Il giustiziere dell’ANVUR

agosto 3rd, 2012 by calogero m cammalleri


Egregio Presidente Fantoni,

non le è sicuramente sfuggito quanto pubblicato da Giovanni Federico, nominato dall’ANVUR esperto valutatore delle riviste dell’area 13, in un messaggio apparso il 20 luglio 2012 alle ore 19:20 sul blog di “Noise from Amerika” (http://noisefromamerika.org/c/6596/89405); ne riportiamo per brevità un passo significativo:

« [...] lasciamo che gli ordinari vecchi vadano in pensione, facciamo mobbing su quelli giovanima mediocri o peggio per farli andare in pensione (p.es. tagliamoli fuori dalle commissioni di concorsoe facciamone degli zombies). Quando poi i nostri colleghi avranno imparato ed il clima sarà cambiato, allora i soldi saranno ben spesi. In questo processo ci saranno delle ingiustizie? Purtroppo si, ma sempre meno di quelle che ci sono state finora con il sistema baronale tradizionale. Ci vorrà tempo? Certo, e tanto più quanto più quelli bravi, internazionali etc. si schiereranno con la maggioranza dei cialtroni e mediocriperché colleghi (e per pregiudizi politici contro la Gelmini)».

Non intendiamo ovviamente replicare a ciò che ragionevolmente potrebbe definirsi solo come delirio di un invasato: una slavina di insulti gratuiti che non meritano replica. Il punto è un altro e ben più importante.

Toni, contenuti e metodi sono quelli di un crociato (e così gli riconosciamo pure le buone intenzioni); ma le crociate – anche personali – sono fondativamente incompatibili con l’equilibrio e l’imparzialità richieste dal ruolo che svolge per l’ANVUR. Un proclama che svela in modo patente il travisamento del ruolo tecnico e imparziale di qualunque valutatore, che deve essereequo e soprattutto scevro da ideologie.

Non chiediamo le scuse, né altra formale abiura o presa di distanza. L’unico atto riparatorio sarà la rimozione di Giovanni Federico illico et immediate.

Sicuri di interpretare altresi il sentimento dei colleghi ricercatori e ordinari, le inviamo i nostri saluti.

Il presidente nazionale Co.N.P.Ass.


_________________________________________

(Prof. Calogero Massimo Cammalleri)

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Palermo – Roma, lì Tuesday, July 31, 2012.

Al Presidente dell’ANVUR

prof. Stefano Fantoni stefano.fantoni@anvur.org

e p.c.

Al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca,

prof. Francesco Profumo francesco.profumo@polito.it

Al Presidente del CUN

prof. Andrea Lenzi andrea.lenzi@uniroma1.it

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

Mozione all’ANVUR (prima che sia troppo tardi)

luglio 19th, 2012 by MauMat


Spett.le Direttivo dell’ ANVUR,

il Direttivo Nazionale del Coordinamento Nazionale dei Professori Associati (CoNPAss) intende evidenziare, con riferimento alle procedure per l’abilitazione nazionale, alcune delle numerose aporie e contraddizioni presenti negli ultimi documenti da Voi diffusi. Auspichiamo che queste vengano risolte prima dell’avvio delle procedure, così evitando i numerosi ricorsi che altrimenti verrebbero inevitabilmente avviati da numerosi docenti e ai quali il CoNPAss non si asterrebbe dal dare tutto il proprio sostegno, anche in termini di assistenza legale.

Trascuriamo in questa fase una compiuta analisi dell’irragionevolezza dei contenuti del DM 76, che prevede come condizione necessaria (salvo deroghe da parte delle Commissioni, che in ogni caso non potranno che essere ulteriormente restrittive) per il conseguimento dell’abilitazione nazionale il superamento dei valori mediani di alcuni indicatori, calcolati sui docenti della fascia per la quale si concorre. Tale scelta, proposta dall’ANVUR e fatta propria dal ministro, introduce l’irragionevole ed illegittimo principio secondo cui per accedere ad una fascia sono richiesti requisiti che, per definizione, non sono posseduti da metà dei docenti che a quella fascia appartengono. Non comprendiamo come, Voi prima, ed il ministro poi, abbiate potuto trascurare l’evidente incostituzionalità di tale previsione.

Ciò che in questa sede il CoNPAss ritiene opportuno esprimere a codesto Direttivo sono le proprie forti preoccupazioni su alcuni aspetti della procedura conseguenti ai Vostri recenti pronunciamenti, che rischiano di creare una situazione che, se non sanata, sarebbe destinata a vanificare tutto il lavoro svolto fino ad ora. Ci soffermiamo in particolare sulle incongruenze relative ai settori “bibliometrici”, essendo già state sollevate da più parti rilevanti critiche alle procedure previste nelle aree umanistiche. Nelle indicazioni fornite attraverso il sito web istituzionale dell’ANVUR si annidano infatti varie incongruenze, e alcune scelte in palese difformità con il DM 76:

1) come avete recentemente dichiarato, l’età accademica verrà calcolata considerando il più antico articolo presente SIA nel database CINECA SIA in una delle banche dati (WoS o SCOPUS). In questa scelta è già contenuta più di una violazione del dettato del DM 76, che faceva riferimento, per il calcolo dell’età accademica, alla prima pubblicazione scientifica, così definita senza ulteriori specificazioni. Il doppio vincolo da voi introdotto (presenza nel database CINECA E nelle banche dati internazionali) determina una evidente riduzione delle età accademiche, con conseguente incremento dei valori delle mediane. E’ ovvio infatti che in diversi casi si avranno età accademiche decisamente minori rispetto alla stesa immissione in ruolo dei corrispondenti docenti. Un professore ordinario con 45 anni di anzianità di servizio in ruolo e la cui prima pubblicazione presente nelle banche dati internazionali risalga, ad esempio, al 1997, avrà quindi un’età accademica di soli 15 anni? E questo, anche al di là dell’evidente irragionevolezza, Vi appare coerente con il dettato del DM 76? Non siamo certi che i giudici amministrativi che fossero investiti della questione (e lo saranno certamente, se non intervenite tempestivamente a correggere la procedura) concorderanno con la scelta da Voi adottata.

2) sebbene il DM 76 indicasse chiaramente come uno dei parametri l’h-index normalizzato per età accademica (definita come il numero di anni trascorsi dalla prima pubblicazione) e la Vostra Delibera 50 confermasse questa determinazione, adesso dichiarate che farete riferimento ad un parametro diverso, che dichiarate essere coerente “nello spirito e nel testo” con il DM 76. Si tratta del “contemporary h-index, la cui differenza dall’h-index normalizzato per età accademica è evidente a tutti (e certamente anche a Voi). La normalizzazione del numero delle citazioni per il numero di anni dell’articolo (quella che chiamate, con indubbia fantasia, l’età accademica dell’articolo) non ha infatti nulla a che vedere con la normalizzazione per età accademica (DEL DOCENTE!) dell’h-index. Al di là del fatto che il parametro utilizzato sia in sè migliore o peggiore rispetto all’M-index, non è pensabile che un decreto ministeriale possa essere superato da una Vostra autonoma determinazione, da quello assolutamente difforme. Inoltre, sulla base di alcune simulazioni realizzate dal CoNPAss, il numero di docenti per i quali si ha il superamento del valore mediano del m-index della fascia superiore, ma non di quello relativo al contemporary h-index, è assai elevato. Docenti che si vedrebbero privare di un possibile avanzamento di carriera sulla base di una determinazione del direttivo dell’ANVUR difforme dal decreto ministeriale, e che quindi, inevitabilmente, avvierebbero numerosi conseguenti ricorsi.

Il CoNPAss ha il massimo interesse che le procedure di abilitazione possano avviarsi rapidamente, essendo ormai notevolissimi e non più accettabili i ritardi accumulatisi rispetto alle previsioni della L. 240. Tuttavia, realizzare i concorsi in queste condizioni porgerebbe su un piatto d’argento una pletora di motivi di ricorso a chi non ne fosse premiato, mettendo a rischio, e posticipando ulteriormente, e scandalosamente, quel minimo di ricambio e di opportunità di carriera che è sopravvissuto alle drammatiche e miopi “griffate” degli ultimi ministri dell’Università.

Ci auguriamo quindi un Vostro tempestivo intervento per superare le nuove cause di illegittimità delle procedure che le Vostre scelte stanno introducendo, auspicando nel frattempo un altrettanto tempestivo intervento del ministero per risolvere i numerosi ulteriori vizi di legittimità del DM 76. In assenza di ciò l’ANVUR, insieme al ministro che ha inopinatamente accolto le proposte da Voi formulate, porterà tutte le responsabilità conseguenti al blocco delle procedure che si dovessero determinare.

Rating 4.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

Comunicato per la manifestazione del 15 ottobre

ottobre 14th, 2011 by MauMat


 

Chi è in debito e chi è in credito

Il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati partecipa all’indignazione del 15 ottobre.

I connotati di grande respiro internazionale e di vasta partecipazione giovanile sono elementi importanti, che possono aprirsi a sviluppi nuovi e promettenti, in contrasto con le prevalenti tesi dominanti, che ripropongono all’infinito ricette neoliberiste, assumendo le regole di mercato, così come esse stesse le hanno definite, come assiomi incontrovertibili. Cercano così la medicina all’interno della malattia, cioè il rimedio entro il male. Di tali ricette ci sentiamo volentieri di fare a meno; mai come in questo caso si dovrebbe dire: medice, cura te ipsum.

All’affermazione dei nostri giovani: “Il debito non l’abbiamo fatto noi” vogliamo replicare che sicuramente non l’abbiamo fatto neanche noi, poiché operiamo in un Paese che è, tra i Paesi OCSE, agli ultimi posti per le spese per L’Università e la ricerca e per la scuola. Ma vorremmo fare un passo in più. Non solo riteniamo che i giovani non siano in debito; da quanto sopra, vogliamo aggiungere che essi sono in credito; in credito, proprio per quanto s’è detto, almeno di tutto quanto avrebbe dovuto essere investito su di loro, ed è stato a loro sottratto.

Il mondo della cultura è il primo che paga il conto delle situazioni difficili, è quello i cui tagli danno effetti meno appariscenti, nell’immediato, ma i guasti più profondi per un avvenire indeterminatamente lungo. Cioè, per citare uno slogan diffuso, nel rubare il futuro.

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

Comprendere la crisi, pretendere democrazia

ottobre 12th, 2011 by MauMat


 

Appello per le lezioni sulla crisi e i referendum sugli statuti in tutte le università.

