Archive for the ‘Coordinanento Nazionale Associati’ Category

assemblea – logistica – indicazioni – percorsi – assemblea

giovedì, novembre 11th, 2010


ORE 11:00

Università La Sapienza – Roma

sede centrale dell’ex Facolta’ di Scienze Statistiche

Aula Gini (alias Aula I, alias aula Y nella mappa) piano terra

(fino a dieci minuti prima appuntamento ai piedi della statua/fontana della Minerva)

MAPPA INTERATTIVA PARCO per trovare l’aulaY, cliccala

altre indicazioni, per chi arriva:

in treno a Termini.

A piedi: uscendo verso destra (spalle alla testa dei treni) su via Marsala, girare a sinistra su via Castro Pretorio; sempre dritto fino alla cittadella universitaria.

in bus: uscire davanti (spalle alla testa dei treni), verso piazza dei Cinquecento. Bus n. 310 per 4 fermate (sul sito dell’ATAC vi calcolano tutti i percorsi e ve li indicano sulla mappa).

in treno a Tiburtina.

(Se è aperta. ) Bus n. 492 per 6 fermate: scendete dietro il CNR.

in aereo da Fiumicino.

Treno “Leonardo” fino a Termini in mezz’ora e costa 15 euro.

In taxi da Fiumicino. Circa 40 euro (fissi).

in aereo da Ciampino.

Pullman di RyanAir fino a Termini (lato via Marsala) in un tempo indeterminato (non meno di 40′) e costano o 4 o 6 euro (variabile).

In taxi da Ciampino. Circa 30 euro (fissi).

In automobile.

L’entrata più diretta è il tronchetto della Roma-L’Aquila. Parcheggio improbabile; tentare la fortuna e provare nei dintorni di Piazzale A. Moro, oppure provare al più vicino silos a pagamento che mi pare sia quello di piazza Indipendenza. Poi  (vedi sopra) o a piedi o con il 310 per 3 fermate. Tutto intorno all’università è comunque fascia blu.

Una volta dentro la Sapienza, ci sono i cartelli che indicano le Facoltà, vedi sopra o clicca qui.

Programma: prossimamente sul sito.


 


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Sveglia!* Scilicet: in difesa della Costituzione salviamo l’università pubblica: perché di questo si tratta!

domenica, novembre 7th, 2010


*[Sveglia! Chi non si è mai trovato tra le mani il foglietto - invariabilmente apocalittico - dei Testi­moni di Geova? (Ognun sa di che parlo.) E sì. Ci vede tutti dormienti e sinceramente affranto per le nostre sorti, di riottosi, ciechi e sordi, grida, invariabilmente, sveglia! Mi sento come il foglietto. Non demordo. E come quello insisto. A lungo e rigiro e ripeto. Ho fede: nella ragione dell'Uomo; al fine. E cosi gri­do: sveglia!]

Quid accidit?

Che succede all’università italiana? È sotto attacco. Un attacco pesante, insidioso, fariseo e distrutti­vo, probabilmente anche incostituzionale. E nessuno ne parla? Che succede? Uno dei peggiori in­ciuci della politichetta degli ultimi anni si consuma a danno irreversibile del futuro del paese, della possibilità di formare successive classi dirigenti libere, critiche, pluraliste e democratiche, avviluppa e soffoca ogni voce di dissenso. Non c’è dibattito, non c’è inchiesta, Non c’è approfondimento. Non c’è l’università, quando si parla di università statale. Al massimo qualche professore di università privata.

Una (contro)riforma, brutalmente preparata da un assedio per fame e per sete, asperrimo come mai veduto prima. È presentata esattamente per l’opposto di quella che è: è retriva invece che moderna; è lobbista invece che meritocratica; è oligarchica (baronale) invece che democratica; è asservita inve­ce che libera; è dipendente invece che autonoma; è conformista invece che critica. Lo spiegherò appresso.

