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Mary Star e i doni della morte. Parte I

venerdì, dicembre 17th, 2010


Mary Star e i doni della morte. Parte I

A proposito dell’articolo di Filippo Passantino (A Sud Europa 6.12.2010, p.17).

Mentre il prezzolato di turno presidia la valvola dell’ossigeno allo sgoverno Berlusconi, l’utile idiota e benpensante si affretta a rendere certo il disastro schivando abilmente ogni possibilità di de-peggioramento del ddl, visto che parlare di miglioramento sarebbe fantastico.

Non v’ha dubbio poi, oramai ne sono certo, sconsolatamente certo, che ognuno che apra bocca o verghi frase sul ddl Gelmini, dica o scriva quello che a ministra dice di aver fatto (e su che tutti vorrebbero, per altro), ma non, proprio no, su quel che dice e non dice il ddl.

Ognuno. Si si. Ognuno proprio … non l’ha letto. Primo non lettore l’avvocata Gelmini. Diversamente non potrebbe dire tutte le cose che dice; a ruota i parlamentari in progress di FLI capitanati dal Legionario Valditara con la seguito i chierichetti dell’UDC. (Le università private ringraziano.)

Mi stupisce però Passantino da queste colonne; mi persuado perciò che amche lui il ddl non lo abbia letto.

A chi volesse approfondire suggerisco di leggere, oltre il testo del ddl ovviamente, i documenti pubblicati sui siti www.conpass.it , www.rete29aprile.it, www.ilfattoquotidiano.it (molti articoli Sylos Labini, e un ultimo di Furio Colombo), l’appello di Libertà e Giustizia, quello di cimettolafirma.org e molti altri; google aiuta.

Visto che il contenuto del ddl sembra consolidato ecco le principali fregature.

Sul codice etico – Il codice etico non c’entra niente con le incompatibilità che attengono allo status e che possono essere regolate solo con legge. Molti atenei, come altre pubbliche amministrazioni, hanno già un codice etico. Non è certo epocale. Non è certo saliente, da metterlo in limine come un tutti i comunicati. Ma si sa in politica a solo pronunciarla la parola etica lava le coscienze, tanto più quanto più sono sporche. Sparisce però il codice deontologico, cioè diritti e doveri di una professione.

Sul limite massimo al mandato dei Rettori – Giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna, la norma è in contrasto con l’autonomia degli Atenei; cioè con una norma di rango costituzionale. C’è poco poi da cantare vittoria, anche per chi come me ritiene auspicabile un limite massimo, ma non di sei anni che sono troppi, perché la norma è un bluf. L’art. 2 dispone infatti che il rettore possa essere eletto tra i professori ordinari in servizio presso qualunque università italiana, portando a spasso la copertura finanziaria per lo stipendio. Il che significa che il limite di sei anni si applica su ogni singolo ateneo e non al rettore. A nulla dire che per il rettore estraneo l’elezione «si configura anche come chiamata e concomitante trasferimento nell’organico dei professori della nuova sede, comportando altresì lo spostamento della quota di finanziamento ordinario relativo alla somma degli oneri stipendiali in godimento presso la sede di provenienza del professore stesso». (Ma così non accade per tutti gli altri professori.) Quindi un ateneo potrà pagare per il rettore di un altro. Seguita la norma che il «posto che si rende in tal modo vacante può essere coperto solo in attuazione delle disposizioni vigenti in materia di assunzioni». Cioè non può essere coperto, poiché il ddl Gelmini introduce proporzioni rigide tra fasce dii docenti, considera quella degli ordinari sovraffollata, e non detta disposizioni transitorie.

Sulla distinzione netta di funzioni tra Senato e CDA – La distinzione netta è quella attuale, in cui il Senato (pur se non effettivamente abbastanza rappresentativo ) è l’organo di governo scientifico e didattico della facoltà, mentre il CDA è l’organo gestionale. La controriforma prevede l’esatto contrario, nel senso che tutte le funzioni vengono attribuite al CDA, il quale, come se l’università producesse saponette, deciderà su tutto: linee di ricerca e offerta didattica, conseguentemente reclutamento e gestione del rapporto dei docenti. Il CDA deciderà su queste cose, ma non sarà elettivo. Il CDA sarà integrato da persone esterne senza che ne siano stati precisate le condizioni e circostanziati i poteri; mentre il Senato viene declassato a mero suggeritore, privo di poteri. L’ingresso dei privati. Viva! I salvatori della nazione. Viva! Abbiamo una lunga esperienza, in Italia, di mecenatismo dei nostri privati: Alfa Romeo, viva! Autostrade, viva! Telecom, viva! Alitalia viva! E altre nefandezze varie, sempre viva!. Volete privatizzare pure la cultura? Viva! Qual sarà il prossimo passo? Il Minculpop. Probabilmente. Viva!

