Schema sinottico delle proposte avanzate
1) Sulla governance: elezione e rappresentanza di tutte le componenti in tutti gli organi
accademici.
2) Sulle aggregazioni: riportare il numero minimo di docenti necessari per un Dipartimento ai
40 di legge.
3) Sulla definizione di un Piano di programmazione e sviluppo pluriennale dell’Ateneo:
prevedere accanto ai tradizionali processi top-down anche meccanismi di determinazione
delle proposte di tipo bottom-up.
4) Sui Regolamenti di Ateneo successivi all’emanazione dello Statuto: prevedere che siano
elaborati da Commissioni designate dal Senato Accademico e rappresentative di tutte le
componenti della comunità universitaria.
5) Sulla gestione dei finanziamenti: non privilegiare troppo marcatamente i mega
finanziamenti, a scapito dei progetti di media dimensione.
A supporto di 1) - La posizione tanto dei Docenti Preoccupati quanto di CoNPAss (già espressa nei
precedenti documenti) è per la elettività diretta del Consiglio di Amministrazione. Al di là di ogni
argomentazione di merito, dalla quale qui si vuole per amor di sintesi prescindere, ci limitiamo a
notare che ogni alternativa costituirebbe il venire meno di un diritto storico del corpo docente.
Vogliamo qui di seguito brevemente analizzare l’ipotesi alternativa a quella da noi proposta di un
CdA non elettivo. In questo caso il Senato Accademico dovrebbe secondo noi assumersi
direttamente l’onore di individuare i candidati potenziali al CdA attraverso una sua Commissione
interna. Ci sembra invece decisamente da evitare l’ipotesi di una Commissione di saggi nominati
dal Magnifico Rettore che gestisce la call per le autocandidature. Solo la prima delle due alternative
sarebbe in grado di preservare quello che a noi pare un punto imprescindibile, e cioè l’Università
come sistema omeostatico di una comunità di studiosi, e non ente burocratico sottoposto ad un
potere monocratico. Potremmo interpretare lo spirito del nuovo assetto della governance
universitaria dicendo sinteticamente che al Senato Accademico spetta la determinazione dei fini, al
Consiglio di Amministrazione quella dei mezzi. Ne consegue che la funzione del primo si esplica in
una visione strategica dei contenuti, quella del secondo nella scelta delle modalità e delle forme di
attuazione. Al secondo pertanto spettano in definitiva le scelte operative, rispetto alle quali il
Senato, così come ridefinito, riveste un ruolo esclusivamente consultivo. Sul piano pratico, da ciò
segue che l’effettivo management risulta appannaggio del CdA. Questa scelta può apparire
funzionale dal punto di vista della efficienza e della coerenza sul piano operativo, in specie in
quanto garantisce la continuità di gestione e la coerenza dell’azione. Inoltre è stato notato che essa
evita le difficoltà e le inefficienze del sistema attuale, basato su un sostanziale “bicameralismo
simmetrico”, e una larga sovrapposizione delle funzioni tra i due organi. Ma proprio la necessità di
salvaguardare i valori così realizzati, efficienza e coerenza, impone che accanto alla designazione
del CdA, il Senato abbia altrettanto bene la facoltà di revoca rispetto allo stesso. Se si ammette che
il regno dei fini appartenga al primo, e che il secondo ne costituisca il braccio operativo, con un
concomitante aumento dei poteri, va tuttavia previsto, come in ogni sistema in grado di
autocorreggersi, che sul piano attuativo il CdA non possa allontanarsi troppo sensibilmente dal
mandato ricevuto. Negli ordinamenti di carattere “repubblicano” è un principio del tutto naturale
che chi ha la facoltà di dare un mandato abbia anche la capacità di revocarlo (si veda I. Kant, Per la
pace perpetua, Feltrinelli, pag. 59, nella traduzione di Roberto Bordiga).
A supporto di 2) – La Legge 240/10 indica un numero minimo di 40 membri per le nuove strutture
dipartimentali. La soglia di 50 docenti/ricercatori in ruolo al 31 ottobre 2013, stabilita a suo tempo
nelle Linee di indirizzo per la revisione statutaria redatte dalla Giunta di Ateneo, poi approvata il 30
marzo 2010 da Senato e CdA in seduta congiunta e riconfermata anche nelle slides della Commissione Statuto, è assolutamente sconsigliabile. Essa determinerà infatti ipso facto la perdita
di una reale autonomia per numerose discipline la cui appartenenza ad una qualsiasi gerarchia delle
Scienze non può essere messa in discussione. Fatta salva la specificità della situazione nei Poli
romagnoli dell’Ateneo, a nostro avviso i Dipartimenti disciplinari sono gli unici ad avere una vera
valenza ai fini della ricerca specialistica e delle conseguenti decisioni finanziarie. Qualora questi
Dipartimenti risultassero avere un numero di afferenti inferiore alla soglia critica di 40 membri, si
dovrebbero aggiungere docenti/ricercatori di discipline affini fino al raggiungimento di tale soglia,
favorendo così le sole aggregazioni “naturali” che non spezzano i SSD. Siamo convinti inoltre che i
Dipartimenti dell’Ateneo dovrebbero essere tutti dimensionati più o meno in modo simile, per poter
poi avere lo stesso “peso specifico”. Per questo motivo sarebbe auspicabile anche dare
un’indicazione circa un limite massimo di afferenti, perché esistono specifici rischi anche in
conseguenza di un’eccessiva numerosità: è facile comprendere come oltre un certo numero di
docenti/ricercatori una struttura divenga del tutto ingovernabile. Ci si arrabatterebbe, allora, tra la
via delle decisioni di corridoio, per gruppi di potere, e concomitante svuotamento di significato
della struttura stessa, da un lato, e, dall’altro, quella di fronteggiare una complessità che cresce non
linearmente ma in progressione almeno quadratica rispetto al numero delle persone coinvolte, con la
generazione di una mole ingente e indesiderata di processi di burocratizzazione.
