti nell’Ateneo. Il risultato al quale approderà il processo in atto avrà rilevanza nazionale; non si tratta quindi di una “partita” soltanto bolognese o emiliano romagnola: la riforma dello Statuto di Bologna traccerà inevitabilmente il solco lungo il quale si muoveranno molte altre Università.

Da pochi giorni il Tavolo dei Ricercatori dell’Ateneo di Bologna ha fatto propria (inviando una lettera ufficiale al Magnifico Rettore) la richiesta dell’assemblea dei Ricercatori di poter partecipare con due suoi rappresentanti ai lavori della Commissione istruttoria per la revisione dello Statuto. Nel loro messaggio i Ricercatori sottolineano “[…] che solo in questo modo potremo effettivamente interpretare pienamente quell’unanime sentimento che ci ha animato finora, e che colpevolmente è stato da alcuni interpretato come una lotta per il mantenimento dello status quo: ovvero mettere l’Università pubblica italiana in condizione di dare il meglio di sé. Siamo fermamente convinti che l’Università, in virtù del suo ruolo sociale di libera produzione e trasmissione del sapere, sia il contesto ideale in cui si possa riuscire lì dove il legislatore riteniamo abbia fallito: ovvero nell’avviare una nuova fase – quanto mai necessaria per l’Università italiana – informata da principi di sostanziale partecipazione, di condivisione, di trasparenza e di corresponsabilità, fase che riesce difficile immaginare senza il contributo, anche propositivo, dei Ricercatori.”

Il gruppo dei Docenti Preoccupati di questo Ateneo è profondamente convinto del fatto che, in questa fase così delicata e importante della vita dell’Università italiana, tutte le categorie di personale accademico (docente e non) debbano poter contribuire e partecipare attivamente alla definizione del nuovo Statuto. Va sottolineato d’altronde che analoghe istanze vengono presentate congiuntamente in queste ore in tutti gli Atenei italiani dalla Rete 29 aprile e dal Coordinamento nazionale dei Professori associati. Consapevoli che la Legge di riordino colpisce particolarmente il ruolo e le legittime aspirazioni dei Ricercatori e dei Professori associati, chiediamo pertanto l’azzeramento dell’attuale Commissione istruttoria per la revisione statutaria e la sua contestuale ridefinizione in termini di rigorosa rappresentatività per fasce. A questo proposito richiediamo che:

- i 12 componenti da designare da parte degli organi istituzionali siano identificati sulla base di elezioni a suffragio universale da parte di tutti i Professori, i Ricercatori e il personale tecnico e amministrativo dell’Ateneo;

- il voto avvenga a collegio elettorale attivo e passivo distinto per categorie e sia realizzato attraverso l’espressione di una singola preferenza per ciascun elettore;

- il risultato della consultazione elettorale sia vincolante per il Consiglio di Amministrazione e per il Senato Accademico, che si dovranno impegnare a designare i membri maggiormente votati, rispettando altresì la pari rappresentanza tra le fasce e la presenza del personale tecnico e amministrativo.

Poiché il nuovo Statuto dovrà preservare al massimo gli spazi di democrazia all’interno dell’Ateneo, questa è l’unica soluzione che può tutelare davvero gli interessi di tutto il corpo accademico!

I Docenti Preoccupati

Il coordinamento nazionale dei Professori associati (ConPass)

La rete 29 Aprile

Bologna, 17 Gennaio 2011


 

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“Gasparri fomenta animi già tesi. Rai mandi in diretta manifestazione del 22″

martedì, dicembre 21st, 2010


“Perchè Maurizio Gasparri fomenta con dichiarazioni irresponsabili gli animi già tesi? A quale fine? E’ doveroso è tutelare le espressioni della democrazia”. Lo affermano Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21 e Vincenzo Vita senatore Pd in risposta alle affermazioni del capogruppo Pdl sulla proposta di “arresti preventivi”. “La mobilitazione contro il ddl Gelmini sull’università non può e non deve essere confinata a una questione di ordine pubblico. E sono persino inquietanti gli attacchi ad associazioni come la rete ’29 aprile’ dei ricercatori, letti su qualche quotidiano. Insomma, la giusta e legittima critica ad un brutto progetto governativo non diventi l’alibi per un regolamento dei conti contro il mondo dei saperi, non omologati al pensiero unico televisivo. No a qualsiasi forma di violenza, ma non si aizzi il già incandescente serbatoio sociale. Ma il governo e la maggioranza vogliono lo scontro o il confronto politico? Perche’ il ddl Gelmini è blindato, in tutti i sensi?”. “Per questo – concludono Vita e Giulietti – chiediamo che il prossimo 22 dicembre televisioni e radio, a cominciare dal servizio pubblico trasmettano in diretta le manifestazioni degli studenti. Perchè riprendere le mobilitazioni mentre si determinano sarà il modo migliore di far vedere al Paese lo spirito positivo e costruttivo che anima i giovani per le strade e di smentire categoricamente l’indecente equazione tra protesta studentesca e guerriglia urbana”.
A cura della redazione di
Articolo21

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I numeri dell’università

domenica, dicembre 19th, 2010


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Mary Star e i doni della morte. Parte I

venerdì, dicembre 17th, 2010


Mary Star e i doni della morte. Parte I

A proposito dell’articolo di Filippo Passantino (A Sud Europa 6.12.2010, p.17).

Mentre il prezzolato di turno presidia la valvola dell’ossigeno allo sgoverno Berlusconi, l’utile idiota e benpensante si affretta a rendere certo il disastro schivando abilmente ogni possibilità di de-peggioramento del ddl, visto che parlare di miglioramento sarebbe fantastico.

Non v’ha dubbio poi, oramai ne sono certo, sconsolatamente certo, che ognuno che apra bocca o verghi frase sul ddl Gelmini, dica o scriva quello che a ministra dice di aver fatto (e su che tutti vorrebbero, per altro), ma non, proprio no, su quel che dice e non dice il ddl.

Ognuno. Si si. Ognuno proprio … non l’ha letto. Primo non lettore l’avvocata Gelmini. Diversamente non potrebbe dire tutte le cose che dice; a ruota i parlamentari in progress di FLI capitanati dal Legionario Valditara con la seguito i chierichetti dell’UDC. (Le università private ringraziano.)

Mi stupisce però Passantino da queste colonne; mi persuado perciò che amche lui il ddl non lo abbia letto.

A chi volesse approfondire suggerisco di leggere, oltre il testo del ddl ovviamente, i documenti pubblicati sui siti www.conpass.it , www.rete29aprile.it, www.ilfattoquotidiano.it (molti articoli Sylos Labini, e un ultimo di Furio Colombo), l’appello di Libertà e Giustizia, quello di cimettolafirma.org e molti altri; google aiuta.

Visto che il contenuto del ddl sembra consolidato ecco le principali fregature.