Prima occorre dire che quanto accaduto, accade e – non ancora inevitabilmente – accadrà, non è un caso, non è neppure l’effetto di incompetenza né quel­la palese della ministra né della presidente della commissione cultura né di altri che – lì – sull’università pontifi­cano. Tuttavia, dopo gli studi, se va bene, senza averci passato un giorno solo nelle università. Sarebbe questa un’atte­nuante, ma ingenerosa, per il vero artefice della riforma: il ministro Tremonti. Ideatore ed esecutore della missione ground zero, che non equivale alla più aulica espressione fare tabula rasa, perché dopo la demolizione non si vede nuova scrittura; si rivede quella ancora più vecchia. Vale a dire che se questo non è lo scopo vero e immediato della riforma, ne è l’effetto solo. Eppure, per quanto tragico possa essere proiettare nel futuro prossimo le conseguenze della demolizione, esse nulla sono. Rispetto all’obiettivo di lungo periodo. Quello vero: creare una società una; interamente dipendente dal suo capo: Priapo. Una distopia che peggio non si può immaginare. Se l’avessero immaginata i Pink Floyd, certo, invece che martelli a marciare, in The Wall, profetico, avrebbero messo dei cazzi capovolti, come quello del Priapo: duce e nume dei riformatori. Ossimori irriducibili, eppure viventi sono costoro: Robespierre-restauratori, giacobini di destra, giansenisti di sinistra. Come un ossimoro è la loro riforma: meritocratica senza meriti e democratico-autoritaria. Questa non èp che una previsione, hic et nunc bisogna pensare al presente. È ora di occuparsi della contingenza. Perché è dall’efficacia con cui si interviene – adesso – che si può impedire la distopia priapistica.

Bellum parate,

quoniam pacem pati non potuistis. Partiamo dalla disinformazione, cioè dal modo in cui viene preparata l’opinione pubblica ad acco­gliere quello che mai, con un’informazione corretta, invece accoglierebbe. Ecco quale: l’università oggi è baronale, autoreferenziale, scarsamente produttiva, troppo indietro nelle classifiche internazionali. E spendacciona: oltre il 90% in personale e non produce neppure una saponetta!

E così, via con il tormentone del nepotismo: di letto o di sangue. E poi via con i concorsi (che con­corsi non sono) che … “lasciano fuori bravi”. E ancora, via con … “i cervelli in fuga”. E dai con l’of­ferta formativa che … è troppa! E metti i fuori coso e gli abbandoni che …. sono più alti dei quelli degli altri. E via di lì: la strada è spianata; chi più ne ha più ne metta. Arriva il salvatore, il demiurgo deus ex machina: l’avvocata in trasferta o per corrispondenza, la ministra dell’istruzione. Parola d’ordine: bisogna riformare. E via con l’eco dei parassiti, ruffiani e cicisbei di regime: bisogna rifor­mare, riformare, riformare, riformare … . tutto è pronto. Nessuno che dica quanto è la spesa per studente, a petto delle altre nazioni; nessuno che dica quanti sono i mq di attrezzature per studente e per docente a petto dei cd eccellenti; nessuno che dica quanto costa un laureato, a petto dei paesi dell’OECD. Nessuno che dica quanti collaboratori – pagati, non da lui – ha un professore, a petto delle migliori università prese a obiettivo; straniere perché le italiche private non se la passano meglio, come ci ricorda Sylos Labini in http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/confindustria-ed-universita/74247/ ).

Alea iacta est

Siamo pronti anche noi, partiamo dunque. Useremo allo scopo di vedere il bluff le stesse premesse dei riformatori, le daremo per vere. E quindi: tutto il potere nell’uni­versità è nelle mani dei baroni; i baroni curano solo i loro interessi a danno dell’interesse pubblico e generale; nell’università regna il più bieco egalitarismo a tutto scapito della meritocrazia. Si lo dia­mo per vero, e senza distinguo; e non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari, sullo stesso campo.