 

Un nuovo anno accademico sta per iniziare, l’università che si presenta agli occhi di quegli studenti che per la prima volta varcano le porte dei nostri Atenei è un luogo sempre più svuotato delle sue funzioni principali, dove la stessa ragione sociale della sua esistenza, la possibilità di sviluppare una didattica di qualità e aperta a tutti e una ricerca libera, viene messa in discussione.

 

 

L’applicazione della riforma Gelmini e i tagli di Tremonti delineano un processo di distruzione dell’università pubblica, di precarizzazione estrema della ricerca, di smantellamento del diritto allo studio. Il piano ormai chiaro – e in larga misura condiviso in maniera bipartisan – è creare un sistema di “eccellenza” blindato, caratterizzato da numero chiuso e didattica non retribuita, le cui anime siano lo sfruttamento del lavoro intellettuale, sia esso fornito da personale precario o di ruolo, e la competizione. Il blocco delle carriere e del reclutamento, l’espulsione di migliaia di precari dalle università, l’accentramento dei poteri decisionali nelle oligarchie baronali sta riducendo gli spazi di democrazia negli atenei, tutto questo mentre il numero degli iscritti all’università è in costante ribasso, il diritto allo studio vuole essere trasformato in un sistema di prestiti d’onore caratterizzato dall’indebitamento precoce, gli economisti studiano ricette sempre nuove per scaricare il finanziamento pubblico all’università sugli studenti chiedendo loro di pagare rette di 10.000 euro l’anno, e il mercato del lavoro è un deserto di precarietà.

A questo processo i Rettori collaborano alacremente: a luglio la Conferenza dei Rettori (Crui) ha chiesto al ministro Gelmini la libertà di alzare indiscriminatamente le tasse agli studenti, rimuovendo il vincolo che impone un tetto massimo pari al 20% del finanziamento statale, di poter superare la stessa Legge 240 per utilizzare gratuitamente i ricercatori di ruolo per la didattica, di eliminare il limite di 40.000 euro di reddito annuo ai lavoratori autonomi al fine di offrire contratti di insegnamento gratuito ai ricercatori precari.

Contro tutto questo l’anno scorso noi studenti, dottorandi, ricercatori, professori, precari e strutturati ci siamo opposti con forti mobilitazioni dentro e fuori gli atenei, salendo sui tetti, occupando monumenti, rendendoci indisponibili, gridandolo nelle strade delle nostre città. In piazza c’erano soprattutto due generazioni: dai ventenni ai quarantenni, le stesse generazioni che sono da tempo estromesse dalla società e dalla politica italiane.

Riconosciamo come l’attacco all’università pubblica non sia un fatto isolato, ma al contrario inserito all’interno del contesto di crisi economica, sociale e democratica che le nostre generazioni stanno vivendo.

Una crisi che mette in luce come l’attuale modello di sviluppo economico abbia come sola guida la ricerca del profitto e come orizzonte temporale l’apertura e la chiusura dei mercati finanziari. In questi mesi stiamo assistendo alle catastrofiche conseguenze di politiche economiche iperliberiste fondate su una competizione senza limiti né regole, che si traducono in sfruttamento indiscriminato: crisi ambientale ed energetica, esaurimento delle risorse naturali e alimentari, impoverimento della solidarietà sociale, mercificazione dei diritti fondamentali, strapotere di banchieri e finanzieri e speculatori, povertà, disoccupazione e precarietà sono solo alcuni di questi aspetti.

Parliamo di un modello di potere basato sulla speculazione e sulla ricchezza di pochi e non sul benessere di tutti. Come un Robin Hood al contrario, invocano l’eliminazione di diritti e libertà ai deboli per garantire ricchezze e potere ai forti. È lo stesso modello di sviluppo occidentale che entra in crisi, cercando disperatamente di salvarsi a spese dei paesi emergenti e nello stesso tempo spingendoli a fare gli stessi errori.

Noi non vogliamo rassegnarci a questa crisi né accettare passivamente quello che le banche centrali, le agenzie di rating, i grandi istituti di credito internazionale vogliono imporre a tutti i cittadini senza alcun controllo.

In questa grave crisi il mondo della conoscenza ha il dovere di parlare con la società tutta e di aprire un dibattito collettivo, condividendo gli strumenti per capire cosa sta realmente avvenendo dietro la cortina fumogena dell’informazione pilotata e delle ricette degli economisti ultraliberisti, per fornire una lettura diversa e provare a suggerire soluzioni alternative.

Proponiamo quindi al mondo della conoscenza di andare a parlare della crisi non solo nelle università, ma anche nelle piazze nei giorni dal 10 al 14 Ottobre, precedenti la Manifestazione “United for Global Change” del 15 ottobre a Roma. Crediamo che questo modello di crescita senza limiti sia giunto al capolinea e stia divorando se stesso: è venuto il momento di usare la conoscenza come bene comune volto ad inventare nuovi modelli di vita che utilizzino i saperi e l’intelligenza collettiva per la valorizzazione della persona in tutte le sue forme.

In questa settimana di lezioni in piazza vogliamo non solo parlare della crisi nei suoi vari aspetti, ma anche continuare un processo partecipato di discussione in cui ribadire che la conoscenza è uno scambio che non conosce divisioni categoriali e che non può quindi rimanere confinato entro le mura di un’istituzione, ma deve vivere nella società, nelle strade e nelle piazze.

Ma la crisi economica non è solo questione di numeri. Lo diciamo dal 2008, dall’inizio del palesarsi della crisi: la crisi economica è prima di tutto crisi democratica. In questi anni abbiamo assistito  ad una riduzione degli spazi di discussione, di critica, di dissenso. La crisi è stato il pretesto per cancellare la democrazia dai luoghi di lavoro, dalle università, dalle piazze. Dai NO dei lavoratori di Pomigliano e Mirafiori ai referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua e contro il nucleare, il tentativo di riprendersi la parola, di riappropriarsi della possibilità di decidere, portato avanti da chi subisce un attacco ai propri diritti, è stato il filo conduttore che ha unito le tante lotte dello scorso anno.

Durante il corso dell’autunno porteremo questo modello di democrazia partecipata dentro gli atenei. Organizzeremo referendum autogestiti, come già è avvenuto a Bologna, Torino, Milano e Perugia per consentire a tutti coloro che vivono nelle università di esprimersi sulle riforme statutarie che negli ultimi mesi stanno coinvolgendo gli atenei italiani. Crediamo che tutti, dal personale di servizio al ricercatore precario, dallo studente al professore abbiano il diritto di esprimere le loro opinioni sugli statuti del Ministro Gelmini, perché la conoscenza non può essere normata dall’alto da un rettore-manager, ma deve darsi un’organizzazione condivisa, secondo modalità che consentano di decidere insieme di quale tipo di università e di conoscenza abbiamo bisogno.

Noi non partiamo da zero. Vogliamo ripartire da un’altra università, quella che ha affermato la propria determinazione etica nelle mobilitazioni dello scorso autunno, trasformando l’intelligenza collettiva in un processo partecipato di creazione sociale e politica da cui parta il mondo che vogliamo. Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento a partecipare a tutte le iniziative che abbiamo intenzione di organizzare perché crediamo che solo ripartendo dal mondo della conoscenza e ripubblicizzando i saperi si possa creare un’alternativa a questo modello di non-sviluppo economico e sociale.

 

CoNPAss – Coordinamento Nazionale Professori Associati

CPU – Coordinamento Precari Università

LINK – Coordinamento Universitario

Rete 29 Aprile – Ricercatori per un’Università libera, pubblica e aperta.

Rating 3.00 out of 5
[?]
Creare PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

I finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo

ottobre 9th, 2011 by MauMat


Armando Carravetta – Federico II

Corriere della Sera, 7 ottobre 2011

Gli articoli di Giovanni Caprara (Corriere, 30 agosto) e Edoardo Segantini
(Corriere, 9 settembre) offrono spunti di grande interesse per comprendere i
limiti del nostro Paese nel campo dell'innovazione tecnologica. In maniera
condivisibile, i due articoli individuano nella carenza di investimenti pubblici
in ricerca e sviluppo la causa prima della scarsa competitività dei nostri
ricercatori in campo internazionale. In assenza del volano garantito dal
finanziamento pubblico, il mondo della ricerca non può che coinvolgere il
privato, ed è giusto immaginare - come proposto da Segantini - incentivi alle
imprese che investono in ricerca e sviluppo in modo da raggiungere i livelli di
spesa delle imprese propri dei principali Paesi europei. La ricerca di base è
indispensabile nella fase di formazione dei dottorandi e dei ricercatori per il
raggiungimento di una piena maturità scientifica: non per la gloria delle
organizzazioni accademiche, ma per dare al Paese docenti preparati. Pertanto, le
due forme di finanziamento, pubblico e privato, sono da ritenersi complementari
e la seconda non può sostituirsi alla prima. Esiste una seconda chiave di
lettura per la scarsa attitudine all' innovazione tecnologica dei ricercatori
italiani. Brevettare e pubblicare sono agli antipodi. Un brevetto implica
segretezza sui risultati della ricerca fino al trasferimento del prodotto sul
mercato. Il mondo accademico italiano e il governo stesso mostrano scarso
interesse verso questo «prodotto» della ricerca: la valutazione dei docenti nei
concorsi è basata esclusivamente sul numero di pubblicazioni di ciascun
ricercatore in riviste internazionali con «impact factor». Nessuna meraviglia,
quindi, se il brevetto rimarrà un prodotto marginale della ricerca italiana.
Rating 3.00 out of 5
[?]
Stampante PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

Vota il logo!

settembre 29th, 2011 by calogero m cammalleri


[polldaddy poll=2079222]

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Download    Invia l'articolo in formato PDF   

resoconto audizione

settembre 29th, 2011 by calogero m cammalleri


Si pubblica il resoconto stenografico dell’udizione del Conpass in Senato della Repubblica.