Sul codice etico – Il codice etico non c’entra niente con le incompatibilità che attengono allo status e che possono essere regolate solo con legge. Molti atenei, come altre pubbliche amministrazioni, hanno già un codice etico. Non è certo epocale. Non è certo saliente, da metterlo in limine come un tutti i comunicati. Ma si sa in politica a solo pronunciarla la parola etica lava le coscienze, tanto più quanto più sono sporche. Sparisce però il codice deontologico, cioè diritti e doveri di una professione.

Sul limite massimo al mandato dei Rettori – Giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna, la norma è in contrasto con l’autonomia degli Atenei; cioè con una norma di rango costituzionale. C’è poco poi da cantare vittoria, anche per chi come me ritiene auspicabile un limite massimo, ma non di sei anni che sono troppi, perché la norma è un bluf. L’art. 2 dispone infatti che il rettore possa essere eletto tra i professori ordinari in servizio presso qualunque università italiana, portando a spasso la copertura finanziaria per lo stipendio. Il che significa che il limite di sei anni si applica su ogni singolo ateneo e non al rettore. A nulla dire che per il rettore estraneo l’elezione «si configura anche come chiamata e concomitante trasferimento nell’organico dei professori della nuova sede, comportando altresì lo spostamento della quota di finanziamento ordinario relativo alla somma degli oneri stipendiali in godimento presso la sede di provenienza del professore stesso». (Ma così non accade per tutti gli altri professori.) Quindi un ateneo potrà pagare per il rettore di un altro. Seguita la norma che il «posto che si rende in tal modo vacante può essere coperto solo in attuazione delle disposizioni vigenti in materia di assunzioni». Cioè non può essere coperto, poiché il ddl Gelmini introduce proporzioni rigide tra fasce dii docenti, considera quella degli ordinari sovraffollata, e non detta disposizioni transitorie.

Sulla distinzione netta di funzioni tra Senato e CDA – La distinzione netta è quella attuale, in cui il Senato (pur se non effettivamente abbastanza rappresentativo ) è l’organo di governo scientifico e didattico della facoltà, mentre il CDA è l’organo gestionale. La controriforma prevede l’esatto contrario, nel senso che tutte le funzioni vengono attribuite al CDA, il quale, come se l’università producesse saponette, deciderà su tutto: linee di ricerca e offerta didattica, conseguentemente reclutamento e gestione del rapporto dei docenti. Il CDA deciderà su queste cose, ma non sarà elettivo. Il CDA sarà integrato da persone esterne senza che ne siano stati precisate le condizioni e circostanziati i poteri; mentre il Senato viene declassato a mero suggeritore, privo di poteri. L’ingresso dei privati. Viva! I salvatori della nazione. Viva! Abbiamo una lunga esperienza, in Italia, di mecenatismo dei nostri privati: Alfa Romeo, viva! Autostrade, viva! Telecom, viva! Alitalia viva! E altre nefandezze varie, sempre viva!. Volete privatizzare pure la cultura? Viva! Qual sarà il prossimo passo? Il Minculpop. Probabilmente. Viva!

Si dirà: 3 membri su 1, sono pochi. L’argomento è suggestivo. Ma ragioniamo: innanzitutto chi possono essere quei 3 membri? Anche analfabeti, evasori, mafiosi, politicanti o loro ruffiani. Ancora questo è niente. Si è niente, rispetto al peggio. Dov’è il trucco? Ancora una volta nei denari. Che siano uno nessuno o centomila i privati in CDA, quello che conta è il loro potere reale; e quello si misura dalla capacità di un Ateneo di fare a meno dei denari del finanziamento privato per funzionare in modo pieno.

In altri termini non si tratta solo di porre limiti alla misura del finanziamento dei privati o in assenza della loro ingiustificata presenza nei CDA, ma si tratta di mantenere una specifica proporzione nei finanziamenti tra l’apporto privato e quello pubblico, tale che quello privato non sia condizionante del regolare funzionamento dell’università, della libertà di ricerca, di didattica e del pluralismo della classe docente. In una istituzione di istruzione pubblica i soldi del privato possono servire solo per il di più, mai per l’ordinario. Se i privati mettono quel di più allora – a diverse e rigorose condizioni – potrebbero entrare nel CDA, senza danni gravissimi. Ma adesso ci entrano perfino senza mettere un soldo.

I principi costituzionali di libertà di ricerca e di insegnamento e di pluralismo democratico nelle istituzioni di istruzione si rispettano con meccanismi chiari che consentano di dare il canonico calcio nel sedere al privato che si spinge oltre suoi limiti, quando pretende di condizionare un ateneo sotto il ricatto della revoca dei finanziamenti; revoca che porterebbe al collasso. Una dipendenza malefica che soffoca sul nascere al tanto sbandierata concorrenzialità tra atenei virtuosi. Perché se io non posso fare a meno della sovvenzione provata con cavolo che lo sbatto fuori e ne cerco in altro. All’opposto se il finanziamento privato è non essenziale alla funzionamento ordinario è il privato a dovere tenere stratta la partnership.

Né questa né altre garanzie vi sono del ddl. Consegue che poiché il sistema finanziario degli atenei è già sotto la tenda ad ossigeno – e così vi è stato ridotto da Tremonti (l’eminenza grigia della riforma), ad oggi mancano oltre 1,25 miliardi di euro oltre la restituzione parziale – ogni ateneo che non vorrà chiudere dovrà donarsi a qualche padroncino finanziatore che vuole giocare a far l’americano.

Una vera conquista strategica per il futuro della Nazione.

Sul direttore generale – Che il cambiamento del nome al direttore dell’ateneo implichi l’assunzione di maggiori responsabilità è affermazione improvvida, posto che ai sensi dell’art. 21 del T.U. n. 165 del 2001 (massimamente dopo la legge Brunetta) tutti i dirigenti apicali hanno quelle responsabilità. La norma servirà solo a determinare maggiori retribuzioni e ad avere mani più libere nel nominare direttori più esecutori del CDA e meno garanti della legittimità degli atti. Ma la cosa scandalosa è che un manager diventi un organo dell’università; peggio che una una s.p.a. Una vera conquista di civiltà!

Sulla valutazione degli studenti sui professori – La valutazione della didattica del docente da parte degli studenti è un’attività praticata da almeno un decennio; ed è cosa buona e giusta che anzi andrebbe finanziata. Ma altra cosa è fare discendere dalla valutazione, con la media di Trilussa, il finanziamento dell’intero ateneo. Codesti soloni della valutazione come credono di arginare il fenomeno della valutazione mirata? Dagli addosso al Caino, e vai con il padre di famiglia. Non occorre che si spieghi la metafora. L’idea è balzana perché considera l’istruzione una merce e gli studenti dei clienti, contraddice poi l’idea stessa di merito e di ruoli. Quale sarà il prossimo passo: l’auto-esame di profitto? Probabilmente.

