una questione di identità collettiva
Le osservazioni di RGC mi trovano sostanzialmente d’accordo. Provo a riassumere qui l’oggetto delle mie riflessioni in difesa della spinta “corporativa”.
1) La “questione” della spinta corporativa vs la difesa dell’università pubblica nella sua interezza.
Ritengo improprio, come ho letto in molte mail, porre la questione della tutela degli interessi di una parte minoritaria e perciò del tutto trascurata e dimenticata dai c.d. riformatori, pur non di meno essendo assai significativa nel sistema dell’istruzione e della ricerca universitarie, come bassa cucina a tutela di interessi personali. Si tratta infatti di due aspetti non alternativi.
L’esigenza di fare sentire la propria voce, a tutela dei propri interessi, che sono collettivi e non individuali, non è in contrapposizione con le altre componenti dell’università. La partecipazione degli associati – in quanto associati – al movimento (spontaneo) di protesta e di alternativa (si spera) contro il disegno gelmonti-pdindustria, ha “senso” solo se i problemi generali della riforma universitaria rappresentano “il contesto” in cui ci muoviamo, non il fine unico e ultimo. Il “ruolo unico”, che è auspicio di molti, è molto di là da venire, sicché non mi pare per nulla disdicevole né tampoco riduttivo rappresentante, nel predetto contesto le istanza di una partre di cui nessuna parla e di cui nessuno sa niente ( sa poco e male).
2) Il senso della tutela dei diritti individuali.
Se esiste un tema in cui gli insegnati di ogni ordine e grado (uso il termine deliberatamente, a sottolineare l’unicità della funzione sociale, pedagogica, culturale) non hanno da temere in ogni tempo critiche, questo è quello del sacrificio dell’interesse personale a vantaggio del superiore interesse della Istruzione (pubblica, gratuita, pluralista, a-classista).
Tradotto in termini operativi nel contesto dell’università, questo ha significato svolgere supplenze et similia a titolo gratuito, anteporre le urgenze della didattica alle esigenze della ricerca. Questo atteggiamento di protezione del Sistema e degli studenti viene spesso chiamato – abbastanza beffardamente – “senso di responsabilità”. Beffardamente, come se i docenti non mangiassero e non avessero figli. Beffardamente, perché confidando su questo malinteso “senso di responsabilità” si è praticato uno spaventoso overbooking didattico, scaricando sui docenti le responsabilità di chi non ha finanziato quando c’era da finanziere, costruito quando c’era da costruire, assumere quando c’era assumere. Beffardamente, perché a dimenticare i diritti individuali e collettivi (da distinguere da pubblici, cioè della collettività) da vittime ci si auto-trasforma in carnefici.
In conclusione ritengo profondamente errato forgiare il coordinamento come un gruppo di adesione al movimento dei ricercatori. Deve, a mio avviso, essere autonomamente individuabile l’identità collettiva degli associati, il cui coordinamento, nel contesto suddetto, si pone al fianco dei ricercatori e in aggiunta ad essi e alle altre componenti.
3) Lo “snobbismo pauperista” di noi docenti .
In connessione con il punto 2) gioca un ruolo rilevante l’atteggiamento – spesso contraddittorio – nei confronti del (vile) denaro. Così, si va: dall’eccesso di pudore, all’egalitarismo oltranzita, infine, all’elitarismo radical-chic, di chi, da uomo di scienza, intellettuale, scienziato (dovremmo pure imparare a ricordarcelo e ricordarlo quando interloquiamo con un essere parlante come la ministra Gelmini e i suoi cicisbei), disdegna discutere di compensi, di lavoro, delle insidie e delle trappole della meritocrazia vera e oggettiva (raffinata ghigliottina del libero pensare) che ci trasforma (nelle mani di codesti novelli Robespierre) un un esercito di cottimisti scioperati; per di più pure incapaci di scioperare. Si è dimentichi del fatto – di strategica capitale importanza di ogni gruppo organizzato – che, sistema economico contemporaneo, la misura della retribuzione è la misura della dignità, dall’autorevolezza, dell’importanza di un mestiere. Che considerazione sociale della funzione dell’istruzione volete che abbiano gli altri quando i primi di disprezzarne il valore (sul piano concreto, dico, fuori da sterili motteggi) siamo noi?
la tutela collettiva dei deboli (come deboli siamo noi nei confronti della potenti lobbies che che vogliono impadronirsi dell’univeristà), inizia sempre assicurando al singolo la libertà individuale, che è libertà da bisogno. Tradotto nel nostro “piccolo orto” avanzare rivendicazioni economiche di gruppo, si traduce, in rivendicazioni sul complesso dello “stato giuridico”, perché, piaccia o no, non produciamo bulloni o altre entità così schiettamente misurabili o misurabili nel breve periodo. Perché la libertà di ricerca, significa adeguatezza dei mezzi per farla. Perchè adeguatezza significa diritto di accesso ex ante ai finanziamenti. Perchè ricerca libera è fondamentalmente ricerca “inutile”.
Finirà l’onda degli “indisponibili” e poi? Poi ci troveremo di nuovo a sostenere il sistema a nostre spese? Come fatto fin ora? Allora! Cosa facciamo?
4) Lo “snobbismo intellettualista” di noi docenti .
Non ha ragione o ha ragione Bruno Mantelli? Dice: «mettere in primo piano le esigenze della II fascia (cioè il nostro specifico) gli ha dato un sapore francamente corporativo che me lo rende non poco indigeribile: poco o nulla sulla funzione della ricerca e dell’alta formazione, poco o nulla sulla questione degli accessi da aprire ai giovani (ai nostri allievi!!!), nulla sull’irrisolto problema della formazione degli insegnanti, che per alcune grandi facoltà (Lettere e Scienze in primis, ma non solo) è cruciale e che sta producendo precariato e sfracelli sociali, accenni troppo criptici sulle ondate di pensionamento che attendono l’accademia e così via.»
No. A mio avviso non ha ragione sul sapore negativamente corporativo. L’ho spiegato prima.
Si. A mio avviso ha ragione sulle grandi questioni di contesto che segnala. (A proposito delle SISS si racconta che la ministra sia stata bocciata due volte agli esami di ammissione, cosicchè ha deciso che era una scuola inutile il primo giorno che si è insediata. Sarà una maldicenza? Che gli esami di abilitazione li ha superati, dopo il praticantato – forse – per corrispondenza, a Catanzaro, pare invece sia vero.)
Tuttavia, come ho prima detto, il contesto non deve annullare le specificità di una protesta.
Ritengo perciò che le penetranti contro-osservazioni del collega umanista vadano considerate come parte della proposta del coordinamento. A partire da quelle sarebbe utile elaborare un’analisi intesa a dimostrare come le riforma – applicata agli attuali associati e lì sta la specificità e la necessità del del coordinamento, tradisca le sue premesse, di un’università migliore, di ricerca, meritocratica, affrancata dai baroni.
Vanno, in definitiva, evidenziate le contraddizioni forti che esistono tra annunciata meritocrazia e liberazione dal baronaggio e la sorte – già ora non lusinghiera e poi peggio – riservata agli associati.
Questo può avvenire elaborando una articolata e complessiva proposta emendativa al ddl fatta dagli assiciati.
Questo non è corporativismo cattivo. È invece la quintessenza della democrazia: lo spazio in cui ogni gruppo concorre al benessere comune, senza perdere la sua identità. O cercandone una se non ce l’ha. Come gli associati.

