Appello ai Senatori: fermate il DDL Gelmini
Cari Senatori,
questo appello per chiedere il vostro aiuto in merito al DDL che martedì 30 novembre è stato votato alla Camera. Come membro del Coordinamento Nazionale Professori Associati (CoNPAss, www.professoriassociati.it )vi chiedo di bloccare la DISCUSSIONE perché una riforma che voglia essere efficace non può nascere senza il consenso di chi in università lavora con impegno e serietà da anni. Le ragioni della nostra protesta sono tante, ne indico solo alcune che ritengo più importanti:
- Questa riforma non limita il potere dei BARONI anzi lo rafforza. Un esempio fra tanti è dato dal fatto che nel DDL solo gli ordinari possono partecipare alle commissioni per l’abilitazione scientifica nazionale (art 16, comma 3, lettera e) mentre sono stati estromessi i professori associati. È noto a tutti che, seppur non tutti gli ordinari possono essere definiti BARONI, è certo che tutti i BARONI sono ordinari. A voi valutare la conseguenza. La nostra proposta in merito è di reinserire i professori associati nelle commissioni.
- Non premia il merito e l’eccellenza anzi la mortifica: l’art 5 (commi 1,2,3,4,5) introduce indicatori di valutazione dell’operato di professori e ricercatori che non tiene conto delle condizioni di partenza dei ricercatori/professori nei diversi atenei. Infatti, oggi chi opera in Atenei di piccole dimensioni è costretto a finanziarsi la ricerca di tasca propria visto che i fondi in dotazione ai Dipartimenti sono sempre meno (nel mio ateneo il fondo annuale per la ricerca oscilla tra le 500 e le 700 euro per ciascun incardinato). Il DDL peggiorerà la situazione visto che i fondi finiranno per confluire come “premio” verso quei grossi centri di ricerca che già producono ricerca avanzata mentre chi tenta di costruire le basi per fare ricerca avanzata avrà smesso di sognare e anche di lavorare. La nostra proposta è che tutti gli Atenei di piccole dimensioni vengano messi nelle condizioni di poter usufruire di risorse sufficienti per superare il gap che li separa dagli Atenei più forti.
- Non rispetta le differenze territoriali: il DDL segue una filosofia improntata alla riduzione drastica dei costi dell’istruzione universitaria e introduce parametri di gestione che aggravano la situazione, già critica, di molti Atenei che vivono in sofferenza. Al massimo fra tre anni molti corsi di Laurea, anche a causa del blocco del turn-over previsto dalla 133, non avranno più il numero di docenti sufficiente per sopravvivere e saranno costretti a chiudere. Le realtà territoriali nel nostro paese sono diverse e la chiusura di alcuni corsi laurea avrà conseguenze molto gravi in particolare nelle isole. Se venisse chiuso un corso di laurea per esempio a Pavia, a Brescia, a Verona, chiunque potrebbe raggiungere, in un’ora di treno un’altra sede universitaria – Milano, Bologna, Padova, Torino ecc – in cui troverebbe lo stesso corso di laurea. In Sardegna, dove vivo, questo non potrebbe accadere. Perché ad un’ora di treno da Cagliari non vi è alcuna università e l’università di Sassari non ha gli stessi corsi di laurea presenti a Cagliari. Quest’anno a Cagliari è stato chiuso, a causa di mancanza di criteri minimi, il corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale, unico in Sardegna. Tra non molto stessa sorte potrebbe toccare al corso di laurea in psicologia, in odontoiatria ecc. Corsi di laurea unici nell’isola. Chi vorrà studiare dovrà emigrare. È giusto che una riforma pesi così tanto negativamente solo in alcuni territori? Proponiamo che le differenze territoriali vengano rispettate.
- Non produce qualità: è vero che negli ultimi anni i corsi di laurea negli Atenei italiani sono aumentati a dismisura e con loro anche i costi, ma non tutti ricordano che: i corsi di laurea quinquennali (vecchio ordinamento) sono stati divisi in 3+2 dalla riforma Berlinguer e poi ancora modificati dalla riforma Moratti. Se un unico corso è diviso in 2 pare ovvio che il numero dei corsi raddoppi immediatamente. Inoltre i docenti sono stati costretti a raddoppiare gli insegnamenti poiché i corsi annuali sono diventati semestrali per favorire (pia illusione) il superamento degli esami da parte degli studenti e gli insegnamenti sono stati spezzettati in piccoli moduli sempre per la stessa ragione. La quantità ( di corsi, insegnamenti ed esami) non ha prodotto qualità. La riforma non incide minimamente su tal situazione che rimane inalterata, né interviene nell’imporre modifiche a quei corsi che si sono rivelati un flop. La probabilità che un corso inutile e con pochi iscritti chiuda è pari alla probabilità che chiuda un corso utile con molti iscritti perché ciò dipenderà dal rispetto dei criteri minimi (num di docenti incardinati in primis) non certo dalla qualità dei risultati raggiunti. La nostra proposta è che si valutino i risultati ottenuti dai corsi di laurea e si concentrino le risorse verso quei corsi che raggiungono alti livelli di qualità.
Vi sarebbero molte altre questioni ma mi fermo qui. Penso che queste ragioni siano sufficienti per segnalare la gravità della situazione che si verrebbe a determinare con tal riforma e la necessità di provvedere ad una VERA RIFORMA costruendola insieme a tutte le componenti che rendono l’università viva malgrado tutto: studenti, ricercatori, professori associati, ordinari, amministravi e tecnici.
Buon lavoro.
cristina cabras
associate professor
social psychology, forensic psychology, criminology
department of psychology
university of cagliari
italy