Sulla riduzione dei settori Qui occorre che la maggioranza si metta d’accordo con sé stessa. L’on. A. Martino – quello stesso che ha dato dell’analfabeta a tutti i suoi ex colleghi professori – tuonava contro i SSD (settori scientifico disciplinari) perché troppo ampi; che significa che sono troppo pochi, sono 370). E auspicava il ritorno alla materia: come dire da 370 titolazioni concorsuali a 37.000, almeno. Sostiene Martino che con settori culturali ampi non si può fare comparazione seria. Altro che riduzione. Chi scrive di università dovrebbe aver presente che quello è il luogo in cui si fa scienza e che non può essere una ministra incompetente (letterale) a stabilire quale scienza è uguale a un altra. Sempre che non si tratti di saponette e noi non ce ne siamo accorti.

Sulla riorganizzazione interna degli atenei – Anche questa è materia statutaria; la legge impinge dove non può. Non più di 12 facoltà, ma lo stesso ddl abolisce le facoltà, come le conosciamo ora. Nulla di epocale, anche perché non servirà allo scopo dichiarato di eliminare quelle con titolazione esotiche. Dodici è un numero non un elenco. Si basa poi sulla sciocca considerazione che la moltiplicazione dei corsi, della facoltà delle sedi decentrate, abbia favorito i docenti, moltiplicato le cattedre (non esistono più tra trent’anni). Stupida malignità. Questa improvvida proliferazione ha solo comportato la moltiplicazione – gratis sia chiaro – delle ore di insegnamento di ogni docente e ricercatore (che lezioni non ne dovrebbe proprio fare).

Sul reclutamento di giovani studiosi – E’ difficile, pure sforzandosi, dire cose più imprecise se non inesatte e pure poi travisarne il significato. L’abilitazione scientifica nazionale riguarda tanto quella ad associato quanto quella ad ordinario, che vengono mantenute distinte. Ma la commissione è in entrambi i casi composta da soli ordinari. Tutto si può dire della commissione meno che essa sia prevista essere composta sulla base di specifici parametri di qualità. Cinque componenti per diversissime e spesso iperspecialistiche ricerche. Anti baroni? Tutto nelle mani di cinque non specialisti della disciplina in cui abilitare: se questa non è oligarchia! Ma l’abilitazione non vale un fico secco. Poi l’assunzione avverrà con chiamata del singolo Ateneo. E c’era bisogno di tutto questo bailamme per lasciare le cose come stanno. Perché ora accade proprio così.

Ma la cosa stupefacente è leggere qua e là che in tema di reclutamento si distingua tra reclutamento e progressione di carriera. Perfino il dubbio mi è venuto: che il ministro, magari dopo un incubo notturno in cui sognava i suoi meno noti trascorsi universitari (http://www.facebook.com/home.php?sk=group_109644915770912&id=109987055736698 ) e più noti post universitari e calabresi, sia rinsavito e abbia accolto le indicazioni di tutte (tranne una forse) organizzazioni di professori e ricercatori. Che abbia accolto insomma il Manifesto del Conpass e io stia qui a protestare come il giapponese nella giungla? Perché questa della distinzione netta tra reclutamento e carriera è proprio una delle richieste centrali dei professori e dei ricercatori. Di quei ricercatori e di quei professori che stanno nelle piazze e sui tetti e in rete a protestare, vox clamantis in deserto. Di quei stessi ricercatori e di quegli stessi professori che hanno hanno raccolto petizioni con 3000 firme l’una e vere. Non di quelli che ne con 400 firme e taroccate (http://www.professoriassociati.it/?p=387) come quelle di Magna Charta, hanno dato accusato gli altri di demagogia.

Ma purtroppo non è così. Il ddl prevede l’esatto contrario, rimarca e accentua la distinzione tra reclutamento e progressione. Infatti moltiplica i ruoli (oltre gli attuali anche il ricercatore a termine) e li separa nettamente tra loro (fasce chiuse con proporzioni prestabilite). Ogni volta, insomma che si vuol fare carriera si viene assunti di nuovo. Come accade ora. Si viene assunti di nuovo … se. Molti se. Nessuno dei quali attinente alla qualità del singolo aspirante. Cioè il meccanismo che viene additato essere baronale, perché condiziona la vita accademica dello studioso, dalla laurea all’ordinariato. Il ddl Gelmini non modifica questo meccanismo, anzi lo accentua. Da un lato attribuisce a cinque soggetti il potere abilitativo, da un altro lascia a ristrette oligarchie locali la decisione effettiva e l’unica effettiva. E la situazione è ancora più grave per i giovani.

Sull’accesso di giovani studiosi – Che il ddl introduca interventi volti a favorire la formazione e l’accesso dei giovani studiosi, invece di stroncarli sul nascere, è cosa che mi piacerebbe leggere nel ddl o dove coloro che lo dicono abbiano potuto leggerli. Nulla posso obiettare ora, perché nulla c’è nel ddl. Non c’è nessuna tutela del precariato. Non vedo come possa dirsi incentivo l’abolizione del post-doc, ma mi piacerebbe saperlo. Togliere senza altro mettere non mi pare agevolazione. E poi ancora dice che riforma il reclutamento. Questa si che c’è come modifica, però è iper precarizzante. Infatti, introduce la figura del ricercatore a tempo determinato. Che non sostituisce i precedenti rapporti precari. Ma si somma ad essi. Altri sei anni. Così tra dottorato, assegno e tempo determinato si arriva tranquillamente a una dozzina d’anni, cioè quando giovani ricercatori non si è più; perché si è arrivati a 40 anni. A quel punto che succede? Dico se il ricercatore a tempo determinato, quello bravo e così accertato con gli infallibili criteri della ministra, arriva a 40 anni? Diventa professore, penserete voi. Così mente la ministra. E invece no. Non ci diventa.

Se ci saranno i soldi, se ci saranno i pensionamenti, se ci saranno le proporzioni, se … il 40enne abilitato potrà fare la domanda per la chiamata locale. E se non sarà chiamato? Niente. A spasso. O all’estero, dove nessuno rifiuta un cadeau di 900 mila euro. A prezzo di costo dico, perché a valore siamo sui 140 milioni di euro. Ma come mai un’università sì profondamente malata e marcia produce ricercatori così bravi che all’estero se li prendono? Ma? Chissà che qualcuno non provi a darmi una risposta. Beh, ci si pensi, questa storia della c.d. “fuga del cervelli” va avanti da un pezzo. Se i migliori se ne sono andati qui devono essere rimasti i peggiori. E allora come diamine hanno fatto, codesti peggiori, a produrre ancora un’altra generazione di cervelli fuggitivi e poi ancora un’altra e un’altra ancora. Lo si spieghi.

Sulla gestione finanziaria – Cambia sistema. È vero. La contabilità pubblica è uniforme, ma non lo è quella privata; per lo meno come quella pubblica. Dov’è l’anarchia attuale e l’uniformità di quella futura?