Si dirà: 3 membri su 1, sono pochi. L’argomento è suggestivo. Ma ragioniamo: innanzitutto chi possono essere quei 3 membri? Anche analfabeti, evasori, mafiosi, politicanti o loro ruffiani. Ancora questo è niente. Si è niente, rispetto al peggio. Dov’è il trucco? Ancora una volta nei denari. Che siano uno nessuno o centomila i privati in CDA, quello che conta è il loro potere reale; e quello si misura dalla capacità di un Ateneo di fare a meno dei denari del finanziamento privato per funzionare in modo pieno.

In altri termini non si tratta solo di porre limiti alla misura del finanziamento dei privati o in assenza della loro ingiustificata presenza nei CDA, ma si tratta di mantenere una specifica proporzione nei finanziamenti tra l’apporto privato e quello pubblico, tale che quello privato non sia condizionante del regolare funzionamento dell’università, della libertà di ricerca, di didattica e del pluralismo della classe docente. In una istituzione di istruzione pubblica i soldi del privato possono servire solo per il di più, mai per l’ordinario. Se i privati mettono quel di più allora – a diverse e rigorose condizioni – potrebbero entrare nel CDA, senza danni gravissimi. Ma adesso ci entrano perfino senza mettere un soldo.

I principi costituzionali di libertà di ricerca e di insegnamento e di pluralismo democratico nelle istituzioni di istruzione si rispettano con meccanismi chiari che consentano di dare il canonico calcio nel sedere al privato che si spinge oltre suoi limiti, quando pretende di condizionare un ateneo sotto il ricatto della revoca dei finanziamenti; revoca che porterebbe al collasso. Una dipendenza malefica che soffoca sul nascere al tanto sbandierata concorrenzialità tra atenei virtuosi. Perché se io non posso fare a meno della sovvenzione provata con cavolo che lo sbatto fuori e ne cerco in altro. All’opposto se il finanziamento privato è non essenziale alla funzionamento ordinario è il privato a dovere tenere stratta la partnership.

Né questa né altre garanzie vi sono del ddl. Consegue che poiché il sistema finanziario degli atenei è già sotto la tenda ad ossigeno – e così vi è stato ridotto da Tremonti (l’eminenza grigia della riforma), ad oggi mancano oltre 1,25 miliardi di euro oltre la restituzione parziale – ogni ateneo che non vorrà chiudere dovrà donarsi a qualche padroncino finanziatore che vuole giocare a far l’americano.

Una vera conquista strategica per il futuro della Nazione.

Sul direttore generale – Che il cambiamento del nome al direttore dell’ateneo implichi l’assunzione di maggiori responsabilità è affermazione improvvida, posto che ai sensi dell’art. 21 del T.U. n. 165 del 2001 (massimamente dopo la legge Brunetta) tutti i dirigenti apicali hanno quelle responsabilità. La norma servirà solo a determinare maggiori retribuzioni e ad avere mani più libere nel nominare direttori più esecutori del CDA e meno garanti della legittimità degli atti. Ma la cosa scandalosa è che un manager diventi un organo dell’università; peggio che una una s.p.a. Una vera conquista di civiltà!

Sulla valutazione degli studenti sui professori – La valutazione della didattica del docente da parte degli studenti è un’attività praticata da almeno un decennio; ed è cosa buona e giusta che anzi andrebbe finanziata. Ma altra cosa è fare discendere dalla valutazione, con la media di Trilussa, il finanziamento dell’intero ateneo. Codesti soloni della valutazione come credono di arginare il fenomeno della valutazione mirata? Dagli addosso al Caino, e vai con il padre di famiglia. Non occorre che si spieghi la metafora. L’idea è balzana perché considera l’istruzione una merce e gli studenti dei clienti, contraddice poi l’idea stessa di merito e di ruoli. Quale sarà il prossimo passo: l’auto-esame di profitto? Probabilmente.