Indagine conoscitiva sull’abolizione del valore legale del titolo di studio

Rating 3.00 out of 5
[?]
Free PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

Conpass su manovra bis e sciopero generale del 6/09/2011

settembre 5th, 2011 by calogero m cammalleri


CoNPAss manifesta viva preoccupazione per i molteplici profili di iniquita’ e di incostituzionalita’ della manovra finanziaria in discussione, considerandone i contenuti non solo inutili per il rilancio del Paese bensi’ deleteri per la tutela non solo delle fasce deboli ma della coesione sociale nel suo complesso.
Solo in apparenza questa manovra non intacca ulteriormente il gia’ stremato mondo dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca (pur collocando tra i cosiddetti “enti inutili” alcune delle maggiori istituzioni culturali nazionali): le logiche cui il provvedimento si ispira (liberismo selvaggio, privatizzazione, tutela dei grandi capitali e dei grandi evasori, scarico dei costi della crisi su famiglie e lavoro dipendente, smantellamento dei servizi e dello stato sociale, ecc.) sono le medesime che negli anni passati hanno improntato le cosiddette “riforme” di scuola e universita’, utili unicamente a mascherare (in modo maldestro) il definanziamento e la volonta’ di distruzione.
Per questo CoNPAss ritiene che sia necessario impegnarsi in prima persona in tutte le sedi e le forme previste dall’ordinamento democratico del nostro stato per opporsi alla manovra e promuovere iniziative di civilta’, progresso e equita’ sociale

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

Approvato il nuovo statuto dell’Università di Bologna

luglio 29th, 2011 by MauMat


Ora che il gallo ha cantato

Maurizio Matteuzzi – CoNPAss Bologna

(da Il Manifesto – 28 luglio 2011)

L’Alma Mater Studiorum ha un nuovo statuto. Dalla constitutio habita ne ha avuti molti. Questo è il peggiore. Scritto e voluto dai pochi, contro il sentire dei molti. Nemmeno al livello dei massimi vertici c’è stato accordo. Da oggi la comunità è meno universitas e meno societas; forse più azienda, ci auguriamo più efficiente, sicuramente meno democratica.

La prima cosa su cui giova riflettere è che, di tutti i bisogni che poteva sentire il nostro Ateneo, senza dubbio quello di dotarsi di un nuovo Statuto non aveva grande priorità; anzi, possiamo confessarcelo, non compariva proprio in elenco. D’altra parte ci hanno spiegato che Tremonti è un uomo d’onore; e anche Gelmini; e Brunetta; e Bruto, e Cassio, e Casca, e gli altri, tutti, tutti, uomini d’onore.

I trattati sulla governance, nella dinamica di gruppo, distinguono una leadership autoritaria, una leadership democratica, una leadership non direttiva. Una leadership autoritaria presenta di norma una maggiore produttività, entro una visione tayloristica; ma a patto che di produzione parcellizzata e ripetitiva si tratti; a sfavore, aumenta fortemente l’aggressività e il rispetto all’interno del gruppo. La leadership democratica, viceversa, ripaga nel lavoro creativo, a grande variabilità, e crea forte coesione entro il gruppo. Da queste poche battute si capisce che università si è voluta. E dal governo del bunga-bunga poco di diverso ci si poteva attendere. Qualcosa di più ci si aspettava dagli zelanti attuatori che ne hanno declinato la curvatura locale.

Quanto questo statuto sia poco condiviso, e sia persino inviso ai più, è già stato ampiamente provato, e sta agli atti. Ma la cosa più grave è quanto, in termini sia di risorse che di tempo, quanto ci costerà rimettere le cose a posto, e resuscitare la ricerca pubblica e la sua dignità. Perché qui purtroppo non stiamo parlando del funerale di Cesare, che la storia ha archiviato, ma di quello della democrazia nell’Università di Bologna.

La comunità scientifica è stata tradita; più volte e da più attori. E’ stata tradita prima di tutto dalla CRUI. Ai tempi del tentativo, ben meno invasivo, del ministro Moratti, i Rettori si dimisero; la pretesa riforma non passò mai completamente, per la fortuna di tutti, dall’ideale al reale; i danni indubbiamente ci furono, ma circoscritti: qualche diritto acquisto negato, ma, si sa, è prassi tutta italiana; l’introduzione di qualche elemento di confusione ulteriore; qualche promessa campata in aria, tipo i concorsi sistematici e in tempi certi ; ma, si sa, è uno stilema del nostro governo.

Riguardo alla legge Gelmini, mentre la comunità si aspettava, legittimamente e diciamo pure logicamente, una resistenza ancora più decisa, l’atteggiamento è viceversa drasticamente mutato: la CRUI, anche nelle sue componenti dichiaratamente “di sinistra”, si è mostrata prona e servile, fino al collaborazionismo dichiarato. Per quale infausta ragione i nostri Magnifici abbiano compiuto questa capriola logico/etica, resta misterioso e privo di una spiegazione razionale, in specie a voler comparare le due interlocutrici: la comparazione è così impietosa che ce ne asteniamo, per non dovere intraprendere la via dell’encomio della Moratti. La CRUI ha appoggiato il ministro Gelmini con partecipazione e impegno: il rettore dell’Università del Sannio, prof. Bencardino il 23 febbraio 2011 lo ha espresso meglio di tante parole affermando in presenza del ministro che “abbiamo collaborato per portare avanti la riforma, anche cercando di contenere le pressioni che venivano dal basso, dagli studenti, dai colleghi ricercatori. Ci siamo riusciti, la riforma è andata in porto”.

Il secondo tradimento è stato perpetrato dai politici. Si sa, la politica è l’arte del compromesso; ma altro è il compromesso, altra la menzogna eretta a sistema. Qui non c’è tanto da scandalizzarsi di quegli analfabeti prezzolati, dipendenti del partito azienda, che hanno compitato gli slogan predisposti, senza sapere bene di cosa parlassero: bisogna capirli: tengono famiglia; e, più ancora, tengono padrone. Altro è il caso di chi, come Francesco Rutelli, annuncia a chiare lettere che voterà la legge se e soltanto se saranno previste le adeguate risorse; a fine dibattito è a tutti chiaro che tali risorse, prima dimezzate, vengono alla fine espunte. E tuttavia il Nostro, fulminato dalle due paginette che la Ministro legge stentatamente in Senato, con qualche incertezza e qualche accento bizzarro, avendo colto l’aggettivo “bipartisan”, muta l’accento ed il pensier. Gelmini insomma mostrò ciò che potea la lingua nostra. Assai simile il caso dei così detti “finiani”, che prendono il problema sul serio, al punto da salire sui tetti della protesta, nelle persone di Granata e Della Vedova, e assicurare che il loro voto è condizionato alla prova del finanziamento. Ma quando appare chiaro che il finanziamento non c’è proprio, neanche nelle briciole annunciate, sono presi da un improvviso vuoto di memoria, e votano la legge: per coerenza.

Dell’atteggiamento del PD è difficile dar conto; da un lato si dovrebbe, come si fa per i grandi autori – c’è un primo Wittgenstein e un secondo Wittgenstein, si sa -, parlare di un primo PD e di un secondo PD; dall’altro, il caso è qui ancora più complesso, si dovrebbe parlare di ogni singolo membro, perché a riunire sotto una stessa denominazione idee le più diverse si ottiene forse un insieme, in senso cantoriano, ma difficilmente un partito.

Il terzo tradimento è il più grave di tutti, è quello che fa sanguinare il cuore, quello, direbbe Kierkegaard, che è una “scheggia nelle carni”. Il terzo tradimento è autoctono, ermafrodito, onanista, autoreferenziale, autarchico, autonomo, autosufficiente: è l’autotradimento. Una congerie di persone che si arrogano l’orgoglio di lavoratori della conoscenza, che si porgono come i depositari del sapere e della cultura, che si sentono e si dicono paladini e custodi della ricerca scientifica, del vero sapere, e dunque dei valori i più nobili dell’umanità, questa congerie e non altra tu la vedi correre dietro una bandiera, come gli ignavi del terzo canto: non sono contenti, ma non si oppongono; non condividono, ma si industriano a scrivere statuti e regolamenti; parlano di merito, e hanno le carriere e persino l’anzianità bloccata; e corrono, corrono, nudi, punti dalle vespe, dietro un’insegna vuota. Vivono sanza infamia e sanza lodo; ma vivono?

Che dire? Meglio affidarsi al Poeta: la loro cieca vita è tanto bassa che dovrebbero invidiar ogn’altra sorte. Ma purtroppo non ne possiamo mutuare le conclusioni: non possiamo dire ai nostri allievi, ai nostri collaboratori più giovani, ai nostri studenti: “non ti curar di lor, ma guarda e passa”; per andare dove, colleghi? All’inferno ci siamo già.

 

 

 

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

Si è formalmente costituito il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati

luglio 16th, 2011 by MauMat


Riunione nazionale CoNPAss, Palermo, 7-8 luglio 2011 Costituzione del CoNPAss

Erano presenti alla firma dell’atto costitutivo 25 persone, in rappresentanza di 8 atenei (Seconda Università di Napoli,

Trieste, Indubria, Bologna, Milano, Napoli Federico II, Salerno, Palermo). Aggiungendo le deleghe, siamo arrivati a 80 soci fondatori, in rappresentanza di 17 atenei. Abbiamo proceduto ad nominare il presidente, il tesoriere e il segretario dell’associazione. Presidente: Calogero Cammalleri (Palermo) Tesoriere: Valeria Militello (Palermo) Segretario: Adriana Brancaccio (Seconda Univ. Napoli) Il presidente ha nominato i vicepresidenti: Emma Buondonno (Napoli, Federico II), Enrico Napoli (Palermo). Per il comitato direttivo si è cercato di avere la più ampia distribuzione geografica possibile. Sono nel comitato direttivo: Armando Carravetta, Delia Picone (Napoli Federico II); Rossella Capozzi, Maurizio Matteuzzi (Bologna); Giorgio Pastore (Trieste); Paolo Piseri (Milano); Brunello Mantelli (Torino); Petronia Carillo (Napoli Seconda Univ.), Marco Cosentino (Insubria); Renata Savy (Salerno); Giovanni Azzena (Sassari). Tutti i soci fondatori, presenti o per delega, hanno versato una quota associativa iniziale di 100 Euro. Si è deciso che la quota di iscrizione una tantum sia di 5 euro, mentre la quota associativa annuale sarà di 20 euro.

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

Sede di Bologna – Assemblea di Ateneo sullo statuto

maggio 24th, 2011 by MauMat


Il 23 maggio si è tenuta una assemblea di Ateneo promossa dall’intersindacale, cui aderisce CoNPAss.

Di seguito l’intervento del giurista Giulio Ghetti sulla bozza del nuovo statuto

 

Introduzione tecnico giuridica

 

La bozza di statuto che stata presentata richiama alla memoria la famosa frase di Gino Bartali: gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare !

Vediamo sinteticamente il perché, tralasciando il particolare non minore che lo statuto di un ente strumentale come è l’università non è altro che un atto a contenuto generale, nel quale l’ente pone i principi generali della propria autonomia organizzativa la quale a sua volta è limitata dall’ordinamento statale e dal fatto che non si accompagna ad una autonomia finanziaria in quanto l’università è un tipico ente a finanza derivata: e chi non vive di proprie fonti di entrata non può certo dirsi libero e autonomo: si tratta dunque di una autonomia concessa e solo per aspetti e materie.

Detto questo, tolta ogni sacralità all’atto statutario, vediamo cosa è poco o nulla convincente.

E’ vero che siamo di fronte ad una legge, la cosiddetta Riforma Gelmini, che ha per fine quello di innovare su di un sistema che è il frutto di stratificazioni successive dovute a varie leggi pure di riforma, ognuna delle quali ha dato proprie interpretazioni generali e in larga parte simili nella definizione dei princìpi (ad esempio, cosa è l’università, cosa è la ricerca, cosa è la didattica, e via dicendo), ma poi non ha potuto modificare dalle fondamenta il sistema previgente.

Va anche rilevato che mai si è trattato – e neppure la Riforma Gelmini lo è – di riforme che abbiano saputo precorrere i tempi rapidi della vita di oggi e disegnare e indirizzare a un futuro diverso da quello in essere in quel momento storico, e che – come ho detto – era il risultato di stratificazioni e di rigidità precedenti.

Tutte queste leggi hanno però avuto il buon senso di salvare un dato fondamentale: essere l’università una communitas nella quale vige il principio della democraticità delle scelte e della rappresentatività, se pure in varia misura, delle varie categorie che in questa communitas operano o della quale utilizzano le prestazioni amministrative o, se si vuole, il servizio reso al pubblico.

Quando la democraticità è venuta meno, anche solo in parte, è stata la stessa communitas a ribellarsi (o a cercare di ribellarsi): prova ne sia la lotta ai baronati e ai baroni ben più efficacemente condotta all’interno delle università che dall’esterno.

Se si è d’accordo che ciò è vero e che questo deve essere, allora il criterio della democraticità deve essere assunto a elemento fondante del sistema e perciò dello statuto di ogni ateneo; allora si deve riconoscere che nella bozza di statuto di cui oggi discutiamo tale pietra di costruzione non vi è o vi è soltanto in piccola parte.

Tra le prime affermazioni di principio della bozza vi è quella secondo cui il Rettore non soltanto è il legale rappresentante dell’ateneo, ma rappresenta anche l’istituzione: dunque vi è un fenomeno di immedesimazione che non può essere trascurato, tanto più che si tratta di una scelta di fondo che poi si sviluppa nella bozza: il Rettore incarna l’istituzione, dunque non è più un primus inter pares, con il che logicamente ogni democraticità delle scelte viene quasi esclusivamente relegata al momento della sua elezione.

Se il Rettore rappresenta, è l’istituzione stessa, se si accetta questo, allora si accetta anche tutto il sistema centralistico e ben poco democratico che la bozza propone: le nomine e le designazioni che spettano al Rettore sono numerosissime e spesso di numero determinante rispetto al plenum dell’organo deliberante (si pensi al meccanismo per la formazione del Consiglio di amministrazione, e cioè dell’organo che deve vigilare e dettare istruzioni per l’amministrazione), e sono rafforzate da un sistema – anche esso scarsamente democratico – di elezioni indirette (cioè di 2° grado) attraverso le quali si formano gli organi deliberativi di vario livello e di varia sede.

Oggi si parla spesso – e in varie sedi si cerca di attuare – una democrazia diretta la cui realizzazione è facilitata dalle presenza di risorse informatiche e da software che aprono il mondo dei social networks: in un ente come l’Ateneo di Bologna nel quale la diffusione del mezzo informatico è notevolissima, spesso addirittura ridondante, ancor meno si comprende ed è accettabile questo accentramento verticistico e quasi gerarchico.

Porto un esempio, ancora una volta quello del Consiglio di amministrazione: al di là del numero dei componenti e della loro provenienza e competenza, ci si dica quale è la ratio del sistema che viene proposto per arrivare alla scelta e composizione di esso; in altre parole ci venga spiegato perché l’organo non poteva essere direttamente eletto dalla communitas.

La riprova che tutto il modello organizzativo che viene proposto è scarsamente, poco o nulla democratico, si ha nella moltiplicazione degli organi con poteri solo consultivi, e neppure propositivi: evidentemente chi ha redatto la bozza ha in qualche misura questo deficit di democraticità, dunque di rappresentatività, ed ha pensato di porvi rimedio istituendo organi consultivi nuovi rispetto a quelli tradizionali, ma guardandosi bene dal prevedere pareri che, per la loro natura in varia misura vincolante, possano effettivamente incidere nelle scelte che in modo centralistico verranno deliberate e perseguite.

Questa è, a mio parere, la prima critica che si può muovere contro questa bozza, la quale essa stessa è nata nel chiuso delle stanze e non è stata il frutto di una vera partecipazione democratica al processo di elaborazione.

Quale sarà il risultato probabile ?

Sarà quello di un Ateneo chiuso in se stesso, che è del mondo ma non è nel mondo – per usare un frase che mi si dice essere stata usata in altra occasione dall’attuale Rettore.

Questo conclusione – perché di conclusione si tratta, non di una semplice sensazione – trova conferma nella debolezza con la quale la proposta di statuto tocca altri temi, e sui quali non prende posizione.

Un esempio fra i tanti: si riafferma – ed è persino superfluo – che l’università è il luogo della ricerca e della didattica, ma nulla si dice circa il tipo di ricerca che viene privilegiato: quella pura o di base ? quella finalizzata allo sviluppo ? e a che tipo d sviluppo, quello voluto da un mondo economico spesso dominato da principi ben poco solidaristici, ma in cui dominano solo le ragioni del mercato ?

E nulla si dice circa le finalità della didattica: si vogliono formare specialisti chiusi nel loro piccolo universo ? si vogliono formare generalists capaci di muoversi in un mondo complesso e in continua evoluzione ? che spazio avrà la didattica essa medesima pura, rivolta principalmente allo sviluppo culturale attraverso il quale si può raggiungere quel “pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini alla vita “ del Paese, come indica l’art. 3 della Costituzione ?

Questa timidezza che sconfina con la non-scelta , questo essere del mondo ma non nel mondo, risulta palese anche laddove la bozza cerca di disegnare il rapporto con il mondo esterno, con la società civile, con il mondo del lavoro, con le altre istituzioni pubbliche e private: l’Ateneo non si dà nessun compito propulsivo e quando ci viene proposto un qualche rapporto esso si sostanzia nella scelta di strumenti burocratici, che in tutti questi anni hanno dato ben scarsi risultati: mi riferisco agli accordi di programma ai quali ci si prefigge di partecipare (si noti: di partecipare, non di promuovere)

Ma se deve prevalere una scelta di tipo burocratico, dunque etimologicamente di potere del bureau sia esso quello degli Organi di Governo che quello dei funzionari, almeno venisse chiarito quale sia il processo di decision making, il percorso attraverso il quale le decisioni vengono prese in questo sistema di potere centralistico e centralizzato. E ce lo si dica con chiarezza visto che nell’ordinamento legislativo italiano sul procedimento amministrativo viene dato largo spazio ai principi della partecipazione democratica, della possibilità di intervenire nelle scelte delle amministrazioni pubbliche, anche di quelle di erogazione di servizi, prima che le stesse siano formulate.

La disciplina del procedimento di elaborazione delle decisioni, almeno a livello dei principi generali, è anche essa una grande assente da questa bozza.

La tecnica della non-scelta si ha anche nella sistemazione razionale dell’esperienza romagnola, caoticamente nata e sviluppatasi: e lo si percepisce fin dalle parole che vengono utilizzate. Infatti talora si parla di “policentrismo”, talaltra di articolazioni, talaltra ancora di campus, e a questa confusione di significati si accompagna la mancanza di un disegno organizzativo nitido.

Sempre non-scelta si ha laddove si parla di Scuole/Facoltà, e così non si scioglie il dilemma posto al riguardo dalla legge Gelmini.

Concludo: che fare ?

Escludo che nel breve tempo rimasto per approvare lo statuto si possano apportare alla bozza le necessarie modifiche.

Vi è una sola cosa da fare, a mio parere: scegliere la strada di un vero e proprio statuto che sia veramente tale e cioè un atto di principi, nel senso che ponga solo i principi ai quali ci si vuole attenere sia quanto all’organizzazione sia quanto ai procedimenti di decisione e rinvii ai regolamenti, in primis a quello generale di Ateneo, i dettagli

Se si accetta – come si deve accettare – il principio di democraticità con il suo corollario della rappresentatività, tutto diviene più coerente e logico, più facile da realizzare anche nel poco tempo rimasto.

 

Rassegna stampa

Corriere della sera

La voce

L’informazione

 

Rating 3.00 out of 5
[?]
Creare PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

Dalla sede di Bologna – Nuovo documento sullo statuto elaborato da CoNPAss e DP

aprile 29th, 2011 by MauMat


Schema sinottico delle proposte avanzate


 

1) Sulla governance: elezione e rappresentanza di tutte le componenti in tutti gli organi

accademici.

2) Sulle aggregazioni: riportare il numero minimo di docenti necessari per un Dipartimento ai

40 di legge.

3) Sulla definizione di un Piano di programmazione e sviluppo pluriennale dell’Ateneo:

prevedere accanto ai tradizionali processi top-down anche meccanismi di determinazione

delle proposte di tipo bottom-up.

4) Sui Regolamenti di Ateneo successivi all’emanazione dello Statuto: prevedere che siano

elaborati da Commissioni designate dal Senato Accademico e rappresentative di tutte le

componenti della comunità universitaria.

5) Sulla gestione dei finanziamenti: non privilegiare troppo marcatamente i mega

finanziamenti, a scapito dei progetti di media dimensione.

 

A supporto di 1) - La posizione tanto dei Docenti Preoccupati quanto di CoNPAss (già espressa nei

precedenti documenti) è per la elettività diretta del Consiglio di Amministrazione. Al di là di ogni

argomentazione di merito, dalla quale qui si vuole per amor di sintesi prescindere, ci limitiamo a

notare che ogni alternativa costituirebbe il venire meno di un diritto storico del corpo docente.