Sulla valutazione degli atenei – il tormentone: fine dei fondi a pioggia. Quali fondi? In Italia si investe in Ricerca poco più della metà degli altri paesi europei. I fondi a pioggia come li chiama la propaganda di regime (FFO, cioè Fondo di Finanziamento Ordinario) serve a mala pena a pagare gli stipendi dei più sottopagati d’Europa, con un rapporto docenti/studenti tra i più bassi, sempre d’europa. Rapporto che fa sprofondare il ranking delle nsotre università. La valutazione? Che ben venga. Perché mai la campionessa del merito Mary Star non ha dato attuazione all’ANVUR? Non la ha istituita lei ma Mussi. Perché mai un dipartimento X dell’ateneo Y che produce ricerca eccellente deve essere penalizzato se il dipartimento Z del medesimo ateneo non produce un bel niente? Sarebbe questa la meritocrazia?

Sull’obbligo di presenza docenti a lezione – Che bufala! I docenti hanno già l’obbligo di tenere un registro che sia cartaceo o elettronico non cambia nulla. E nulla cambierà se indebite “stabili sostituzioni” vengono ignorate. Quanto alla determinazione delle ore di servizio non viene stabilito niente di nuovo. 350 ore erano prima 350 ore sono ora. Anzi per i docenti a tempo definito si passa da 250 a 200. 1500 ore sono solo un parametro per la rendicontazione dei progetti di ricerca, non i numero delle ore di servizio. Un professore universitario è pagato per pensare, non per insegnare. Non si scandalizzi il lettore; non è un privilegio. È una necessità. Si insegna, all’università, almeno in parte, l’oggetto della ricerca. E la ricerca la si fa senza orario.

Sugli scatti stipendiali solo ai professori migliori – È così. No. Non v’ha dubbio. Ma quali scatti? Non posso spiegare la struttura retributiva che ci vorrebbe una pagina, ma posso dire che non si tratta della progressione di carriera. (Chè quella si fa passando da una fascia a un’altra se c’è il posto, mica come i magistrati, a ruolo aperto, con intero trascinamento e rivalutazione dell’anzianità.) Essa riguarda il completamento della normale retribuzione che parte ridotta all’assunzione e arriva completa a fine carriera. È un bel dire che questa mistificazione introduce il merito: prima ti tolgo il tuo e poi se te lo ridò a certe condizioni. Dalle mie parti si chiama in un altro e poco edificante modo questo agire, altro che merito. Ma quasi dimenticavo. Questa norma non si applica ai baroni, perché loro hanno già ultimato gli scatti. Vale solo per gli altri: i non baroni, quelli che protestano e la Gelmini non capisce perchè. E già. Una norma antibaroni!

Sul diritto al studio e sull’aiuto agli studenti meritevoli – Nel ddl Gelmini il finanziamento del diritto allo studio passa da 190 a 40 milioni di euro. Questo è certo. IL resto riforma non ha copertura finanziaria e poi si vedrà. Da subito, però scompare del tutto il diritto allo studio e compare quello per il merito. Di chi? Di chiunque, bisognoso o no. Che significa? È presto detto. Due studenti concorrono al medesimo unico finanziamento, uno sprovvisto di mezzi e uno no. Per la Gelmini hanno lo stesso diritto. Per la Costituzione no. Così se il finanziamento va a chi avrebbe comunque studiato l’altro non studierà, perché non potrà. Che dire, un ragionamento di ampio respiro di fine strategia per il paese. Un’altra manovra alla Dooh Nibor (rovescio di Robin Hood), la vera anima di questo governo, il cui scopo piduista è quello di smantellare lo stato sociale, di cui scuola (già fatto),, sindacato (battute finali) e università (in progress) sono strutture portanti.

È tempo di smetterla di cincischiare sule quel che c’è di buono e di cattivo: la questione è grave; un altro pilastro dello stato sociale è sotto attacco. La parte II arriverà con i decreti attuativi.

Aiuto!

di Calogero Massimo Cammalleri – Conpass – www.conpass.it

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Marcia funebre a tempo di valchiria

venerdì, dicembre 17th, 2010


Mentre per le strade e le piazze di Roma offrono uno spettacolo preoccupante, dentro il palazzo si continua a fomentare la rivolta passando dalla colpevole incapacità di ascolto all’irridente beffa.

L’ipocrisia del politicante, massime di quello culturalmente grezzo e politicamente prono (le categorie epidemio­logicamente diffuse tra coloro che hanno l’improntitudine di autodefinirsi politici sol perché siedono un scranno del parlamento) non si concede tregua. È votata alla palingenesi e per tale arriva ad afferma­re che per bocca del sen. Stefano Pittoni, pubblicista alla scheda del Senato, che di informazio­ne se ne deve intende almeno quanto non dell’Università e che si appresta a spron battuto a riformare, che «l’ap­provazione in tempi rapidi del disegno di legge sull’università sia un atto di responsabilità nei con­fronti degli studenti». Il pubblicista fa eco al manager, il presidente della 7^ commissione (sen. Pos­sa, di­rigente industriale alla scheda del senato, cioè appartenente a quella categoria che, al pari degli econo­misti, se le loro idee e i loro modelli sono in contrasto con la società e quest’ultima che va cam­biata), che aveva dichiarato: «la necessità di concludere il provvedimento tempestiva­mente è motivata anche da ragioni di ordine pubblico». Per tali stringenti ragioni con il voto favorevole di FLI e UDC la capigruppo in Senato ha respinto la richiesta di procedere ad audizione delle componenti che da mesi protestano e ha chiuso a qualsiasi possibilità emendativa. Dopo neanche due giorni però Casini ha dichiarato che il suo partito sarà contro anche in Senato.

Tutti noi, professori e ricercatori che insieme agli studenti abbiamo animato, coltiva­to e mantenuto la protesta, non ci siamo accorti del senso di essa. Sarà singolare ma dev’essere così: pensavamo che la contro-riforma andasse bloccata con ogni mezzo e invece ci hanno spiegato che non era questo che volevamo. Ci hanno spiega­to anche quello che volevamo: far pressione per una rapida approvazione; e ci hanno spiegato anche perché ci si stesse indignando: era per il fatto che il parlamento si trastullava in leg­gi di bilancio e pul­cillenesche mozioni di sfiducia invece che sul rilancio (nel cassonetto) dell’università. Ma tu vedi, alle volte si rischia di confondersi, fortuna che c’è la stampa di regime che ti dice sempre quello che devi pensare, così non ti sbagli. Fortuna. Perché si sa, nell’università alberga il peggio della società,tutti i fal­liti, gli incapaci, gli incollacabili, fannulloni e baroni, tutti baroni. E quelli che stanno per strada sono i peggiori, perché i migliori stanno a casa; tranne nel caso di adunate. Dite che era così nel ventennio? No è così ora: siamo in democrazia; del resto.

Dietro l’ipocrita solerzia dei benpensanti, prontissimi a stigmatizzare la violenza, non c’è n’è uno che provi a capire la realtà. È prova, nero su bian­co la prova, se mai ce fosse bisogno, dello straniamento delle istituzioni dalla società (che dice di rappre­sentare).