Sulla riduzione dei settori Qui occorre che la maggioranza si metta d’accordo con sé stessa. L’on. A. Martino – quello stesso che ha dato dell’analfabeta a tutti i suoi ex colleghi professori – tuonava contro i SSD (settori scientifico disciplinari) perché troppo ampi; che significa che sono troppo pochi, sono 370). E auspicava il ritorno alla materia: come dire da 370 titolazioni concorsuali a 37.000, almeno. Sostiene Martino che con settori culturali ampi non si può fare comparazione seria. Altro che riduzione. Chi scrive di università dovrebbe aver presente che quello è il luogo in cui si fa scienza e che non può essere una ministra incompetente (letterale) a stabilire quale scienza è uguale a un altra. Sempre che non si tratti di saponette e noi non ce ne siamo accorti.

Sulla riorganizzazione interna degli atenei – Anche questa è materia statutaria; la legge impinge dove non può. Non più di 12 facoltà, ma lo stesso ddl abolisce le facoltà, come le conosciamo ora. Nulla di epocale, anche perché non servirà allo scopo dichiarato di eliminare quelle con titolazione esotiche. Dodici è un numero non un elenco. Si basa poi sulla sciocca considerazione che la moltiplicazione dei corsi, della facoltà delle sedi decentrate, abbia favorito i docenti, moltiplicato le cattedre (non esistono più tra trent’anni). Stupida malignità. Questa improvvida proliferazione ha solo comportato la moltiplicazione – gratis sia chiaro – delle ore di insegnamento di ogni docente e ricercatore (che lezioni non ne dovrebbe proprio fare).

Sul reclutamento di giovani studiosi – E’ difficile, pure sforzandosi, dire cose più imprecise se non inesatte e pure poi travisarne il significato. L’abilitazione scientifica nazionale riguarda tanto quella ad associato quanto quella ad ordinario, che vengono mantenute distinte. Ma la commissione è in entrambi i casi composta da soli ordinari. Tutto si può dire della commissione meno che essa sia prevista essere composta sulla base di specifici parametri di qualità. Cinque componenti per diversissime e spesso iperspecialistiche ricerche. Anti baroni? Tutto nelle mani di cinque non specialisti della disciplina in cui abilitare: se questa non è oligarchia! Ma l’abilitazione non vale un fico secco. Poi l’assunzione avverrà con chiamata del singolo Ateneo. E c’era bisogno di tutto questo bailamme per lasciare le cose come stanno. Perché ora accade proprio così.

Ma la cosa stupefacente è leggere qua e là che in tema di reclutamento si distingua tra reclutamento e progressione di carriera. Perfino il dubbio mi è venuto: che il ministro, magari dopo un incubo notturno in cui sognava i suoi meno noti trascorsi universitari (http://www.facebook.com/home.php?sk=group_109644915770912&id=109987055736698 ) e più noti post universitari e calabresi, sia rinsavito e abbia accolto le indicazioni di tutte (tranne una forse) organizzazioni di professori e ricercatori. Che abbia accolto insomma il Manifesto del Conpass e io stia qui a protestare come il giapponese nella giungla? Perché questa della distinzione netta tra reclutamento e carriera è proprio una delle richieste centrali dei professori e dei ricercatori. Di quei ricercatori e di quei professori che stanno nelle piazze e sui tetti e in rete a protestare, vox clamantis in deserto. Di quei stessi ricercatori e di quegli stessi professori che hanno hanno raccolto petizioni con 3000 firme l’una e vere. Non di quelli che ne con 400 firme e taroccate (http://www.professoriassociati.it/?p=387) come quelle di Magna Charta, hanno dato accusato gli altri di demagogia.