Useremo perciò anche gli stessi obiettivi dei riformatori, li daremo per buoni: togliere il potere ai ba­roni, definitivamente; promuovere nell’accesso e nella carriera solo i meritevoli, insomma: merito­crazia. (Sia detto per inciso: essa fu una parolaccia, così la intese chi la coniò, il sociologo inglese Michael Young, chissà se la ministra lo sa e chissà se sa che è il perno dei regimi fascisti, lo avrà pure studiato che era lo strumento che Benito Mussolini opponeva alle “potenze demo-plutocrati­che”; ma si che lo sa!) Prendiamo per buona la filosofia meritocratica, senza distin­guo. Si lo diciamo per vero; non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari: siamo perfino disposti a far finta di essere jeffersoniani; e non lo siamo.

Vogliamo che le contraddizioni, se non le truffe della controriforma, vengan fuor da sé.

Su queste premesse esaminiamo i soggetti del processo riformatore: quelli che la dettano, quelli che la fanno, quelli che la subiscono, nel senso che ne sono oggetto. E li cataloghiamo in due insiemi: quelli a cui piace e quelli a cui non piace.

Quelli che la dettano, alcuni: Giavazzi (ordinario di università privata), Ernesto Galli della Loggia, (ordinario di università privata), Angelo Panebianco (ordinario con due piedi in due scarpe, una pubblica e un’altra privata), Roberto Perotti (ordinario, università privata), Giulio Tremonti (ordina­rio università pubblica, deus ex machina dell’ITT, università personale), CRUI (un drappello di or­dinari, i Rettori delle università italiane, gli attuali capi), fondazione Trellle (tra i fondatori Fedele Confalonieri), infine, ma non da ultimo, l’iperattiva e scalpitante Confindustria (gestore della LUISS, università privata). Già la Confindundustria. Come mai? Ma per il bene del paese! Codesta associazione (di filantropi, of course), infatti, ci ha abituati alla sua neutralità, alla sua obiettività, al suo illuminato liberalismo, alla sua capacità di scegliere solo per meriti, fin dal 1925. Quando, con lo storico accordo di Palazzo Vidoni (cinismo della storia, oggi sede dell’altro grande restauratore, absit iniuria verbis, il diminutivo e alla mancanza di portafoglio, il ministrino Brunetta), sempre per il bene del paese, scelse Mussolini, il marciatore, e ci si accordò. Mettendo fuorilegge i sindacati (non fa­scisti) dei lavoratori. Accettò in pieno il regime corporativo e fascista, ne trasse tutti i benefici. Sempre per il bene del paese e per il bene del paese non si oppose alle leggi razziali. Ma come pote­va dubitare del liberalismo del duce? Non erano e non sono britannici: senza Dio e senza Patria; lo­ro. Loro sono solo loro pragmatici, per il bene del paese. Si fanno gli affari loro (e infatti prendersi gratis l’università è un affare per … l’oro); sempre per il bene del paese. Come dubitarne. Come dubitarne con un passato sì glorioso, quando, per tornare alla storia recente, flirtano con ora con il premier (non importa quale) o con il suo antagonista (importa ancor meno), secondo come gira il vento. Sempre per il bene del paese. Già. Il bene del paese.

Quelli che la fanno: Tremonti-Gelmini e l’utile idiota, quello non manca mai, il PD; ancora alla ri­cerca di un’identità, ancora complessato di comunismo-leninismo, ancora in fasce a pietire dall’avversario un freudiano legittimante“bra­vo”. Disposto a essere più realista del re. Più a destra della de­stra. Più liberista dei liberisti. Pur di essere di più ma come l’altro. Mettono dentro tutti … dell’altro. E poi se la prendono, dentro, con i propri … rottamatori; gli unici che potrebbero de-gerontizzarlo e tirarlo fuori dalle sabbie mobili, quelle dell’università per esempio, in cui si è cacciato. È lì, in linea con Confindustria (si la stessa di qualche rigo sopra) la pro bono et aequi societas. Enrico Letta e Gianni Rocca sono lì. Sono le loro bocche, volteggiano all’unisono nel cielo, pronti alla picchiata divoratrice non appena la carcassa dell’università schianterà al suolo. Manca poco: non temano di precipitare; tengano duro, anzi. Sì li esortiamo; non li vorremmo sulla coscienza. Due intellettuali così, veri. Mica come gli accademici, gli impostori, intellighenzia snob, finta; corporativa, avida. PD! Sveglia! Siete all’opposizione. Sve­glia! Siete per lo stato sociale, la libertà, la giustizia sociale, la solidarietà, il welfare, la sicurezza sociale, la scuola pubblica laica interclassista, pluralista, democratica; lo ricordate, o no? Siete di si­nistra e il governo di destra. Oppure no? Siete per le primarie, la concertazione, il dialogo con le parti sociali, le riforme condivise, le riforme per, le riforme con, contro le riforme contro. O avete dimenticato anche questo. E si che lo avete dimenticato. Ci fate fare la riforma contro e nulla dite; contro il paese e ci mettete il carico da undici.