Vogliamo qui di seguito brevemente analizzare l’ipotesi alternativa a quella da noi proposta di un

CdA non elettivo. In questo caso il Senato Accademico dovrebbe secondo noi assumersi

direttamente l’onore di individuare i candidati potenziali al CdA attraverso una sua Commissione

interna. Ci sembra invece decisamente da evitare l’ipotesi di una Commissione di saggi nominati

dal Magnifico Rettore che gestisce la call per le autocandidature. Solo la prima delle due alternative

sarebbe in grado di preservare quello che a noi pare un punto imprescindibile, e cioè l’Università

come sistema omeostatico di una comunità di studiosi, e non ente burocratico sottoposto ad un

potere monocratico. Potremmo interpretare lo spirito del nuovo assetto della governance

universitaria dicendo sinteticamente che al Senato Accademico spetta la determinazione dei fini, al

Consiglio di Amministrazione quella dei mezzi. Ne consegue che la funzione del primo si esplica in

una visione strategica dei contenuti, quella del secondo nella scelta delle modalità e delle forme di

attuazione. Al secondo pertanto spettano in definitiva le scelte operative, rispetto alle quali il

Senato, così come ridefinito, riveste un ruolo esclusivamente consultivo. Sul piano pratico, da ciò

segue che l’effettivo management risulta appannaggio del CdA. Questa scelta può apparire

funzionale dal punto di vista della efficienza e della coerenza sul piano operativo, in specie in

quanto garantisce la continuità di gestione e la coerenza dell’azione. Inoltre è stato notato che essa

evita le difficoltà e le inefficienze del sistema attuale, basato su un sostanziale “bicameralismo

simmetrico”, e una larga sovrapposizione delle funzioni tra i due organi. Ma proprio la necessità di

salvaguardare i valori così realizzati, efficienza e coerenza, impone che accanto alla designazione

del CdA, il Senato abbia altrettanto bene la facoltà di revoca rispetto allo stesso. Se si ammette che

il regno dei fini appartenga al primo, e che il secondo ne costituisca il braccio operativo, con un

concomitante aumento dei poteri, va tuttavia previsto, come in ogni sistema in grado di

autocorreggersi, che sul piano attuativo il CdA non possa allontanarsi troppo sensibilmente dal

mandato ricevuto. Negli ordinamenti di carattere “repubblicano” è un principio del tutto naturale

che chi ha la facoltà di dare un mandato abbia anche la capacità di revocarlo (si veda I. Kant, Per la

pace perpetua, Feltrinelli, pag. 59, nella traduzione di Roberto Bordiga).

 

A supporto di 2) – La Legge 240/10 indica un numero minimo di 40 membri per le nuove strutture

dipartimentali. La soglia di 50 docenti/ricercatori in ruolo al 31 ottobre 2013, stabilita a suo tempo

nelle Linee di indirizzo per la revisione statutaria redatte dalla Giunta di Ateneo, poi approvata il 30

marzo 2010 da Senato e CdA in seduta congiunta e riconfermata anche nelle slides della Commissione Statuto, è assolutamente sconsigliabile. Essa determinerà infatti ipso facto la perdita

di una reale autonomia per numerose discipline la cui appartenenza ad una qualsiasi gerarchia delle

Scienze non può essere messa in discussione. Fatta salva la specificità della situazione nei Poli

romagnoli dell’Ateneo, a nostro avviso i Dipartimenti disciplinari sono gli unici ad avere una vera

valenza ai fini della ricerca specialistica e delle conseguenti decisioni finanziarie. Qualora questi

Dipartimenti risultassero avere un numero di afferenti inferiore alla soglia critica di 40 membri, si

dovrebbero aggiungere docenti/ricercatori di discipline affini fino al raggiungimento di tale soglia,

favorendo così le sole aggregazioni “naturali” che non spezzano i SSD. Siamo convinti inoltre che i

Dipartimenti dell’Ateneo dovrebbero essere tutti dimensionati più o meno in modo simile, per poter

poi avere lo stesso “peso specifico”. Per questo motivo sarebbe auspicabile anche dare

un’indicazione circa un limite massimo di afferenti, perché esistono specifici rischi anche in

conseguenza di un’eccessiva numerosità: è facile comprendere come oltre un certo numero di

docenti/ricercatori una struttura divenga del tutto ingovernabile. Ci si arrabatterebbe, allora, tra la

via delle decisioni di corridoio, per gruppi di potere, e concomitante svuotamento di significato

della struttura stessa, da un lato, e, dall’altro, quella di fronteggiare una complessità che cresce non

linearmente ma in progressione almeno quadratica rispetto al numero delle persone coinvolte, con la

generazione di una mole ingente e indesiderata di processi di burocratizzazione.

La fase di riaggregazione dipartimentale è per i docenti/ricercatori di alcuni SSD particolarmente

problematica a causa dall’assoluta mancanza di Linee guida circa i meccanismi che a regime

regoleranno la distribuzione dei punti budget tra Dipartimenti, ovvero tra Scuole e, al loro interno,

tra Dipartimenti. A nostro parere, il “flusso decisionale” per l’allocazione di tali risorse avrebbe

dovuto essere elaborato e reso noto dalla Commissione Statuto come primo provvedimento di

tutto il processo di riorganizzazione. È fuor di dubbio che in tale percorso NON debbano valere i

processi decisionali governati dalle semplici contrapposizioni tra maggioranza e minoranze. Sono

necessarie regole basate su criteri oggettivi, che debbono in primis salvaguardare la possibilità di

coprire gli insegnamenti “fondamentali” (= in regolamento) dei Corsi di Laurea ritenuti

imprescindibili (che dovranno essere individuati da parte delle Strutture di secondo livello e/o dal

Senato Accademico). Non è superfluo richiamare anche il concetto che gli insegnamenti universitari

non vanno “svenduti” al primo offerente (professionisti, dipendenti di altri Enti, ecc.). Poiché in

molte aree i Corsi sono inter-dipartimentali, la maggior parte dei docenti insegna in più Corsi e

alcuni settori sono impegnati in Corsi presenti in più di una struttura di secondo livello, il numero di

docenti minimo per le necessità didattiche imprescindibili deve essere valutato necessariamente a

un livello superiore a quello delle Scuole. A titolo esemplificativo, rimandiamo a uno scritto di

Marina Marini pubblicato su “La Riforma della Scuola”,

http://www.riformadellascuola.blogspot.com/. Una volta assicurato un minimo di docenti per la

didattica, si possono, anzi si devono, prendere in considerazione altri fattori (sviluppo scientifico di

un settore, IF dell’area di riferimento, necessità gestionali, servizio nel SSN, ecc.). Per tali aspetti si

può dar spazio alla programmazione dipartimentale e di Scuola, che però dovrebbe essere sempre

basata su criteri trasparenti, condivisi ed enunciati a priori: anche questo concetto deve essere in

qualche modo presente in Statuto.

 

A supporto di 3) – In questa precisa fase storica, è importante più che mai porsi l’obiettivo di

un’estensione reale della partecipazione democratica alle scelte che saranno operate dall’Ateneo. La

Legge 240/10 non impedisce di prevedere istituti di democrazia partecipativa nell’autogoverno

dell’Ateneo. Come punto di riferimento si potrebbe riprendere ad esempio lo Statuto dell’Università

di Roma “La Sapienza”, che contempla esplicitamente forme di partecipazione “popolare” all’Art.

1, comma 12: “La Sapienza promuove e favorisce la partecipazione di tutte le componenti

costitutive della comunità anche attraverso forme di partecipazione, di consultazione e di

presentazione di istanze e proposte, definite attraverso un apposito regolamento approvato dal

Senato Accademico e dal Consiglio di Amministrazione per le rispettive competenze”.

A nostro avviso è indispensabile prevedere la messa a punto da parte del Senato Accademico di un

Piano di programmazione e sviluppo pluriennale dell’Ateneo (su base quinque-decennale), in

primis in materia di didattica e di ricerca, che fissi percorsi credibili a fronte di risultati

comprovabili. Il Piano, analogamente a quanto avviene ora per il Piano Strategico, costituirà il

documento fondamentale di programmazione atto a delineare la missione, gli indirizzi strategici e

gli obiettivi dell’Ateneo. Nella fase della sua predisposizione, il Piano dovrà essere aperto al

contributo reale di tutte le componenti della comunità universitaria. Infatti il Piano, per vedere

realizzati i propri obiettivi, deve divenire volontà diffusa e occorre quindi che la sua attuazione

possa contare sulla disponibilità di tutti. A questo fine dovranno essere messi a punto meccanismi di

formazione del consenso anche di tipo bottom-up. Si potrebbe ad esempio prevedere una procedura

per la quale una mozione si formi attraverso una libera raccolta di adesioni, e venga messa

automaticamente al vaglio degli Organi Accademici al raggiungimento di un quorum

predeterminato. Questa modalità potrebbe raccogliere quelle idee che, se pure in sé dai più

condivise, non nascano all’interno di una struttura predefinita come può essere un Dipartimento o

una Scuola. E’ infatti nostro preciso compito non solo elaborare e trasmettere cultura per il presente,

ma anticipare e orientare quesiti, bisogni e valori inediti, per i quali non disponiamo ancora né di

strategie sicure né di indicatori condivisi. A maggior ragione un percorso di questo tipo è

indispensabile per un Ateneo come quello di Bologna, che da sempre ambisce a caratterizzarsi come

un’istituzione aperta al dialogo, sia al proprio interno sia verso l’esterno, e a perseguire le proprie

finalità facendo riferimento ai valori dell’autonomia, del rispetto delle diversità e della

responsabilità sociale. Il Piano di programmazione e sviluppo pluriennale, una volta approvato dal

Senato Accademico, dovrà essere oggetto di periodiche verifiche pubbliche, da realizzarsi ogni

semestre attraverso l’indizione vincolante di Assemblee di Ateneo, per fare il punto sullo stato di

avanzamento, sui risultati già conseguiti e sugli obiettivi ancora da raggiungere.

Un altro importante istituto di democrazia partecipativa da inserire in Statuto potrebbe essere quello

del Bilancio sociale, ovvero una forma di rendicontazione sociale partecipata che permette una

valutazione del rapporto fra risorse umane e finanziarie, da una parte, e obiettivi e fini istituzionali,

dall’altra. A questo riguardo, sempre nello Statuto dell’Università di Roma “La Sapienza”, è

previsto all’Art. 15 l’obbligo per il Consiglio di Amministrazione di redigere “un documento

annuale di bilancio sociale per informare tutta la comunità e i suoi interlocutori sulle scelte

operate, le attività svolte e i servizi resi, dando conto delle risorse a tal fine utilizzate rispetto

alle finalità istituzionali.