Ma purtroppo non è così. Il ddl prevede l’esatto contrario, rimarca e accentua la distinzione tra reclutamento e progressione. Infatti moltiplica i ruoli (oltre gli attuali anche il ricercatore a termine) e li separa nettamente tra loro (fasce chiuse con proporzioni prestabilite). Ogni volta, insomma che si vuol fare carriera si viene assunti di nuovo. Come accade ora. Si viene assunti di nuovo … se. Molti se. Nessuno dei quali attinente alla qualità del singolo aspirante. Cioè il meccanismo che viene additato essere baronale, perché condiziona la vita accademica dello studioso, dalla laurea all’ordinariato. Il ddl Gelmini non modifica questo meccanismo, anzi lo accentua. Da un lato attribuisce a cinque soggetti il potere abilitativo, da un altro lascia a ristrette oligarchie locali la decisione effettiva e l’unica effettiva. E la situazione è ancora più grave per i giovani.

Sull’accesso di giovani studiosi – Che il ddl introduca interventi volti a favorire la formazione e l’accesso dei giovani studiosi, invece di stroncarli sul nascere, è cosa che mi piacerebbe leggere nel ddl o dove coloro che lo dicono abbiano potuto leggerli. Nulla posso obiettare ora, perché nulla c’è nel ddl. Non c’è nessuna tutela del precariato. Non vedo come possa dirsi incentivo l’abolizione del post-doc, ma mi piacerebbe saperlo. Togliere senza altro mettere non mi pare agevolazione. E poi ancora dice che riforma il reclutamento. Questa si che c’è come modifica, però è iper precarizzante. Infatti, introduce la figura del ricercatore a tempo determinato. Che non sostituisce i precedenti rapporti precari. Ma si somma ad essi. Altri sei anni. Così tra dottorato, assegno e tempo determinato si arriva tranquillamente a una dozzina d’anni, cioè quando giovani ricercatori non si è più; perché si è arrivati a 40 anni. A quel punto che succede? Dico se il ricercatore a tempo determinato, quello bravo e così accertato con gli infallibili criteri della ministra, arriva a 40 anni? Diventa professore, penserete voi. Così mente la ministra. E invece no. Non ci diventa.

Se ci saranno i soldi, se ci saranno i pensionamenti, se ci saranno le proporzioni, se … il 40enne abilitato potrà fare la domanda per la chiamata locale. E se non sarà chiamato? Niente. A spasso. O all’estero, dove nessuno rifiuta un cadeau di 900 mila euro. A prezzo di costo dico, perché a valore siamo sui 140 milioni di euro. Ma come mai un’università sì profondamente malata e marcia produce ricercatori così bravi che all’estero se li prendono? Ma? Chissà che qualcuno non provi a darmi una risposta. Beh, ci si pensi, questa storia della c.d. “fuga del cervelli” va avanti da un pezzo. Se i migliori se ne sono andati qui devono essere rimasti i peggiori. E allora come diamine hanno fatto, codesti peggiori, a produrre ancora un’altra generazione di cervelli fuggitivi e poi ancora un’altra e un’altra ancora. Lo si spieghi.

Sulla gestione finanziaria – Cambia sistema. È vero. La contabilità pubblica è uniforme, ma non lo è quella privata; per lo meno come quella pubblica. Dov’è l’anarchia attuale e l’uniformità di quella futura?

Sulla valutazione degli atenei – il tormentone: fine dei fondi a pioggia. Quali fondi? In Italia si investe in Ricerca poco più della metà degli altri paesi europei. I fondi a pioggia come li chiama la propaganda di regime (FFO, cioè Fondo di Finanziamento Ordinario) serve a mala pena a pagare gli stipendi dei più sottopagati d’Europa, con un rapporto docenti/studenti tra i più bassi, sempre d’europa. Rapporto che fa sprofondare il ranking delle nsotre università. La valutazione? Che ben venga. Perché mai la campionessa del merito Mary Star non ha dato attuazione all’ANVUR? Non la ha istituita lei ma Mussi. Perché mai un dipartimento X dell’ateneo Y che produce ricerca eccellente deve essere penalizzato se il dipartimento Z del medesimo ateneo non produce un bel niente? Sarebbe questa la meritocrazia?