E voi, quelli di destra. Che siete al governo del Paese. Non avete figli? O pensate di essere immorta­li. Che state facendo? Sveglia! Svegliatevi anche voi. Un ristretto nucleo i lobbisti, vi sta facendo fessi, e ancora non lo capite. Ragionate con la vostra testa: non è argomento che interessi o che stia al cuore al vostro capo. Troppo complicato, non gliene frega niente dell’università, non una parola spesa.

Quelli che la subiscono: studenti, famiglie, professori, aspiranti tali (i precari).

Redde rationem …

Cataloghiamo. A chi piace e a chi no: è la tesi. Correlato logico indispensabile a chi dovrebbe piacere e a chi no: è l’ipotesi. Se tesi e ipotesi coincideranno la riforma sarà vera, se non coincideranno ci stanno facendo fessi.

A chi dovrebbe piacere: a quelli che il potere non ce l’hanno dentro l’università. Ci sono i ricercatori che non sono affatto precari, ma professori nella fase iniziale della carriera a cui viene da trent’anni rinviata la definizione dello stato giuridico. Sono professori a cui viene negata la dignità di profes­sori. Per questo la loro dichiarazione di “indisponibilità” è efficacie: fanno solo quello per cui non devono essere considerati professori. Non fanno i professori, visto che glie lo negano.

Dovrebbe piacergli perché se sono bravi potrebbero far carriere per ciò solo. Senza che ciò dipenda dagli umori dei baroni.

Ci sono i professori associati. Che sono già professori. I quali però possono ancora far carriera, per diventare ordinari. Dovrebbe piacergli, innanzitutto per le stesse ragioni per cui dovrebbe far piacere ai ricercatori, quanto alla carriera e poi perché, poiché sono professori non baroni, la riduzione del po­tere dei baroni significa renderli effettivamente partecipi del governo dell’università. Ci sono anche i professori ordinari “illuminati”. Perché non tutti gli ordinari sono baroni. Come non tutti i berga­maschi sono cretini e non tutti i siciliani mafiosi, e non tutti i napoletani imbroglioni e così via di luogo comune in luogo comune. Perché per essere barone (cioè oligarca) non basta essere ordinario, magari bravo, ce ne sono anche lì, occorre essere inquadrato in consorterie extra-accademiche. E questo agli accademici, anche ordinari, non piace. Quindi anche a loro dovrebbe piacere la riforma.

Che dire poi delle famiglie e degli studenti. Le une, che hanno i figlioli sempre più bravi e merite­voli di quelle degli altri, dovrebbero finalmente vedere affrancata dalla crudeltà dei professori baro­ni le aspirazioni dei loro, non più, pargoli. Gli studenti, per i quali tanto i professori sono tutti baroni, tranne quelli che lo sono, ma loro non lo sanno, perché tanto all’università si vedono poco e niente, dovrebbero essere contenti. Via i baroni, il loro peso negli organi accademici diventa reale. Via i baroni, se hanno merito andranno avanti senza compromessi. Infine ci sono i precari. Che brutta espressione! Eppure vera. Chi sono? In un paese normale, sono i giovani tra trenta e quarant’anni, cioè giovani non giovani, ma non in Italia dove i pantaloni lunghi si indossano passati i sessanta, che dopo avere conseguito un dottorato di ricerca (il più alto titolo di studio del nostro ordinamento), tre anni post laurea, cioè un titolo che attesta che hanno acquisito conoscenze, metodi e attitudini alla ricerca scientifica, hanno iniziato con l’università la loro attività di collaborazione scientifica (e spesso inopinatamente anche didattica, ma non è colpa loro).