La fase di riaggregazione dipartimentale è per i docenti/ricercatori di alcuni SSD particolarmente
problematica a causa dall’assoluta mancanza di Linee guida circa i meccanismi che a regime
regoleranno la distribuzione dei punti budget tra Dipartimenti, ovvero tra Scuole e, al loro interno,
tra Dipartimenti. A nostro parere, il “flusso decisionale” per l’allocazione di tali risorse avrebbe
dovuto essere elaborato e reso noto dalla Commissione Statuto come primo provvedimento di
tutto il processo di riorganizzazione. È fuor di dubbio che in tale percorso NON debbano valere i
processi decisionali governati dalle semplici contrapposizioni tra maggioranza e minoranze. Sono
necessarie regole basate su criteri oggettivi, che debbono in primis salvaguardare la possibilità di
coprire gli insegnamenti “fondamentali” (= in regolamento) dei Corsi di Laurea ritenuti
imprescindibili (che dovranno essere individuati da parte delle Strutture di secondo livello e/o dal
Senato Accademico). Non è superfluo richiamare anche il concetto che gli insegnamenti universitari
non vanno “svenduti” al primo offerente (professionisti, dipendenti di altri Enti, ecc.). Poiché in
molte aree i Corsi sono inter-dipartimentali, la maggior parte dei docenti insegna in più Corsi e
alcuni settori sono impegnati in Corsi presenti in più di una struttura di secondo livello, il numero di
docenti minimo per le necessità didattiche imprescindibili deve essere valutato necessariamente a
un livello superiore a quello delle Scuole. A titolo esemplificativo, rimandiamo a uno scritto di
Marina Marini pubblicato su “La Riforma della Scuola”,
http://www.riformadellascuola.blogspot.com/. Una volta assicurato un minimo di docenti per la
didattica, si possono, anzi si devono, prendere in considerazione altri fattori (sviluppo scientifico di
un settore, IF dell’area di riferimento, necessità gestionali, servizio nel SSN, ecc.). Per tali aspetti si
può dar spazio alla programmazione dipartimentale e di Scuola, che però dovrebbe essere sempre
basata su criteri trasparenti, condivisi ed enunciati a priori: anche questo concetto deve essere in
qualche modo presente in Statuto.
A supporto di 3) – In questa precisa fase storica, è importante più che mai porsi l’obiettivo di
un’estensione reale della partecipazione democratica alle scelte che saranno operate dall’Ateneo. La
Legge 240/10 non impedisce di prevedere istituti di democrazia partecipativa nell’autogoverno
dell’Ateneo. Come punto di riferimento si potrebbe riprendere ad esempio lo Statuto dell’Università
di Roma “La Sapienza”, che contempla esplicitamente forme di partecipazione “popolare” all’Art.
1, comma 12: “La Sapienza promuove e favorisce la partecipazione di tutte le componenti
costitutive della comunità anche attraverso forme di partecipazione, di consultazione e di
presentazione di istanze e proposte, definite attraverso un apposito regolamento approvato dal
Senato Accademico e dal Consiglio di Amministrazione per le rispettive competenze”.