Sull’obbligo di presenza docenti a lezione – Che bufala! I docenti hanno già l’obbligo di tenere un registro che sia cartaceo o elettronico non cambia nulla. E nulla cambierà se indebite “stabili sostituzioni” vengono ignorate. Quanto alla determinazione delle ore di servizio non viene stabilito niente di nuovo. 350 ore erano prima 350 ore sono ora. Anzi per i docenti a tempo definito si passa da 250 a 200. 1500 ore sono solo un parametro per la rendicontazione dei progetti di ricerca, non i numero delle ore di servizio. Un professore universitario è pagato per pensare, non per insegnare. Non si scandalizzi il lettore; non è un privilegio. È una necessità. Si insegna, all’università, almeno in parte, l’oggetto della ricerca. E la ricerca la si fa senza orario.

Sugli scatti stipendiali solo ai professori migliori – È così. No. Non v’ha dubbio. Ma quali scatti? Non posso spiegare la struttura retributiva che ci vorrebbe una pagina, ma posso dire che non si tratta della progressione di carriera. (Chè quella si fa passando da una fascia a un’altra se c’è il posto, mica come i magistrati, a ruolo aperto, con intero trascinamento e rivalutazione dell’anzianità.) Essa riguarda il completamento della normale retribuzione che parte ridotta all’assunzione e arriva completa a fine carriera. È un bel dire che questa mistificazione introduce il merito: prima ti tolgo il tuo e poi se te lo ridò a certe condizioni. Dalle mie parti si chiama in un altro e poco edificante modo questo agire, altro che merito. Ma quasi dimenticavo. Questa norma non si applica ai baroni, perché loro hanno già ultimato gli scatti. Vale solo per gli altri: i non baroni, quelli che protestano e la Gelmini non capisce perchè. E già. Una norma antibaroni!

Sul diritto al studio e sull’aiuto agli studenti meritevoli – Nel ddl Gelmini il finanziamento del diritto allo studio passa da 190 a 40 milioni di euro. Questo è certo. IL resto riforma non ha copertura finanziaria e poi si vedrà. Da subito, però scompare del tutto il diritto allo studio e compare quello per il merito. Di chi? Di chiunque, bisognoso o no. Che significa? È presto detto. Due studenti concorrono al medesimo unico finanziamento, uno sprovvisto di mezzi e uno no. Per la Gelmini hanno lo stesso diritto. Per la Costituzione no. Così se il finanziamento va a chi avrebbe comunque studiato l’altro non studierà, perché non potrà. Che dire, un ragionamento di ampio respiro di fine strategia per il paese. Un’altra manovra alla Dooh Nibor (rovescio di Robin Hood), la vera anima di questo governo, il cui scopo piduista è quello di smantellare lo stato sociale, di cui scuola (già fatto),, sindacato (battute finali) e università (in progress) sono strutture portanti.

È tempo di smetterla di cincischiare sule quel che c’è di buono e di cattivo: la questione è grave; un altro pilastro dello stato sociale è sotto attacco. La parte II arriverà con i decreti attuativi.

Aiuto!

di Calogero Massimo Cammalleri – Conpass – www.conpass.it

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In Turchia arriva la protesta. Qui è soffocata.

domenica, dicembre 5th, 2010


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UNIVERSITAS FUTURA – Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti. Eleonora Martini, Il Manifesto

sabato, dicembre 4th, 2010


UNIVERSITAS FUTURA – Quagliariello fa cilecca, firme false pro-Gelmini. I no dei tremila docenti.

Eleonora Martini, Il Manifesto

Certo, anche Gaetano Quagliariello poteva fare di meglio con la sua maggioranza silenziosa. Non che siano pochi, i 16 mila indirizzi email - prelevati chissà dove – divenuti destinatari del super celebrato «appello dei 400 docenti» promosso dalla Fondazione Magna Carta in favore della “riforma” Gelmini. E passi pure che non tutte le adesioni ricevute in cambio e pubblicate sul sito del quotidiano on-line L’occidentale corrispondano a docenti, ricercatori o collaboratori universitari (come risulta dall’elenco completo e aggiornato al 25 novembre del Miur, e denunciato dai 3.100 universitari che hanno firmato l’appello anti-Gelmini di “Universitas futura”). La realtà è che comunque 400 nomi sono davvero pochini per una svolta «epocale» come quella voluta dalla ministra Mariastella che ieri, evidentemente non così sicura della sua maggioranza, ha diffuso una nota ufficiale per ricordare che se non passa la riforma non ci sarà più alcun concorso da ricercatore (le norme scadono a fine anno, spiega il Miur senza dire che il ddl prevede solo contratti a tempo determinato per 8 anni al massimo, poi, in 25mila, tutti a casa), né per ordinari e associati (abrogate le vecchie regole, siamo in vacatio legis), e che saranno «bloccate le risorse per reintegrare gli scatti di stipendio».