 

A supporto di 4) - Qualora, contestualmente al rilascio in pubblico della bozza integrale del nuovo

Statuto, il Magnifico Rettore non fosse in grado di anticipare le Linee Guida di tutti i Regolamenti

specifici di Ateneo da adottare obbligatoriamente ai sensi della Legge 240/10 e non ancora presi in

esame dagli Organi, andrà stabilito che i Regolamenti in questione siano elaborati da Commissioni

designate dal Senato Accademico e rappresentative di tutte le componenti della comunità

universitaria. Le Commissioni, nell’ambito dell’attività istruttoria, dovranno svolgere audizioni con

delegazioni che parlino a nome di componenti universitarie (docenti e ricercatori, personale tecnicoamministrativo,

studenti), aree, soggetti territoriali, associazioni e organizzazioni sindacali.


A supporto di 5) – La Legge 240/10 consente agli Atenei di federarsi a Istituzioni di ricerca, come

IRCS, Tecnopoli, ecc. Tali operazioni potrebbero essere vantaggiose per l’Università al fine di

reperire risorse per la ricerca, ma si intravvede il potenziale pericolo di impegnare le poche risorse

dell’Ateneo in pochi progetti che interessano solo poche aree e, nell’ambito di tali aree, un’esigua

minoranza. Tali federazioni vanno quindi attentamente vagliate e si deve evitare che prevalgano

scelte “di cassetta” e che si determinino meccanismi di iniquità. Sembra ragionevole che il Senato

sia non solo investito nelle decisioni strategiche di tipo generale, ma sia anche informato e/o

governi i dettagli degli impegni finanziari che l’Ateneo potrebbe assumere.

Per quanto riguarda i finanziamenti della ricerca va sottolineato il pericolo che l’Ateneo,

proseguendo nella linea iniziata dal precedente Rettore Calzolari, spinga in maniera eccessiva

l’acceleratore verso i mega-progetti (europei e non solo). Questi ultimi, infatti, non possono in ogni

caso interessare che una minoranza esigua di ricercatori, poiché le probabilità di successo delle candidature, per quanto possano crescere, restano a questo livello comunque molto basse. Maggiore

attenzione andrebbe riservata alle modalità di finanziamento di taglia medio-piccola o piccola (non

da intendersi come sinonimo di “distribuzione a pioggia”), in quanto consentono di condurre quel

tipo di ricerca “diffusa” che rappresenta un fattore fondamentale, anche ai fini della creazione di un

ambiente favorevole allo sviluppo di progetti più impegnativi, e non richiedono (a differenza dei

mega-progetti) una programmazione “a priori” su progetti elaborati con anni di anticipo. A questo

proposito sarebbe utile svolgere un’indagine tra i docenti/ricercatori per capire quale sia il loro

orientamento, incrociando poi le risposte ottenute con i profili contenuti nell’Osservatorio della

Ricerca di ciascuno.

 

 

Rating 3.00 out of 5
[?]
Stampante PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

III RIUNIONE NAZIONALE CONPASS – Formalizzazione Conpass

aprile 12th, 2011 by calogero m cammalleri


La terza assemblea nazionale dei delegati conpass avrà luogo a Bologna questa settimana. E’ stato deciso di tenerla in forma completamente libera, e aperta a chiunque voglia partecipare.

Le decisioni da prendere sono estremamente importanti, come potete vedere; mi permetto di invitarvi tutt* a partecipare. Ecco la bozza dell’OdG
Maurizio Matteuzzi - Rossella Capozzi
====================================

Giovedì 14 Pomeriggio (aula magna Scienze della terra, Zamboni 67):

Azioni politiche di opposizione alla 240/10 e strategie
a) legge d’iniziativa popolare
b) referendum
c) ricorsi al TAR
d) delegazione conpass per incontro del 16 con il PD: nostra linea e ns
richieste

Venerdì 15 Mattina (aula III – Zamboni 38)

Statuto conpass
a) Statuto conpass – Bozza Calogero
b) funzioni sindacali o meno
c) ammissibilità docenti non associati
d) ubi consistam del conpass

Venerdì 16 Pomeriggio (aula II – Zamboni 38)
Punti critici emersi nel processo di stesura statuti:
a) elezione/designazione/composizione CdA
b) composizione/funzioni SA
c) Rappresentanze fasce più deboli
d) Posizione RTD

!! PARTECIPATE IN MASSA !!

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Download    Invia l'articolo in formato PDF   

Il mantra governativo sbugiadato

marzo 31st, 2011 by MauMat


Quante volte abbiamo sentito dire dai nostri politici e dai loro ascari che la ricerca italiana non vale nulla, che ha un valore “marginale”, che nessuna università italiana compare nelle classifiche ecc.

Avranno convinto qualcuno? Non l’economist…

Leggiamo…

 

Rating 3.00 out of 5
[?]
Free PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

Combattiamo la disinformazione

marzo 14th, 2011 by MauMat


Anche Luca Ricolfi si inserisce nella vasta schiera dei “disinformatori” sulla situazione dell’Università italiana. Nell’articolo sui cervelli in fuga,  fatti e credenze, pubblicato sull’ultimo numero di Panorama, Ricolfi afferma tra l’altro:

“(…) Secondo me, i successi dei giovani italiani all’estero, di cui spesso leggiamo sui giornali, sono reali (i casi riportati sulla stampa non sono certo inventati) ma poco rappresentativi. E questo per tre ragioni. Prima ragione: i giornali riportano solo i casi limite, quelli di giovani che, esclusi in Italia dai soliti meccanismi clientelari e nepotistici, hanno conseguito successi clamorosi all’estero, specie in campo scientifico. Si tratta di qualche decina di persone all’anno. Seconda ragione: dai resoconti delle storie di successo spesso emerge che si tratta di giovani che in Italia hanno seguito corsi di élite (tipo Università Bocconi) e all’estero sono stati capaci di mettere a frutto l’anomalia dell’istruzione in Italia, ossia il fatto di fornire una preparazione piuttosto astratta e generale, poco orientata alle applicazioni. Terza ragione: se guardiamo alle cifre, il mito della fuga dei talenti si ridimensiona un po’. Su 100 giovani, meno di 20 si laureano (primo e secondo livello), solo 11 conseguono una laurea di secondo livello, forse uno riesce a trovare occupazione all’estero. Il fatto che un giovane su 100 ce la faccia non mi sembra un indizio sufficiente per assolvere l’università italiana nel suo insieme. E’ degli altri 99 che dobbiamo preoccuparci.”

Seguendo il ragionamento un po’ paradossale di Ricolfi, dovremmo augurarci che tanti altri giovani laureati di talento se ne vadano all’estero nei prossimi anni per dare maggiore rappresentatività statistica all’esodo dei cervelli!

 

Ecco come gli risponde la collega Giovanna Campani, del ConPAss Firenze:

 

 

L’articolo di Luca Ricolfi assomiglia alla salsa per la pasta che prepara mio figlio adolescente: mette insieme tanti ingredienti a caso, e poi, per renderla mangiabile, ci sbatte dentro un bel po’ di peperoncino, e, siccome a lui piace il piccante, dice: vedi che è meglio della tua, bella piccante…Per chi ama il piccante…ma per chi invece ama il giusto equilibrio degli ingredienti, la salsa è pessima…

 

Analizziamo dunque l’immangiabile salsa di Ricolfi, condita col piccante dell’attacco all’Università pubblica italiana: quest’ultima è così descritta: basso livello medio degli studenti, bassa qualità scientifica, didattica e organizzativa degli atenei italiani…. Interviene allora un presunto Edoardo, studente, il quale, dato questo disastro, chiede: come mai, allora, i nostri studenti all’estero sono apprezzati?

 

Ricolfi si sforza di dimostrare ad Edoardo che questo non è vero- gli studenti italiani non sono apprezzati all’estero, tranne in pochi casi. Per salvarsi le spalle, mette le mani avanti: pochi dati disponibili. Per l’appunto non cita una delle più articolate inchieste sul tema dei giovani italiani qualificati che si stabiliscono all’estero, quella del Time Magazine del 18 ottobre 2010, Arrivederci Italia, Why are Italians are leaving, nella quale la giornalista sostiene che la mancanza di dati statistici (tra l’altro per colpa dell’assenza di ricerche italiane sul fenomeno- conferma del sottofinanziamento della ricerca in Italia) è compensata da “plenty of anecdotal evidence” –(anecdotal evidence, che quasi ogni accademico italiano, per l’appunto, potrebbe arricchire, avendo almeno uno (spesso più d’uno) brillante studente –con laurea triennale, magistrale o dottorato- partito per l’estero): “Italy doesn’t keep track of how many of its young professionals are seeking their fortunes abroad, but there’s plenty of anecdotal evidence that the number is rising. The number of Italians ages 25 to 39 with college degrees registering with the national government as living abroad every year has risen steadily, from 2,540 in 1999 to about 4,000 in 2008. The research-institute Censis estimates that 11,700 college graduates found work abroad in 2006 — that’s one out of every 25 Italians who graduated that year. According to a poll by Bachelor, a Milanese recruitment agency, 33.6% of new graduates feel they need to leave the country to take advantage of their education. A year later, 61.5% feel that they should have done so.” http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2024136,00.html#ixzz1GQQU4AsP

 

Peraltro Ricolfi, che lamenta la mancanza di dati, si guarda bene dal fare lui stesso una seria ricerca su quelli disponibili; anzi citando le sue fonti, parla vagamente di “giornali”, e ne approfitta par fare un altro attacco all’Università (il piccante della pessima salsa). Dopo questa prova di metodo di ricerca rigoroso, la salsa continua con l’affermazione che i giovani che avrebbero successo all’estero (il condizionale per lui è d’obbligo), in Italia hanno seguito corsi d’élite definiti sbrigativamente (tipo Università Bocconi) (forse almeno un’altra istituzione La Normale di Pisa, da cui proviene Michela Marzano, poteva fare lo sforzo di citarla…) ed evoca una idea pasticciata e pasticciona di una presunta “anomalia” dell’istruzione in Italia (istruzione nel suo complesso o formazione Universitaria?) (sia detto en passant, le anomalie italiane sono ben altre…) –una formazione generale che si combinerebbe bene all’”addestramento” (sic!) che viene dato all’estero “nei Master o nelle aziende” (sic!). Nella letteratura educativa, “training” è di solito tradotto con formazione, e, comunque, un Master o uno stage in azienda, in qualsiasi paese estero, non sono solo “addestramento” –termine più adatto al caso dell’Octopus Paul che ha previsto la vittoria della Spagna ai Mondiali-, ma anche formazione.

