I finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo
Armando Carravetta – Federico II
Corriere della Sera, 7 ottobre 2011
Gli articoli di Giovanni Caprara (Corriere, 30 agosto) e Edoardo Segantini (Corriere, 9 settembre) offrono spunti di grande interesse per comprendere i limiti del nostro Paese nel campo dell'innovazione tecnologica. In maniera condivisibile, i due articoli individuano nella carenza di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo la causa prima della scarsa competitività dei nostri ricercatori in campo internazionale. In assenza del volano garantito dal finanziamento pubblico, il mondo della ricerca non può che coinvolgere il privato, ed è giusto immaginare - come proposto da Segantini - incentivi alle imprese che investono in ricerca e sviluppo in modo da raggiungere i livelli di spesa delle imprese propri dei principali Paesi europei. La ricerca di base è indispensabile nella fase di formazione dei dottorandi e dei ricercatori per il raggiungimento di una piena maturità scientifica: non per la gloria delle organizzazioni accademiche, ma per dare al Paese docenti preparati. Pertanto, le due forme di finanziamento, pubblico e privato, sono da ritenersi complementari e la seconda non può sostituirsi alla prima. Esiste una seconda chiave di lettura per la scarsa attitudine all' innovazione tecnologica dei ricercatori italiani. Brevettare e pubblicare sono agli antipodi. Un brevetto implica segretezza sui risultati della ricerca fino al trasferimento del prodotto sul mercato. Il mondo accademico italiano e il governo stesso mostrano scarso interesse verso questo «prodotto» della ricerca: la valutazione dei docenti nei concorsi è basata esclusivamente sul numero di pubblicazioni di ciascun ricercatore in riviste internazionali con «impact factor». Nessuna meraviglia, quindi, se il brevetto rimarrà un prodotto marginale della ricerca italiana.
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