Pensare e dicono che il fuoco della protesta di spegnerà con una doccia di benzina: questo è un atto criminale. Andare avanti rifiutando il confronto democratico con chi la riforma – quella vera – la vuole fare davvero è eversivo dell’ordine democratico, non meno di quanto non lo fossero dei diritti umani la Valchiria e il napalm del Kurz di ford-coppoliana memoria. Loro vanno avanti, senza voltarsi indietro e di lato non possono per il paraocchi di serie. Questa marcia parlamentare che non si oppone ma peggio ignora la marcia della protesta è un atto di violenza inaudita è la miccia degli scontri.

È pervicace la lotta in odium scholae et universitatis di codesti perissodattili legislato­ri per solo volere di Caligola, che l’istruzione considerano, bene che vada, un prodotto di consumo, come una saponetta o un’automobile, pensano che lo scranno nasconda la sua natura e così si agita, si dimena alla fine si dimentica perfino di essere ipocrita e sbatte in faccia agli studenti per bocca di uno dei tanti pifferai del sultano: scordatevi l’università pubblica, scordatevi il wellfare, c’è solo il mercato ed è tutta colpa delle pensioni. Ma che paese è questo, non dove ognuno spaccia per cosa seria un personale convincimento da bar dello sport, ma dove nessuno gli oppone argomenti?

C’è fretta di approvare la riforma. Una fretta matta. Bisogna fare in fretta dice l’Emma, orfana del Sergio. La riforma-truffa non può attendere;si alza la voce: bi­sogna fare in fretta. E così appresso i corifei della c.d. grande stampa e gli stomachevoli cicisbei televi­sivi; di tutte le reti, nessuna esclusa. Tutte. L’affaire unipubblica ha cambiato natura, non è più un lucro­so affare come i tanti altri in cui c’è stato di mezzo il trasferimento gratis a privati di un servizio pubbli­co, ora è diventata questione di esistenza stessa per l’associazione degli industriali; del suo ruolo di attore sociale. Confindustria si ricicla: si vota al sapere. Cos’è per essa il sapere se non un’indu­stria? Una vale l’altra. È irritata dello smacco che le ha rifilato l’osannata moderna rinnovata internazionale rampante e perfino obamiana Fiat. Chiama a rapporto i suoi uomini e tesse alleanze: FLI flirta con Farefuturo del Montezenolo past presidente e presidente in pectore; UDC sensibile al richiamo d’oltretevere che gli ha tirato le orecchie dopo la biricchinata della sfidu­cia, (cosa credeva Casini che lo si potesse preferire allo sciupafemmine garante di tutti i privilegi finan­ziari e fiscali?), torna presto all’ordine: due piedi in una scarpa; abbassare i toni è la nuova parole d’ordine. E li al Senato composti a votare. Riforma entro l’anno. È essenziale. Per il bene del paese. Per il loro bene: la loro sedia.

Calogero M Cammalleri

conpass.it

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La bufale dei 400. Massimo Avian scrive a Giorgio Pastore

domenica, dicembre 5th, 2010


Caro Giorgio, ieri sera  …  mi hanno avvertito che il mio nome compariva nella lista dei sostenitori del ddl Gelmini. Passato un momento di incredulità, sono andato a controllare, ed è purtroppo vero. Da quello che ho visto, l’unico modo di interagire con il sito è lasciare un commento, cosa che ho fatto dichiarando il mio completo disaccordo con le loro affermazioni, e chiedendo di levare immediatamente il mio nominativo. Non so se poi lo faranno, o se il mio commento sarà reso visibile. Tengo comunque a precisare che il mio punto di vista in materia è diametralmente opposto al loro (chi mi conosce lo sa già), e che, per me, essere considerato uno di loro è un vero insulto. Tra l’altro, il mio nome compare tra i firmatari sia dell’appello al Presidente che nelle altre iniziative prese dagli associati e ricercatori. Comunque sia, già la notizia di come è finita alla Camera mi ha avvilito, immaginiamoci poi essere considerato come appartenente  a “quelli”.

Ti pregherei quindi di dare, se puoi, la massima diffusione tra i colleghi di questo mio sfogo.

Ciao,

Massimo Avian

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The end. di Bruno Ricca

domenica, dicembre 5th, 2010


Cari Colleghi
Anche se può sembrare un po’ melodrammatico siamo vicini alla capitolazione, molto probabilmente martedì verrà scritta la parola FINE.

Da mercoledì saremo soggetti ad un autonomia controllata (il solo accostamento delle due parole è di per se stesso anti-democratico e il fatto in se sarà a sicuro detrimento delle Università del SUD), i presidi che seggono in Senato Accademico non conteranno più nulla, le sorti dell’Ateneo saranno in mano al Consiglio di Amministrazione che per un terzo sarà a nomina esterna (quindi da noi sicuramente politica, peggio di così non so, ma anche se fosse imprenditoriale di certo non c’è da stare allegri) e ad un duetto Rettore – General Manager (sempre a nomina politica), saremo tutti valutati dall’ANVUR (peccato che questo ente di fatto non esista) quindi le decisioni più importanti le prenderanno loro e un gruppo ristretto di ordinari (che meraviglia questa tanto auspicata GOVERNANCE anti baronale), la gestione delle Università sarà per i prossimi due anni sicuramente impossibile considerando il numero di riferimenti a decreti e regolamenti che al momento non esistono, a concorso potranno andare coloro che avranno l’abilitazione nazionale e successivamente il concorso sarà gestito a livello locale (questo sicuramente sarà un aiuto per il merito ???), le tasse degli studenti che sono già aumentate aumenteranno ancora proprio grazie al concetto punitivo insito nella “nuova autonomia”, chiuderemo corsi di laurea un po’ per i pensionamenti anticipati (grazie Ministro Tremonti) e un po’ per le indisponibilità dei ricercatori che appunto sono coloro che più di tutti stanno subendo l’accanimento di questa pessima maggioranza (sulla quale veramente dovremmo applicare il concetto di meritocrazia e qualità) e che messi ad esaurimento vengono “risarciti” con un misero piano di concorsi ad Associato che molto probabilmente non si faranno mai (come dopo la riforma Moratti, gli ultimi concorsi appartengono alla gestione Mussi), a loro, però, si aggiungeranno quei poveretti dei ricercatori a tempo (GLI SCHIAVI) che ovviamente non saranno coperti dalla tanto sbandierata tenure track che di fatto si è già dimostrata un imbroglio bello e buono visto che nel disegno è scritto chiaramente che ciò potrà avvenire solo in funzione delle risorse degli atenei ( campa cavallo ).

Tutto questo avviene dopo la decurtazione dello stipendio, i tagli degli scatti di anzianità e gli adeguamenti ISTAT e la rateizzazione della buona uscita.