 

Infine, con la pretesa di suffragare la sua argomentazione col rigore statistico, Ricolfi cita un rapporto Istat del 2008 ed il rapporto Censis del 2006 (lo stesso citato dal Time Magazine), omettendo però una parte dei dati forniti dallo stesso rapporto Censis, quelli, interessanti sugli USA, da cui risulta un aumento vertiginoso di emigrati qualificati tra il 1998 ed il 2006 (2.983 ricercatori e borsisti +47,9% tra 1998 e 2006- 24.445 lavoratori con visto di ingresso temporaneo +62,1% tra 1998 e 2006, di cui più di 13.368 lavoratori con elevata professionalità). I rapporti citati da Ricolfi sono facilmente reperibili: basta inserire le parole “fuga cervelli” su un motore di ricerca internet (google, yahoo). L’illustre sociologo poteva forse fare un piccolo sforzo: non limitarsi ai due o tre primi risultati google, ma scendere al terzo o al quarto: avrebbe trovato i dati, recentissimi- di Almalaurea, presentati il 10-11 marzo a Bologna sulla situazione dei laureati in Italia. Ed ecco che cosa dice una sintesi di questi dati sull’esodo dei laureati: Ultima ‘nota dolente’ la fuga dei cervelli. I laureati specialistici biennali con cittadinanza italiana del 2009 che lavorano all’estero, a un anno dal titolo, sono il 4,5% (erano il 3% nel 2006), anche se bisogna interpretare il fenomeno per gruppi disciplinari (il 29% degli occupati all’estero proviene ad esempio solo da ingegneria) (MA NON VENIVANO DALLA BOCCONI?) e per classi sociali (i laureati specialistici italiani che lavorano all’estero provengono per la maggior parte da famiglie economicamente favorite, risiedono e hanno studiato al Nord e già durante l’università hanno avuto esperienze di studio al di fuori del proprio Paese).

In ogni caso, ad un anno dalla laurea ha un lavoro stabile il 48% degli italiani occupati all’estero (+14% rispetto al complesso degli specialistici italiani occupati in patria). E’ il risultato dell’effetto combinato di una minor diffusione all’estero del lavoro autonomo e di una maggior presenza di contratti a tempo indeterminato (45% contro il 26%). Oltre il 70% dei laureati specialistici italiani occupati all’estero è impiegato nel settore dei servizi (in particolare istruzione e ricerca: 19%). Anche le retribuzioni medie mensili sono notevolmente superiori a quelle degli occupati in Italia: gli specialistici trasferitisi all’estero guadagnano, ad un anno, 1.568 euro contro 1.054 dei colleghi rimasti in Italia.” http://www.almalaurea.it/

 

Stendiamo un velo pietoso sulle successive elaborazioni statistiche di Luca Ricolfi, a cui non viene nemmeno in mente che i dati sull’esodo dei laureati possano essere per difetto: molti laureati italiani in Europa non compaiono nelle statistiche, perché passano anni ed anni prima dell’iscrizione all’AIRE (fatto noto proprio grazie all’”anectodal evidence”). Dato le carenze metodologico dell’articolo (ricerca fonti approssimativa, affermazioni non documentate, elaborazioni statistiche discutibili…), potremmo concludere che Luca Ricolfi, docente universitario, contribuisce lui stesso alla bassa qualità scientifica dell’Università italiana, rivelandosi privo di rigore, ma capace di propaganda (l’obiettivo dell’articolo è sparare a zero sull’Università pubblica italiana, mescolando argomenti diversi, numero scarso di laureati, insufficienza di alcune formazioni, fuga dei cervelli). Verrebbe da chiedere a Luca Ricolfi: quanto La pagano, professore, per sparare a zero sull’Università pubblica manipolando fatti e dati (domanda quasi analoga a quella posta da Italo Bocchino a Sallusti…in una puntata di Inonda…”Quanto ti pagano per dire bugie?” )

 

 

 

 

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

La sede di Bologna rilancia l’idea del referendum

marzo 3rd, 2011 by MauMat


In una affollata conferenza stampa, avvenuta il 2 marzo, si è ribadita la richiesta di una profonda revisione della commissione per la riscrittura dello statuto, costituita a Bologan di soli professori ordinari, e da una sola donna.

E’ stata rilanciato con forza il progetto di costituire un comitato per abrogare la legge 240/10 Gelmini

“Pronti al referendum contro la Gelmini”, La Repubblica

Referendum contro la Gelmini“, La Gazzetta di Modena

Referendum per abrogare la Gelmini“, L’Unita’

Prevediamo di annunciarlo alla prossima assemblea nazionale CoNPAss in aprile

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

SEGRETI E BUGIE, COSI’ CAMBIA L’UNIVERSITÀ IN CAMPANIA

febbraio 26th, 2011 by calogero m cammalleri


Comunicato stampa

Rete29aprile e ConPAss esprimono la più viva preoccupazione per l’accordo di programma, siglato il 23 febbraio 2011 tra MIUR, Regione Campania e i sette Rettori degli Atenei campani, in cui si prevedono tagli dei corsi di laurea, soppressione di sedi universitarie distaccate e accorpamento di corsi ritenuti equivalenti. Il governo, per confermare ulteriormente la vocazione allo smantellamento del sistema universitario pubblico, decide di iniziare la propria ‘meritoria’ opera dalle realtà meridionali, già estremamente penalizzate dalla carenza di risorse e investimenti. Opera che sa più di spot politico preconfezionato mesi addietro, visto che nell’accordo viene citato il DDL Gelmini approvato al Senato il 29 luglio 2010 e non la Legge 240, approvata alla Camera a dicembre 2010. Tutto ciò, ovviamente, grazie alla complicità di governi regionali politicamente vicini e di Rettori ormai privi di qualsiasi autonomia organizzativa, investiti dalla legge di enormi poteri decisionali ma tenuti al giogo dei ricatti ministeriali.

Nonostante l’obiettivo ufficiale dell’accordo di migliorare i servizi agli studenti e potenziare la ricerca, ci sembra che gli strumenti impiegati non siano all’altezza delle ambizioni e lascino inalterata la sostanza e anzi preludano persino ad un peggioramento. Al di là del merito degli interventi, i ricercatori e i docenti stigmatizzano con forza l’assoluta mancanza di dialogo e trasparenza con cui è stata condotta l’intera manovra. La comunità accademica ha appreso dalla stampa ciò che era stato confezionato sulla sua pelle, senza essere mai consultata e neppure informata fino alla firma dell’accordo. Ancora una volta la realtà dei fatti smentisce inequivocabilmente le affermazioni del ministro Gelmini, che, all’indomani dell’intesa, sosteneva, in un’intervista a un quotidiano, di non aver mai smesso di “interfacciarsi con i sindacati come con tutto il mondo accademico” e che “in questa fase di stesura dei decreti attuativi sia ancora più importante il confronto per affinare ulteriormente i contenuti della riforma” (Il Mattino, 24 febbraio 2011).

Le prime fasi di realizzazione della Legge 240, detta legge Gelmini, confermano la deriva centralizzatrice con cui il governo ha deciso di trasformare l’università pubblica, rimuovendo ogni forma residuale di autonomia in nome dell’obbedienza politica e della più completa indifferenza per le idee e le proposte di chi vive e lavora nell’accademia- studenti, personale tecnico e amministrativo, precari, docenti, ricercatori. Allo stesso modo, nell’assenza di partecipazione e confronto, si sta procedendo negli Atenei campani alla formazione delle commissioni Statuto, deputate alla riscrittura degli statuti degli atenei secondo quanto prescritto dalla legge Gelmini.

Di fronte ai continui episodi di indifferenza da parte delle istituzioni nei confronti del dialogo e del confronto democratico, rete29aprile e ConPAss esprimono una ferma condanna e annunciano nuove iniziative di protesta, già da marzo 2011, all’insegna di un’università libera e aperta al dialogo e per opporre un argine alle spinte verticistiche che stanno attraversando il mondo universitario.


 

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

petizione srotolata a Torino

febbraio 3rd, 2011 by calogero m cammalleri


inaugurazione anno accademico a Torino – protesta srotolata, da La Repubblica

… e da La Stampa

Rating 3.00 out of 5
[?]
Creare PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

assemblea Trieste

febbraio 2nd, 2011 by calogero m cammalleri


assemblea Trieste

Rating 3.00 out of 5
[?]
Stampante PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

lavori in corso, spunti di riflessione

gennaio 30th, 2011 by PaoPis


Carissimi,

condivido con voi le seguenti bozze di riflessione per cercare di descrivere come personalmente intendo ciò che andiamo costruendo.

Per chi si è mobilitato contro il DDL Gelmini, ora, passata la legge, comincia senz’altro la parte più difficile e per molti versi più interessante.

Io non credo che la legge di riforma non contenga spazi per portare ad una trasformazione in senso positivo dell’università; penso anzi che questi ci siano (insieme a molti aspetti negativi purtroppo) e credo che questo sia il motivo per cui molti cosiddetti progressisti, anche a sinistra (o quasi) hanno visto nella legge un’opportunità e l’hanno sostenuta.

La riforma pero’ ha anche un potenziale eversivo devastante e questo e’ probabilmente il motivo per cui a destra i più l’hanno fortemente voluta.

L’autonomia universitaria e’ sancita dalla Costituzione insieme al principio di libertà dell’arte e della scienza e del loro insegnamento. Mi pare chiaro dunque che essa sia difesa in quanto identificata come elemento essenziale per la garanzia di una libertà di espressione e formazione di un pensiero critico. Questo concetto di autonomia non può conciliarsi con altro sistema di autogoverno che non sia fondato sulla partecipazione democratica.

Se prendiamo invece il principio di autonomia sancito dalla legge 240, troviamo un’autonomia di ordinamento condizionata all’approvazione del ministero (non più limitata dalla sola legge), che al tempo zero risulta garantita formalmente solo agli organi di governo in carica (e praticamente solo al gruppo di potere in grado di dominarne il lavoro). Ai tempi successivi l’autonomia di ordinamento effettiva dipenderà dallo statuto che ciascuna università si sarà data, sempre che questo sia approvato dal ministero.

Non aver visto questi elementi di eversione rispetto ad un sistema fondato sui principi costituzionali credo che sia un errore imperdonabile che una parte degli italiani e degli stessi universitari hanno commesso.

D’altra parte il sistema di autogoverno attuale delle università è assai poco efficace e soprattutto cristallizzato in strutture gerarchiche dominate da gruppi di interesse. Un’autonomia che appare dunque più come privilegio che come garanzia democratica.