Ma quello che proprio non ci si aspettava dalla maggioranza silenziosa dell’azzurrissimo Quagliariello è di trovare in quell’elenco misero misero pure firme di persone dichiaratamente contrarie al ddl appena approvato dalla Camera. È il caso del professor Carlo Cosmelli, fisico della Sapienza di Roma, al quale non è bastato chiedere che il suo nome venisse tolto dall’elenco perché dopo poche ore lo ha visto riapparire e poi di nuovo scomparire ma non senza una nota della Fondazione Magna Carta che lo accusa di «arroganza baronale» sostenendo che un tipo come lui «pare più a suo agio negli uffici della Lubianka che non nel mondo della ricerca di un libero Paese occidentale». Ed è anche il caso del professor Gabriele Bianchi, matematico dell’università di Firenze o della ricercatrice di Siena, Mariarosaria Vergara. C’è troppo silenzio nella maggioranza di Quagliariello per sapere come siano finiti in quell’elenco.
Invece i docenti e ricercatori di “Universitas futura” sono assai poco silenti: da un paio d’anni gli oltre 4 mila iscritti di tutti gli atenei italiani discutono in rete ma non ottengono l’attenzione dei media.
Nemmeno quando in 3.100 firmano un appello al presidente Napolitano per chiedere di fermare un atto che ritengono disastroso e in alcuni punti anticostituzionale, accusando la Crui di «non rappresentare l’università ma solo se stessa». La conferenza dei rettori, infatti, anche se divisa al proprio interno, finora è stata l’unica voce apertamente favorevole alla “riforma”.
«Ovvio – spiega Walter Lacarbonara, docente di Scienze delle costruzione aerospaziali alla Sapienza – il ddl rafforza enormemente i poteri dei rettori, ecco perché è necessario un mandato a termine». Nel nuovo modello di governance, infatti, al Senato accademico rimane solo da deliberare sugli aspetti didattici. Tutti gli altri poteri, tutte le questioni strategiche, saranno poste nelle mani solo del Cda, che dovrà necessariamente essere composto anche da membri esterni, un po’ sullo stesso modello delle Asl e delle aziende municipalizzate.
E tutti già sanno che il paragone con i modelli anglosassoni o americani in Italia non regge: «Le forze produttive italiane non hanno la cultura dell’investimento sull’innovazione e sulla ricerca – continua Lacarbonara – diventerà invece semplicemente una poltrona in più per politici».
I motivi di contrarietà alla “riforma” sono molti ma ci sono cose che davvero non vanno giù. Come le nuove forme di reclutamento: il sistema dell’idoneità nazionale acquisita tramite concorsi pubblici, propedeutica per accedere ai concorsi locali banditi dai singoli atenei e, infatti, secondo “Universitas futura”, un sistema dispendioso, burocratico e che rafforza le baronie delle commissioni esaminatrici.
Il criterio buono, per loro, è invece quello riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale: il «peer review», una sorta di valutazione di merito generata dall’analisi delle pubblicazioni operata dai colleghi di tutto il mondo. Detto in uno slogan: «Cooptazione, competizione e valutazione». Lo spiega il professor Claudio Procesi, vice presidente dell’International Mathematical Union: «I dipartimenti dovrebbero fare le proprie scelte di politica scientifica quindi, competendo tra di loro, assumere chi desiderano, anche per chiamata diretta. Saranno poi valutati dalla comunità scientifica internazionale». Procesi ammette che «forse è una posizione troppo avventurista per l’Italia che è un paese molto burocratico».
A dimostrarlo è il divieto, introdotto da Gelmini, di lavorare nello stesso ateneo per familiari fino al quarto grado di parentela. Insomma, Marie e Pierre Curie non avrebbero avuto, nell’Italia di Mariastella, nemmeno un soldo o un laboratorio per le scoperte che hanno regalato all’umanità.

Il Manifesto del 2.12.2010


 

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