A nostro avviso è indispensabile prevedere la messa a punto da parte del Senato Accademico di un
Piano di programmazione e sviluppo pluriennale dell’Ateneo (su base quinque-decennale), in
primis in materia di didattica e di ricerca, che fissi percorsi credibili a fronte di risultati
comprovabili. Il Piano, analogamente a quanto avviene ora per il Piano Strategico, costituirà il
documento fondamentale di programmazione atto a delineare la missione, gli indirizzi strategici e
gli obiettivi dell’Ateneo. Nella fase della sua predisposizione, il Piano dovrà essere aperto al
contributo reale di tutte le componenti della comunità universitaria. Infatti il Piano, per vedere
realizzati i propri obiettivi, deve divenire volontà diffusa e occorre quindi che la sua attuazione
possa contare sulla disponibilità di tutti. A questo fine dovranno essere messi a punto meccanismi di
formazione del consenso anche di tipo bottom-up. Si potrebbe ad esempio prevedere una procedura
per la quale una mozione si formi attraverso una libera raccolta di adesioni, e venga messa
automaticamente al vaglio degli Organi Accademici al raggiungimento di un quorum
predeterminato. Questa modalità potrebbe raccogliere quelle idee che, se pure in sé dai più
condivise, non nascano all’interno di una struttura predefinita come può essere un Dipartimento o
una Scuola. E’ infatti nostro preciso compito non solo elaborare e trasmettere cultura per il presente,
ma anticipare e orientare quesiti, bisogni e valori inediti, per i quali non disponiamo ancora né di
strategie sicure né di indicatori condivisi. A maggior ragione un percorso di questo tipo è
indispensabile per un Ateneo come quello di Bologna, che da sempre ambisce a caratterizzarsi come
un’istituzione aperta al dialogo, sia al proprio interno sia verso l’esterno, e a perseguire le proprie
finalità facendo riferimento ai valori dell’autonomia, del rispetto delle diversità e della
responsabilità sociale. Il Piano di programmazione e sviluppo pluriennale, una volta approvato dal
Senato Accademico, dovrà essere oggetto di periodiche verifiche pubbliche, da realizzarsi ogni
semestre attraverso l’indizione vincolante di Assemblee di Ateneo, per fare il punto sullo stato di
avanzamento, sui risultati già conseguiti e sugli obiettivi ancora da raggiungere.
Un altro importante istituto di democrazia partecipativa da inserire in Statuto potrebbe essere quello
del Bilancio sociale, ovvero una forma di rendicontazione sociale partecipata che permette una
valutazione del rapporto fra risorse umane e finanziarie, da una parte, e obiettivi e fini istituzionali,
dall’altra. A questo riguardo, sempre nello Statuto dell’Università di Roma “La Sapienza”, è
previsto all’Art. 15 l’obbligo per il Consiglio di Amministrazione di redigere “un documento
annuale di bilancio sociale per informare tutta la comunità e i suoi interlocutori sulle scelte
operate, le attività svolte e i servizi resi, dando conto delle risorse a tal fine utilizzate rispetto
alle finalità istituzionali”.
A supporto di 4) - Qualora, contestualmente al rilascio in pubblico della bozza integrale del nuovo
Statuto, il Magnifico Rettore non fosse in grado di anticipare le Linee Guida di tutti i Regolamenti
specifici di Ateneo da adottare obbligatoriamente ai sensi della Legge 240/10 e non ancora presi in
esame dagli Organi, andrà stabilito che i Regolamenti in questione siano elaborati da Commissioni
designate dal Senato Accademico e rappresentative di tutte le componenti della comunità
universitaria. Le Commissioni, nell’ambito dell’attività istruttoria, dovranno svolgere audizioni con
delegazioni che parlino a nome di componenti universitarie (docenti e ricercatori, personale tecnicoamministrativo,
studenti), aree, soggetti territoriali, associazioni e organizzazioni sindacali.
A supporto di 5) – La Legge 240/10 consente agli Atenei di federarsi a Istituzioni di ricerca, come
IRCS, Tecnopoli, ecc. Tali operazioni potrebbero essere vantaggiose per l’Università al fine di
reperire risorse per la ricerca, ma si intravvede il potenziale pericolo di impegnare le poche risorse
dell’Ateneo in pochi progetti che interessano solo poche aree e, nell’ambito di tali aree, un’esigua
minoranza. Tali federazioni vanno quindi attentamente vagliate e si deve evitare che prevalgano
scelte “di cassetta” e che si determinino meccanismi di iniquità. Sembra ragionevole che il Senato
sia non solo investito nelle decisioni strategiche di tipo generale, ma sia anche informato e/o
governi i dettagli degli impegni finanziari che l’Ateneo potrebbe assumere.
Per quanto riguarda i finanziamenti della ricerca va sottolineato il pericolo che l’Ateneo,
proseguendo nella linea iniziata dal precedente Rettore Calzolari, spinga in maniera eccessiva
l’acceleratore verso i mega-progetti (europei e non solo). Questi ultimi, infatti, non possono in ogni
caso interessare che una minoranza esigua di ricercatori, poiché le probabilità di successo delle candidature, per quanto possano crescere, restano a questo livello comunque molto basse. Maggiore
attenzione andrebbe riservata alle modalità di finanziamento di taglia medio-piccola o piccola (non
da intendersi come sinonimo di “distribuzione a pioggia”), in quanto consentono di condurre quel
tipo di ricerca “diffusa” che rappresenta un fattore fondamentale, anche ai fini della creazione di un
ambiente favorevole allo sviluppo di progetti più impegnativi, e non richiedono (a differenza dei
mega-progetti) una programmazione “a priori” su progetti elaborati con anni di anticipo. A questo
proposito sarebbe utile svolgere un’indagine tra i docenti/ricercatori per capire quale sia il loro
orientamento, incrociando poi le risposte ottenute con i profili contenuti nell’Osservatorio della
Ricerca di ciascuno.