Marcia funebre a tempo di valchiria
Mentre per le strade e le piazze di Roma offrono uno spettacolo preoccupante, dentro il palazzo si continua a fomentare la rivolta passando dalla colpevole incapacità di ascolto all’irridente beffa.
L’ipocrisia del politicante, massime di quello culturalmente grezzo e politicamente prono (le categorie epidemiologicamente diffuse tra coloro che hanno l’improntitudine di autodefinirsi politici sol perché siedono un scranno del parlamento) non si concede tregua. È votata alla palingenesi e per tale arriva ad affermare che per bocca del sen. Stefano Pittoni, pubblicista alla scheda del Senato, che di informazione se ne deve intende almeno quanto non dell’Università e che si appresta a spron battuto a riformare, che «l’approvazione in tempi rapidi del disegno di legge sull’università sia un atto di responsabilità nei confronti degli studenti». Il pubblicista fa eco al manager, il presidente della 7^ commissione (sen. Possa, dirigente industriale alla scheda del senato, cioè appartenente a quella categoria che, al pari degli economisti, se le loro idee e i loro modelli sono in contrasto con la società e quest’ultima che va cambiata), che aveva dichiarato: «la necessità di concludere il provvedimento tempestivamente è motivata anche da ragioni di ordine pubblico». Per tali stringenti ragioni con il voto favorevole di FLI e UDC la capigruppo in Senato ha respinto la richiesta di procedere ad audizione delle componenti che da mesi protestano e ha chiuso a qualsiasi possibilità emendativa. Dopo neanche due giorni però Casini ha dichiarato che il suo partito sarà contro anche in Senato.
Tutti noi, professori e ricercatori che insieme agli studenti abbiamo animato, coltivato e mantenuto la protesta, non ci siamo accorti del senso di essa. Sarà singolare ma dev’essere così: pensavamo che la contro-riforma andasse bloccata con ogni mezzo e invece ci hanno spiegato che non era questo che volevamo. Ci hanno spiegato anche quello che volevamo: far pressione per una rapida approvazione; e ci hanno spiegato anche perché ci si stesse indignando: era per il fatto che il parlamento si trastullava in leggi di bilancio e pulcillenesche mozioni di sfiducia invece che sul rilancio (nel cassonetto) dell’università. Ma tu vedi, alle volte si rischia di confondersi, fortuna che c’è la stampa di regime che ti dice sempre quello che devi pensare, così non ti sbagli. Fortuna. Perché si sa, nell’università alberga il peggio della società,tutti i falliti, gli incapaci, gli incollacabili, fannulloni e baroni, tutti baroni. E quelli che stanno per strada sono i peggiori, perché i migliori stanno a casa; tranne nel caso di adunate. Dite che era così nel ventennio? No è così ora: siamo in democrazia; del resto.
Dietro l’ipocrita solerzia dei benpensanti, prontissimi a stigmatizzare la violenza, non c’è n’è uno che provi a capire la realtà. È prova, nero su bianco la prova, se mai ce fosse bisogno, dello straniamento delle istituzioni dalla società (che dice di rappresentare).
Pensare e dicono che il fuoco della protesta di spegnerà con una doccia di benzina: questo è un atto criminale. Andare avanti rifiutando il confronto democratico con chi la riforma – quella vera – la vuole fare davvero è eversivo dell’ordine democratico, non meno di quanto non lo fossero dei diritti umani la Valchiria e il napalm del Kurz di ford-coppoliana memoria. Loro vanno avanti, senza voltarsi indietro e di lato non possono per il paraocchi di serie. Questa marcia parlamentare che non si oppone ma peggio ignora la marcia della protesta è un atto di violenza inaudita è la miccia degli scontri.
È pervicace la lotta in odium scholae et universitatis di codesti perissodattili legislatori per solo volere di Caligola, che l’istruzione considerano, bene che vada, un prodotto di consumo, come una saponetta o un’automobile, pensano che lo scranno nasconda la sua natura e così si agita, si dimena alla fine si dimentica perfino di essere ipocrita e sbatte in faccia agli studenti per bocca di uno dei tanti pifferai del sultano: scordatevi l’università pubblica, scordatevi il wellfare, c’è solo il mercato ed è tutta colpa delle pensioni. Ma che paese è questo, non dove ognuno spaccia per cosa seria un personale convincimento da bar dello sport, ma dove nessuno gli oppone argomenti?
C’è fretta di approvare la riforma. Una fretta matta. Bisogna fare in fretta dice l’Emma, orfana del Sergio. La riforma-truffa non può attendere;si alza la voce: bisogna fare in fretta. E così appresso i corifei della c.d. grande stampa e gli stomachevoli cicisbei televisivi; di tutte le reti, nessuna esclusa. Tutte. L’affaire unipubblica ha cambiato natura, non è più un lucroso affare come i tanti altri in cui c’è stato di mezzo il trasferimento gratis a privati di un servizio pubblico, ora è diventata questione di esistenza stessa per l’associazione degli industriali; del suo ruolo di attore sociale. Confindustria si ricicla: si vota al sapere. Cos’è per essa il sapere se non un’industria? Una vale l’altra. È irritata dello smacco che le ha rifilato l’osannata moderna rinnovata internazionale rampante e perfino obamiana Fiat. Chiama a rapporto i suoi uomini e tesse alleanze: FLI flirta con Farefuturo del Montezenolo past presidente e presidente in pectore; UDC sensibile al richiamo d’oltretevere che gli ha tirato le orecchie dopo la biricchinata della sfiducia, (cosa credeva Casini che lo si potesse preferire allo sciupafemmine garante di tutti i privilegi finanziari e fiscali?), torna presto all’ordine: due piedi in una scarpa; abbassare i toni è la nuova parole d’ordine. E li al Senato composti a votare. Riforma entro l’anno. È essenziale. Per il bene del paese. Per il loro bene: la loro sedia.
Calogero M Cammalleri
conpass.it