In tutto questo il governo nella persona del nostro ministro (i suoi interventi in parlamento e in pubblico sono stati veramente desolanti, un disco incantato senza capacità di approfondimento esplicativo) continua a dire che il Paese è con loro e che tutti noi che protestiamo siamo soggiogati dai “comunisti”.
Intanto non è così a giudicare dal subbuglio delle piazze (che difficilmente si fermerà dopo martedì).
Farebbe bene questo ministro a considerare che la protesta assolutamente trasversale parte dai ricercatori a cui si aggiungono gli studenti e che solo oggi vede i partiti dell’opposizione salire sul carro. Un altro elemento che la signora dovrebbe tenere in conto è che se la riforma passerà grazie ai voti dell’ FLI sarà solo perché il Capo dello Stato ha pressato affinché il governo non cadesse visto il difficile momento di crisi finanziarie che scuote l’Europa, non di certo perché questa riforma è buona (siamo il sacrifico dovuto e voluto da questa classe politica che nella maggior parte dei casi di università non capisce proprio niente).
Inoltre, contrariamente a quello che dice in modo mistificatore sempre lo stesso ministro, i ricercatori la riforma la vogliono ed è da aprile che cercano di fare proposte e di farsi ascoltare, a tal proposito mi domando ma come si può pensare di fare una riforma non condivisa (o meglio condivisa solo con la CRUI e la CONFINDUSTRIA) cioè non democratica continuando a ripetere come un disco rotto le parole : merito, qualità, baroni che risultano vuote e senza riscontri visto il reale contenuto di questo disegno di legge.

In tutto questo una nota positiva per gli Atenei c’è : Il Ministro Tremonti costretto dalla pressione esercitata dai ricercatori indisponibili ha concesso una RESTITUZIONE sul precedente taglio (1,4 miliardi di euro) all’FFO di 800 milioni (speriamo che questi soldi ci siano e non sia come il piano spot per il sud che impegna soldi che non ci sono). Quindi tranquilli, grazie ai ricercatori, almeno per il prossimo anno ci potranno pagare gli stipendi.

Sono realmente disgustato e penso che avendo, come me, a cuore le sorti dell’Università MARTEDI DOVRESTE USCIRE DALLE VOSTRE AULE E DALLE VOSTRE STANZE E PARTECIPARE PORTANDO GLI STUDENTI (che, purtroppo, non in tutti i casi si stanno rendendo conto di ciò che accade) AL RETTORATO OCCUPATO DALLA SETTIMANA SCORSA è l’ultima occasione per dimostrare in concreto il vostro dissenso.
La partecipazione di tutti è importante a prescindere dalle appartenenze politiche.

Un cordiale saluto ed un affettuoso augurio anche per le prossime vacanze natalizie.
Bruno Ricca
Ricercatore INDISPONIBILE della Facoltà di Economia di Messina

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G. Martinotti scrive a F. Sylos Labini

domenica, dicembre 5th, 2010


Caro Francesco,
purtroppo ho avuto problemi di collegamento: sono a Barcelona in uno splendido istituto (IN3) ma il mio PC ha un smtp maledetto che non mi manda la posta. Volevo però se è ancora possibile mandare un messaggio di solidarietà: naturalmente le volpi del deserto che pullulano nella nostra cultura hanno già fatto tutte le più dire previsioni sull’esito del movimento in orso. Ma they entirely miss the point: dal 1963 a Berkeley ho partecipato, assistito, osservato, e anche fatto l’oggetto di proteste studentesche. So benissimo, anche per mestiere che hanno cicli, ma il punto è un altro. E’ ciò che avviene ora che importa e quello che avviene ora è lo svelamento di una operazione invereconda. Intanto perchè obbliga la Gelmini e Berlusconi a rivelarsi con le frasi più cretine a disposizione che nessuna persona minimamente colta si vorrebbe far beccare a dire. Come ha scritto molto bene Michele Serra oggi. E poi perchè la protesta con la sua creatività svela la impudicizia invereconda di un ministro che ciancia di merito, quando lei stessa non può accamparne alcuno nè nella sua carriera, nè nel modo con cui è arrivata a quel posto. E il tutto in una Camera dei deputati in cui, oltre ai ladroni perseguiti e fuggiti alla Camera come i malfattori del Medioevo che si rifugiavano in chiesa, il 20% dei seggi è occupato da sederi che sono lì non per merito proprio, ma per una elargizione di Caldiroli, dìfatti con i nostri soldi.
Una vera porcata, come dice impudica mente l’autore (Arbeit Macht Frei ha fatto scuola). Ma l’aspetto più trist., per chi crede nella scienza e nell’onesta di pensiero, è il linciaggio cui, con l’aiuto di sedicenti intellettuali i maggiori quotidiani del paese hanno disinformato la opinione pubblica italiana, sottoponendo l’università pubblica al “metodo Boffo” per anni, con economisti o sedicenti tali che hanno fornito “dati” grossolananente falsificati per sostenere argomentazioni faziose e interessate, con grandi giornalisti che hanno calunniato gli atenei con affermazioni deliranti dedotte dalla incapacità di leggere le tabelle statistiche (ma che interessano i fatti a questi soloni? Hanno già deciso cosa scrivere prima di osservare).
Persino l’amico Salvati che dopotutto è un importante intellettuale organico al PD che in aula votava contro, si è prodotto in un equilibrismo di eccezionale bravura equilibristica per 118 delle 120 righe di piombo messe a disposizione dal Corriere dicendo con ferocia che la “riforma ” è un mostro, anzi un
mostriciattolo, per poi nelle ultime due con uno straordinario colpo d’ala, che occorreva turarsi il naso.
“Ripartire dalla Gelmini per arrivare all’autonomia, caro Michele è davvero una presa per .. un po’ pesante. E’ una frase che rimarrà storica penso.
Nella legge che è fatta da baroni per i baroni non c’è nulla di quello che dice la Gelmini e che persino Libero (ma non il Corriere) non c’è nulla sul merito (salvo quel famoso 7% che è lì da anni, e che fatti quattro conti sulle disposizioni più precise si ridurrà a poco più del 1%, non c’è nulla contro i baroni,
cui anzi è affidatoi il reclutasmento, con il demenziale meccanismo dei sorteggi, ci sono solo grida manzoniane idiote sulla quarta generazione (sarebbe come dire che Bach non avrebbe mai potuto essere assunto i una università dove aveva lavorato il padre).
La legge è il prodotto di giovani ricercatori come Schiesaro, che ne è il maggior autore, Valditara, che a differenza di Moro che si era fatto mettere una (1) cattedra a Roma, quando era consigliere della Moratti, per farsi chiamare a Milano dove la sua materia era già coperta ha inserito un raddoppio di crediti di materie romanistiche – che nessuno voleva -  IN TUTTA ITALIA, per farsi il posto a Milano (dove non è poi riuscito). Vuoi vedere che adesso la bizzarra provisione che nel listone oltre ai promossi si possano mettere anche i trasferimenti di ordinari va nello stesso senso? Ci metterei una sostanziosa scommessa che da qualche parte sbucherà fuori che i prof. ordinari (cioè i baroni) se chiamati per trasferimento si portano dietro il loro budget. Vuoi vedere che tra poco troveremo Valditara a Milano? e così tutti gli altri giovani ricercatori come
Giavazzi, Galli della Loggia, Panebianco, eccetera eccetera che hanno partecipato al linciaggio, come dice Patrizio Bianchi i leaders di università private, guarda caso. Gli altri non si capisce.
Comunque la falsificazione è stata colossale e per ricostruire storicamente questa operazione maccartista suggerirei a diritto di giornale più colti  di andarsi a rileggere. Commissariat du peuple de la Justice de l’U.R.S.S.S., “Le Procés du centre antisoviétique Trotskiste, Compte rendu stenographique des débats (23-Janv-30 janv. 1937″. Moscou 1937), per rendersi conto che quanto a logica distorta e falsificazione dei
fatti gli autori di questo  caso Boffo contro l’università non hanno molto da invidiare al procuratore Vishinski.
E’  per questo che sono spiritualmente con voi perchè vedo in questo movimento un desideri forte di ribellione contro l’impostura e l’impudica prepotenza del berlusconismo che dovva dimostrare la capacità di fare contro gli intellettuali (alcuni dei quali si sono arttappettinati così volentieri da far paura) La parola d’ordine è stata, fa schifo ma meglio di niente. Ma vi pare che si possa cercare di riformare l’università con questa bassura intellettale e morale? Ragionamenti precisi su costi, vantaggi, limiti, risultati sono stati del tutto assenti, nessuno (a meno che sia stato scritto così piccolo da non vedersi) ha informato i genitori italiani presenti e futuri che dei circa 30-35mila ordinari e associati che andranno in pensione subito a quasi la legge prevede solo la sostituzione di 5/6000 e chedi conseguenza anche con i tagli forsennati ogni studente ptrà al massimo aspirare a 4 corsi l’anno. Evviva.
Per favore continuate a battervi contro il “metodo Boffo” per ristabilire un po’ di oneste bverità. Alla Gelmini, che ha tirato fuori la solita esca per tordi, “con la riforma è finito l’equalitarismo del ’68″, non di dirci che cosa ha contro l’equalitarismo che tanto la risposta la sappiamo già, ma a) dove diavolo è l’equalitarismo in uno dei sistemi educativi più socialmente dselttivo del mondo e b) dove ci sono norme
“contro l’equalitarismo” nel DDL. I concorsi si trasformeranno in un gigantesco opelegis perchè alla fine
gli tenei chiameranno soloquelli che costano meno e cioè i più anzioni. Insomma ce nè per continuare a lottare.
Quindi la mia solidarietà