Sono i titolari di un assegno di ricerca. Anche quattro anni. A volte ci sono più assegni e più rinno­vi. Sono, insomma, ricercatori a tempo determinato, come quelli che introduce la riforma. Sono ri­cercatori untenured, nel disegno dei riformatori. Poi ci sono i contratti di insegnamento, con i quali vanno in cattedra come se fossero professori; come se fossero nel senso formale. Perché in senso sostanziale sono ben in grado di farlo.

Costoro sono gli aspiranti professori. Coloro che vivono dentro l’uni­versità e indispensabili, ne sono però fuori. E vorrebbero entrarci. Chi non li fa entrare? Semplice vien detto: un meccanismo selettivo che non valorizza il loro merito e i baroni che deviano le poche risorse di­sponibili – altro assurdo – vero si loro protetti, non foss’altro che per pure ragioni di scuola accade­mica. Dunque, costoro, dovrebbero essere i più contenti. Perfino più dei ricercatori.

A chi non dovrebbe piacere: ai somari, ai pigri e ai baroni. Togliamo somari e pigri, perché tanto nessun somaro né pigro direbbe mai di essere scontento perché insidiato nella sua beata ignoranza o amena oziosità. Un dato impossibile da accertare. Restano i baroni. L’oligarchia che comanda. La CRUI, per esempio. Un’univesità non solo a-baronale, ma addirittura anti-baronale non dovrebbe proprio andargli giù. Si è mai vista un’intera classe dirigente che pratichi il suicidio di massa, o an­che soltanto la resa di massa, in nome del rinnovamento? Per fare posto alle nuove leve? No. Non si è vista mai. (Se no perché il PD sarebbe così com’è.) No, non gli piacerebbe proprio: le oligarchie sono i veri Gattopardi, a ogni latitudine; altro che i siciliani. Chi non legge così Tomasi di Lampedusa o è o si ci fa. Se siete arrivati fin qui, meritate la soluzione. Eccola.

iam enim non poteris villicare

A chi non piace questa riforma? Non piace, proprio no, non va giù, ai ricercatori, quelli di ruolo, di­co; a tempo indeterminato. Quelli che son dentro e con la riforma dovrebbero venire affrancati dal giogo baronale. Ma non gli piace; no non gli va giù. Loro sono gli indisponibili. La rigettano in to­to. Non si sono fatti comprare dal tentativo, goffo e populista – del tutto inaccettabile e come tale ri­spedito al mittente – di barattare il loro consenso alla riforma con promesse (la cui onorabilità rima­ne peraltro tutta da verificare) di generalizzati passaggi alla fascia degli associati. La posta è alta e sul piatto non ci sono interessi personali né corporativi. E agli associati? Non piace neanche a loro.

Tanto non gli piace, pur poco o niente avendo da perdere in termini corporativi, che con un movi­mento spontaneo, nato, cresciuto, strutturato e vivente in Rete, ha dato vita all’assemblea costituente del Coordinamento Nazionale Professori Associati delle Università Italiane, che si terrà in Roma il 15 novembre prossimo. Tanto non piace ai professori associati che nel giro di pochi giorni ha aperto il sito ufficiale del coordinamento di opposizione al ddl, raggiungibile all’indirizzo web http://www.professoriassociati.it , (in cinque giorni 1000 e utenti unici e 3000 pagine viste) ha ela­borato un documento programmatico che ha raggiunto 200 sottoscrizioni in due giorni, conta su una mailing list di oltre 600 iscritti in una settimana, con incrementi velocissimi. Condivide la posizione dei ricercatori e si fa pubblico emblema dello smascheramento della natura truffaldina del ddl Gelmini-Tremonti.