Io credo che sia dovere civico di ciascuno di noi riconoscere la responsabilità collegata al principio di autonomia ed adoperarsi perché la libertà donata non venga abusata. L’azione coordinata di gruppi trasversali di universitari animati da motivazioni immuni alle logiche dei tradizionali gruppi di interesse è una novità molto recente che va affermandosi insieme alla nascita di una coscienza collettiva. E’ effetto positivo di una devastazione che, come talvolta accade, genera solidarietà; è forza sovversiva dell’ordine cristallizzato e per questo motivo fa paura a molti (così interpreto le reazioni di chiusura e i tentativi di screditarci).

Dobbiamo lavorare per organizzare questa forza e fare si che sappia cogliere l’opportunità presente oltre a neutralizzare le spinte reazionarie a cui la riforma ha spianato la strada.


 

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Download    Invia l'articolo in formato PDF   

Programma provvisorio II assemblea Conpass

gennaio 21st, 2011 by calogero m cammalleri


Napoli 4-5 febbraio 2011

Programma

Venerdì 4 febbraio

ORTO BOTANICO Aula Magna della sezione di Biologia Vegetale – Via Foria, 223

11.00-13.30 Seduta diurna (aperta solo a CoNPAss)

14.00 Pizza di lavoro (fuso orario napoletano: i nordici provvedano a zavorrarsi con abbondante colazione)

16.00-18.30 Seduta pomeridiana (aperta solo a CoNPAss)

20.30 Cena insieme

Sabato 5 febbraio

FACOLTÀ DI ARCHITETTURA Aula SL 4.5 – Via Roma, 402 – IV piano

9.00-12.00 Seduta diurna (aperta a CoNPAss e Rete29aprile)

Per favore inserite i commenti e le proposte nei commenti.

Attenzione per gli argomenti all’ODG, rispondete con i commenti al precedente (che si trova appresso) articolo.

scarica il pdf del programma (428)


 

Rating 3.00 out of 5
[?]
Free PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

O.D.G., II assemblea nazionale Napoli 4/5.II.11

gennaio 21st, 2011 by calogero m cammalleri


Proposta di Giorgio Pastore

  1. organizzazione di un gruppo di studio e determinazione delle linee-guida per l’elaborazione di proposte concrete per gli statuti;
  2. Costituzione formale di CoNPAss;
  3. Esame delle azioni e strategie possibili su tematiche diverse dagli statuti;
  4. Esame dello stato dei rapporti con le altre componenti universitarie e relative organizzazioni (sigle sindacali incluse), sede per sede e a livello nazionale;
  5. Inventario dei canali di comunicazione esistenti col mondo politico e dell’ informazione;
  6. Forme di visibilità e possibii iniziative collegate;

Per favore usate i commenti a questo articolo per le proproste ulteriori o per gli emendamenti.

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

petizioni di ateneo sugli statuti

gennaio 21st, 2011 by calogero m cammalleri


Clicca sui nick uni per vedere e sottoscrivere le petizioni di Ateneo

UNIMI

UNIPA

UNITO

UNINSUBRIA

UNIVR


 


Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF Creator    Invia l'articolo in formato PDF   

petizione unibo

gennaio 17th, 2011 by MauMat


Al Magnifico Rettore

Al Senato Accademico

Al Consiglio di Amministrazione

dell’Università di Bologna

PETIZIONE RELATIVA ALLA COMMISSIONE ISTRUTTORIA PER LA REVISIONE DELLO STATUTO

Il 30 marzo 2010, nella riunione in seduta congiunta di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione, ha preso il via ufficialmente la procedura individuata dalla Giunta dell’Ateneo di Bologna per la revisione del proprio Statuto. Nell’occasione sono state infatti approvate le linee guida alle quali avrebbero dovuto attenersi i lavori di una Commissione istruttoria votata in quella sede.

La composizione della Commissione, formata da 15 membri, era la seguente:

Ivano Dionigi (Rettore e Presidente della Commissione);

Giuseppe Caia (Professore ordinario, Dipartimento di Scienze Giuridiche);

Paolo Pombeni (Professore ordinario, Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia);

Giliberto Capano (Professore ordinario, Dipartimento di Scienza Politica);

Giovanni Dore (Professore ordinario, Dipartimento di Matematica);

Aldo Bertazzoli (Professore ordinario,   Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie);

Guido Avanzolini (Professore ordinario, Dipartimento di Elettronica, Informatica, Sistemistica);

Marco Zoli (Professore ordinario, Dipartimento di Medicina Interna, dell’Invecchiamento e Malattie Nefrologiche);

Angelo Varni (Professore ordinario, Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche);

Rosella Rettaroli (Professore ordinario, Dipartimento di Scienze Statistiche);

Davide Pianori (studente);

Alberto Aitini (studente);

Giovanni Longo (EP – area amministrativa – gestionale, ADOC — Settore Personale Docente);

Donatella Alvisi (Cat. EP – area amministrativa – gestionale, Facoltà di Lettere e Filosofia);

Cristina Balboni (Direttore generale della Formazione della regione Emilia Romagna).

Non fanno dunque parte della Commissione né Ricercatori né Professori associati.

La Commissione istruttoria ha operato in questi mesi circondata dal più fitto riserbo sulla sua attività. Nessuna bozza di documento è finora stata proposta alla pubblica attenzione. Nessuna comunicazione, formale o informale, è stata restituita dal Magnifico Rettore alla comunità accademica sullo svolgimento e sulla tempistica dei lavori, fatta eccezione per la sintetica risposta fornita ad un’interpellanza di un Consigliere di Amministrazione nel mese di novembre 2010. Nessuna audizione (e/o momento di ulteriore riflessione a livello di Ateneo) è al momento stata resa nota. Pare di capire che, nell’attesa dell’approvazione del DDL Gelmini da parte del Parlamento, la Commissione abbia preferito di fatto attendere lo sviluppo degli eventi.

Il 30 dicembre 2010 il Capo dello Stato ha firmato, in vista della sua promulgazione, la Legge 1905 di riordino del sistema universitario. Essa è stata pubblicata sulla GU in data 14 Gennaio 2011. Una delle conseguenze più visibili della Legge è che tutto il potere decisionale all’interno degli Atenei sarà fortemente concentrato in poche mani, e in ogni caso solo in quelle dei Professori ordinari. Con la riforma solo questi ultimi infatti potranno far parte degli organi decisionali degli Atenei e delle Commissioni per l’abilitazione scientifica nazionale; tutte le altre componenti del corpo accademico (Ricercatori a tempo determinato e Professori associati) resteranno senza alcun reale potere decisionale e anche la loro autonomia di ricerca potrebbe subire forti contraccolpi, con conseguenze negative sulla qualità della didattica e della ricerca negli Atenei.

Un’operazione complessa e importante come la revisione dello Statuto dell’Università di Bologna, così rilevante anche per la leadership che Bologna ha sul piano nazionale, presuppone necessariamente – a nostro avviso – la partecipazione di tutte le energie presenti nell’Ateneo. Il risultato al quale approderà il processo in atto avrà rilevanza nazionale; non si tratta quindi di una “partita” soltanto bolognese o emiliano romagnola: la riforma dello Statuto di Bologna traccerà inevitabilmente il solco lungo il quale si muoveranno molte altre Università.

Da pochi giorni il Tavolo dei Ricercatori dell’Ateneo di Bologna ha fatto propria (inviando una lettera ufficiale al Magnifico Rettore) la richiesta dell’assemblea dei Ricercatori di poter partecipare con due suoi rappresentanti ai lavori della Commissione istruttoria per la revisione dello Statuto. Nel loro messaggio i Ricercatori sottolineano “[…] che solo in questo modo potremo effettivamente interpretare pienamente quell’unanime sentimento che ci ha animato finora, e che colpevolmente è stato da alcuni interpretato come una lotta per il mantenimento dello status quo: ovvero mettere l’Università pubblica italiana in condizione di dare il meglio di sé. Siamo fermamente convinti che l’Università, in virtù del suo ruolo sociale di libera produzione e trasmissione del sapere, sia il contesto ideale in cui si possa riuscire lì dove il legislatore riteniamo abbia fallito: ovvero nell’avviare una nuova fase – quanto mai necessaria per l’Università italiana – informata da principi di sostanziale partecipazione, di condivisione, di trasparenza e di corresponsabilità, fase che riesce difficile immaginare senza il contributo, anche propositivo, dei Ricercatori.”

Il gruppo dei Docenti Preoccupati di questo Ateneo è profondamente convinto del fatto che, in questa fase così delicata e importante della vita dell’Università italiana, tutte le categorie di personale accademico (docente e non) debbano poter contribuire e partecipare attivamente alla definizione del nuovo Statuto. Va sottolineato d’altronde che analoghe istanze vengono presentate congiuntamente in queste ore in tutti gli Atenei italiani dalla Rete 29 aprile e dal Coordinamento nazionale dei Professori associati. Consapevoli che la Legge di riordino colpisce particolarmente il ruolo e le legittime aspirazioni dei Ricercatori e dei Professori associati, chiediamo pertanto l’azzeramento dell’attuale Commissione istruttoria per la revisione statutaria e la sua contestuale ridefinizione in termini di rigorosa rappresentatività per fasce. A questo proposito richiediamo che:

- i 12 componenti da designare da parte degli organi istituzionali siano identificati sulla base di elezioni a suffragio universale da parte di tutti i Professori, i Ricercatori e il personale tecnico e amministrativo dell’Ateneo;

- il voto avvenga a collegio elettorale attivo e passivo distinto per categorie e sia realizzato attraverso l’espressione di una singola preferenza per ciascun elettore;

- il risultato della consultazione elettorale sia vincolante per il Consiglio di Amministrazione e per il Senato Accademico, che si dovranno impegnare a designare i membri maggiormente votati, rispettando altresì la pari rappresentanza tra le fasce e la presenza del personale tecnico e amministrativo.

Poiché il nuovo Statuto dovrà preservare al massimo gli spazi di democrazia all’interno dell’Ateneo, questa è l’unica soluzione che può tutelare davvero gli interessi di tutto il corpo accademico!

I Docenti Preoccupati

Il coordinamento nazionale dei Professori associati (ConPass)

La rete 29 Aprile

Bologna, 17 Gennaio 2011


 

Rating 3.00 out of 5
[?]
PDF    Invia l'articolo in formato PDF   

andamento FFO 2008-2010

gennaio 16th, 2011 by calogero m cammalleri


Elaborazione di Daniele Gallo, R29aprile, SUN

CLICCA QUI

Rating 3.00 out of 5
[?]
Creare PDF    Invia l'articolo in formato PDF