GM

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Appello ai Senatori: fermate il DDL Gelmini

sabato, dicembre 4th, 2010


Cari Senatori,

questo appello per chiedere il vostro aiuto in merito al DDL che martedì 30 novembre è stato votato alla Camera. Come membro del Coordinamento Nazionale Professori Associati (CoNPAss, www.professoriassociati.it )vi chiedo di bloccare la DISCUSSIONE perché una riforma che voglia essere efficace non può nascere senza il consenso di chi in università lavora con impegno e serietà da anni. Le ragioni della nostra protesta sono tante, ne indico solo alcune che ritengo più importanti:

  1. Questa riforma non limita il potere dei BARONI anzi lo rafforza. Un esempio fra tanti  è dato dal fatto che nel DDL solo gli ordinari possono partecipare alle commissioni per l’abilitazione scientifica  nazionale (art 16, comma 3, lettera e) mentre sono stati estromessi i professori associati. È noto a tutti che, seppur non tutti gli ordinari possono essere definiti BARONI, è certo che tutti i BARONI sono ordinari. A voi valutare la conseguenza. La nostra proposta in merito è di reinserire i professori associati nelle commissioni.
  2. Non premia il merito e l’eccellenza anzi la mortifica: l’art 5 (commi 1,2,3,4,5) introduce indicatori di valutazione dell’operato di professori e ricercatori che non tiene conto delle condizioni di partenza dei ricercatori/professori nei diversi atenei. Infatti, oggi chi opera in Atenei di piccole dimensioni è costretto a finanziarsi la ricerca di tasca propria visto che i fondi in dotazione ai Dipartimenti sono sempre meno (nel mio ateneo il fondo annuale per la ricerca oscilla tra le 500 e le 700 euro per  ciascun incardinato). Il DDL peggiorerà la situazione visto che i fondi finiranno per confluire come “premio” verso quei grossi centri di ricerca che già producono ricerca avanzata mentre chi tenta di costruire le basi per fare ricerca avanzata avrà smesso di sognare e anche di lavorare. La nostra proposta è che tutti gli Atenei di piccole dimensioni vengano messi nelle condizioni di poter usufruire di risorse sufficienti per superare il gap che li separa dagli Atenei più forti.
  3. Non rispetta le differenze territoriali: il DDL segue una filosofia improntata alla riduzione drastica dei costi dell’istruzione universitaria e introduce parametri di gestione che aggravano la situazione, già critica, di molti Atenei  che vivono in sofferenza. Al massimo fra tre anni molti corsi di  Laurea, anche a causa del blocco del turn-over previsto dalla 133, non avranno più il numero di docenti sufficiente per sopravvivere e saranno costretti a chiudere. Le realtà territoriali nel nostro paese sono diverse e la chiusura di alcuni corsi laurea avrà conseguenze molto gravi in particolare nelle isole. Se venisse chiuso un corso di laurea per esempio a Pavia, a Brescia, a Verona, chiunque potrebbe raggiungere, in un’ora di treno un’altra sede universitaria – Milano, Bologna, Padova, Torino ecc – in cui troverebbe lo stesso corso di laurea. In Sardegna, dove vivo, questo non potrebbe accadere. Perché ad un’ora di treno da Cagliari non vi è alcuna università e l’università di Sassari non ha gli stessi corsi di laurea presenti a Cagliari. Quest’anno a Cagliari è stato chiuso, a causa di mancanza di criteri minimi, il corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale, unico in Sardegna. Tra non molto stessa sorte potrebbe toccare al corso di laurea in psicologia, in odontoiatria ecc. Corsi di laurea unici nell’isola. Chi vorrà studiare dovrà emigrare. È giusto che una riforma pesi così tanto negativamente solo in alcuni territori? Proponiamo che le differenze territoriali vengano rispettate.
  4. Non produce qualità: è vero che negli ultimi anni i corsi di laurea negli Atenei italiani sono aumentati a dismisura e con loro anche i costi, ma non tutti ricordano che: i corsi di laurea quinquennali (vecchio ordinamento) sono stati divisi in 3+2  dalla riforma Berlinguer e poi ancora modificati dalla riforma Moratti. Se un unico corso è diviso in 2  pare ovvio che il numero dei corsi raddoppi immediatamente. Inoltre i docenti sono stati costretti a raddoppiare gli insegnamenti poiché i corsi annuali sono diventati semestrali per favorire (pia illusione) il superamento degli esami da parte degli studenti e gli insegnamenti sono stati spezzettati in piccoli moduli sempre per la stessa ragione. La quantità ( di corsi, insegnamenti ed esami) non ha prodotto qualità. La riforma non incide minimamente su tal situazione che rimane inalterata, né interviene nell’imporre modifiche a quei corsi che si sono rivelati un flop. La probabilità che un corso inutile e con pochi iscritti chiuda è pari alla probabilità che chiuda un corso utile con molti iscritti perché ciò dipenderà dal rispetto dei criteri minimi (num di docenti incardinati in primis) non certo dalla qualità dei risultati raggiunti. La nostra proposta è che si valutino i risultati ottenuti dai corsi di laurea e si concentrino le risorse verso quei corsi che raggiungono alti livelli di qualità.