A chi piace? Non è difficile da scoprire: eppure sembra incredibile. La riforma anti-baroni, piace ai baroni. Piace solo a loro e alla Confindustria. Già, gli piace. È indubbio, non ne fanno ministero, an­zi lo propagandano. Loro che hanno i mezzi di comunicazione. E lo fanno come se fosse una rifor­ma condivisa dall’università. (Ma non lo è.) Potrebbe bastare, ma non ci accontentiamo. Chissà che possano avere ra­gione a esser contenti, sempre nell’interesse per paese. Ci mancherebbe altro.

Vogliamo vederci più chiaro. Vogliamo chiarire, approfondire. Lo facciamo.

Ci si sarebbe aspettati, come scelta strategica finalizzata a contrastare gli assetti oligarchici ed anti-meritocratici, che concentrano tutto il potere accademico (ed economico) nelle mani di pochi, – ap­punto i “baroni” – che gli spazi di decisione ed autogoverno delle università venissero distribuiti, piuttosto, tra tutti i docenti (attraverso il ruolo unico, con progressioni economiche subordinate al superamento di periodiche verifiche della qualità del lavoro svolto, per esempio).

Il ddl invece, concentra tutto il potere nelle mani di nove o dieci persone, il gran Consiglio (di Ammi­nistrazione), tra cui troveranno facilmente posto i sempiterni “baroni” (ivi compresi, tra gli esterni, ordinari neo-pensionati), oltre che politici, funzionari di partito, imprenditori (non importa se anal­fabeti, evasori, collusi o magari mafiosi). Tutto ciò, sotto la guida di un Rettore-Condottiero dal potere incontrol­lato ed incontrollabile.

Ci si sarebbe aspettato, come scelta strategica in funzione «anti-baroni», che si mettesse fine alla “stabile precarizzazione” dei giovani, attribuendo a un corpo accademico allargato a tutta la docen­za la loro formazione e selezione.

E invece il nuovo modello di ricercatore universitario si basa proprio sulla perdita di autonomia e indipendenza e sulla sottomissione a logiche clientelari; esso mortifica inoltre il ruolo attuale del ri­cercatore universitario, a cui si continua a negare il riconoscimento formale di quello che è: un pro­fessore universitario alla fascia iniziale.

Il ddl mortifica, in particolare, il ruolo accademico degli associati. Essi infatti, già assunti come professori di ruolo con stato giuridico, nel vecchio regime, analogo a quello degli ordinari, vengono retrocessi a docenti di supporto di una oligarchia di ordinari a tutela dei quali la legge ha già previ­sto per loro un numero ristrettissimo: il 10%, o, nelle ultime modifiche, il 20%, dell’intero corpo ac­cademico. Un corpo accademico che senza limitazioni adesso ne conta il 50% circa. Cosicché il po­tere concentrato ha la garanzia di rimanervi a lungo. Se per oligrachia baronale, vi sembra poco!

Quale meritocrazia persegue il DDL se ai meritevoli non viene ex ante offerta una seria possibilità di carriera? Ai meritevoli. Significa che chi ha il merito fa carriera senza altre condizioni che il me­rito. Ma nella legge c’è tutto il contrario. I meritevoli potrebbero far carriera, se ci saranno i denari, se ci saranno i posti, se … . Se non ci saranno, non la faranno. I non meritevoli non la faranno (come di massima non la fanno), esattamente come i meritevoli senza denari. Altro che meritocrazia, è “egalitarismo di basso profilo”, proprio quello che la ministra dice – a parole – di volere debellare.

Morale della favola. La riforma piace a chi non dovrebbe piacere, non piace a chi non dovrebbe.

I conti non tornano. Qualcuno qui ha barato.

Estote parati!

Il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati delle Università Italiane, http://www.professoriassociati.it , al fianco di tutte le altre componenti dell’università, che ovun­que in Italia stanno manifestando fermo dissenso e alta preoccupazione verso la controriforma, clientelare e baronale, contenuta nel ddl Gelmini-Tremonti-.