Vi sarebbero molte altre questioni ma mi fermo qui. Penso che queste ragioni siano sufficienti per segnalare la gravità della situazione che si verrebbe a determinare con tal riforma e la necessità di provvedere ad una VERA RIFORMA costruendola insieme a tutte le componenti che rendono l’università viva malgrado tutto: studenti, ricercatori, professori associati, ordinari, amministravi e tecnici.

Buon lavoro.

cristina cabras

associate professor

social psychology, forensic psychology, criminology

department of psychology

university of cagliari

italy


 

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UNIVERSITAS FUTURA – Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti. Eleonora Martini, Il Manifesto

sabato, dicembre 4th, 2010


UNIVERSITAS FUTURA – Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti.

Eleonora Martini, Il Manifesto

Certo, anche Gaetano Quagliariello poteva fare di meglio con la sua maggioranza silenziosa. Non che siano pochi, i 16 mila indirizzi email - prelevati chissà dove – divenuti destinatari del super celebrato «appello dei 400 docenti» promosso dalla Fondazione Magna Carta in favore della “riforma” Gelmini. E passi pure che non tutte le adesioni ricevute in cambio e pubblicate sul sito del quotidiano on-line L’occidentale corrispondano a docenti, ricercatori o collaboratori universitari (come risulta dall’elenco completo e aggiornato al 25 novembre del Miur, e denunciato dai 3.100 universitari che hanno firmato l’appello anti-Gelmini di “Universitas futura”). La realtà è che comunque 400 nomi sono davvero pochini per una svolta «epocale» come quella voluta dalla ministra Mariastella che ieri, evidentemente non così sicura della sua maggioranza, ha diffuso una nota ufficiale per ricordare che se non passa la riforma non ci sarà più alcun concorso da ricercatore (le norme scadono a fine anno, spiega il Miur senza dire che il ddl prevede solo contratti a tempo determinato per 8 anni al massimo, poi, in 25mila, tutti a casa), né per ordinari e associati (abrogate le vecchie regole, siamo in vacatio legis), e che saranno «bloccate le risorse per reintegrare gli scatti di stipendio».

Ma quello che proprio non ci si aspettava dalla maggioranza silenziosa dell’azzurrissimo Quagliariello è di trovare in quell’elenco misero misero pure firme di persone dichiaratamente contrarie al ddl appena approvato dalla Camera. È il caso del professor Carlo Cosmelli, fisico della Sapienza di Roma, al quale non è bastato chiedere che il suo nome venisse tolto dall’elenco perché dopo poche ore lo ha visto riapparire e poi di nuovo scomparire ma non senza una nota della Fondazione Magna Carta che lo accusa di «arroganza baronale» sostenendo che un tipo come lui «pare più a suo agio negli uffici della Lubianka che non nel mondo della ricerca di un libero Paese occidentale». Ed è anche il caso del professor Gabriele Bianchi, matematico dell’università di Firenze o della ricercatrice di Siena, Mariarosaria Vergara. C’è troppo silenzio nella maggioranza di Quagliariello per sapere come siano finiti in quell’elenco.
Invece i docenti e ricercatori di “Universitas futura” sono assai poco silenti: da un paio d’anni gli oltre 4 mila iscritti di tutti gli atenei italiani discutono in rete ma non ottengono l’attenzione dei media.
Nemmeno quando in 3.100 firmano un appello al presidente Napolitano per chiedere di fermare un atto che ritengono disastroso e in alcuni punti anticostituzionale, accusando la Crui di «non rappresentare l’università ma solo se stessa». La conferenza dei rettori, infatti, anche se divisa al proprio interno, finora è stata l’unica voce apertamente favorevole alla “riforma”.
«Ovvio – spiega Walter Lacarbonara, docente di Scienze delle costruzione aerospaziali alla Sapienza – il ddl rafforza enormemente i poteri dei rettori, ecco perché è necessario un mandato a termine». Nel nuovo modello di governance, infatti, al Senato accademico rimane solo da deliberare sugli aspetti didattici. Tutti gli altri poteri, tutte le questioni strategiche, saranno poste nelle mani solo del Cda, che dovrà necessariamente essere composto anche da membri esterni, un po’ sullo stesso modello delle Asl e delle aziende municipalizzate.
E tutti già sanno che il paragone con i modelli anglosassoni o americani in Italia non regge: «Le forze produttive italiane non hanno la cultura dell’investimento sull’innovazione e sulla ricerca – continua Lacarbonara – diventerà invece semplicemente una poltrona in più per politici».
I motivi di contrarietà alla “riforma” sono molti ma ci sono cose che davvero non vanno giù. Come le nuove forme di reclutamento: il sistema dell’idoneità nazionale acquisita tramite concorsi pubblici, propedeutica per accedere ai concorsi locali banditi dai singoli atenei e, infatti, secondo “Universitas futura”, un sistema dispendioso, burocratico e che rafforza le baronie delle commissioni esaminatrici.
Il criterio buono, per loro, è invece quello riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale: il «peer review», una sorta di valutazione di merito generata dall’analisi delle pubblicazioni operata dai colleghi di tutto il mondo. Detto in uno slogan: «Cooptazione, competizione e valutazione». Lo spiega il professor Claudio Procesi, vice presidente dell’International Mathematical Union: «I dipartimenti dovrebbero fare le proprie scelte di politica scientifica quindi, competendo tra di loro, assumere chi desiderano, anche per chiamata diretta. Saranno poi valutati dalla comunità scientifica internazionale». Procesi ammette che «forse è una posizione troppo avventurista per l’Italia che è un paese molto burocratico».
A dimostrarlo è il divieto, introdotto da Gelmini, di lavorare nello stesso ateneo per familiari fino al quarto grado di parentela. Insomma, Marie e Pierre Curie non avrebbero avuto, nell’Italia di Mariastella, nemmeno un soldo o un laboratorio per le scoperte che hanno regalato all’umanità.

Il Manifesto del 2.12.2010


 

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