Faccio appello alle intelligenze migliori del parlamento e del governo affinché ritirino o congelino il ddl e quindi avvino una seria stagione di concertazione (e non sterili audizioni passerella) con tutte le componenti dell’università e le loro rappresentanze, istituzionali professionali, politiche, associative e spontanee, per arrivare a una ri­forma condivisa dell’università italiana che ne accresca i meriti, del tutto assai ingenerosamente ne­gletti, ne assicuri e potenzi l’autonomia nella ricerca scientifica, didattica, culturale, opti per un mo­dello di governo democratico, fornisca pari condizione di accesso ai mezzi di ricerca e realizzi un sistema indipendente di valutazione.

Nel Coordinamento associati si sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar de’ venti.

Non praevalebunt !

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venerdì, novembre 5th, 2010


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Linee Programmatiche per la Costituzione del Coordinamento Nazionale dei Professori Associati

mercoledì, novembre 3rd, 2010


documento programmatico

Il Disegno di Legge Gelmini sulla riforma dell’Università costituisce la chiara espressione di una visione decisamente verticistica del governo degli atenei, a danno dell’autonomia e della democrazia.

L’invasione della politica e delle aziende all’interno delle università privatizzerà il sistema ponendo le basi per una violazione sia della libertà di ricerca e di insegnamento (art. 33 Costituzione) sia del diritto allo studio (art. 34 Costituzione); renderà la formazione e la ricerca assoggettata agli interessi di pochi, cancellando i percorsi che nell’università italiana, da sempre più che nelle altre università straniere, sono stati essenziali per ottenere giovani studiosi competitivi e ricerca d’avanguardia; colpirà la stessa democrazia, sia perché privata di un luogo di libera formazione del sapere sia perché si abdica alla rimozione di quegli ostacoli al libero sviluppo della persona, restringendo la possibilità di emancipazione sociale che caratterizza la nostra democrazia.
L’iter parlamentare del DDL è stato finora segnato da profonde critiche da parte di molti organi istituzionali, proposte di emendamenti mai prese in considerazione, proteste da parte dell’intero mondo universitario, richieste di ritiro per approdare ad una versione ampiamente condivisa. Ma di tutto questo il governo non ha mai tenuto conto, mantenendo l’impianto iniziale con l’unica significativa inclusione della previsione di un finanziamento aggiuntivo per le promozioni a professore associato di 9000 ricercatori, modifica che chiaramente costituisce il tentativo di guadagnare il consenso dei ricercatori messi ad esaurimento nel DDL, allo scopo di ottenerne la rinuncia alla manifestazioni di indisponibilità allo svolgimento di attività didattiche.
I professori associati firmatari di questo documento ritengono che il problema generale dell’università non vada affrontato per compartimenti stagni, né, di volta in volta, sotto la pressione di determinate esigenze ritenute gravi e improcrastinabili, e senza una visione d’insieme e una strategia globale che affronti in maniera decisa i problemi che esistono nelle università. Per questo ritengono che il DDL vada ritirato e modificato, tenendo conto delle problematiche denunciate dai docenti e dagli organi di governo della quasi totalità delle università pubbliche italiane, che con quel sistema si confrontano quotidianamente.
Facendo proprie le critiche all’impianto complessivo del DDL concordemente avanzate dall’università italiana in tutte le sue articolazioni (con l’unica incomprensibile eccezione della associazione privata dei Rettori), i professori associati riunitisi in un coordinamento nazionale, con questo documento denunciano in particolare, per la parte relativa al proprio ruolo, che:
- il blocco del turn-over e lo stallo delle progressioni di carriera (per mancanza di fondi e per la colpevole inerzia del Parlamento e del Governo) hanno in questi anni fortemente colpito anche i professori associati;
- un gran numero di professori associati, negli ultimi anni, ha assunto ruoli istituzionali e amministrativi a sostegno di Facoltà, Dipartimenti e Corsi di Laurea, impegnandosi direttamente in compiti che in precedenza erano svolti dai soli professori ordinari e caricandosi di maggiori oneri didattici senza alcun riconoscimento economico e spesso a scapito della ricerca, elemento principale di valutazione nei concorsi per la progressione di carriera;
- nei prossimi anni la fascia degli ordinari sarà soggetta ad un progressivo assottigliamento per le numerose cessazioni dal servizio previste, con ripercussioni gravi sulla gestione istituzionale-amministrativa dell’intero sistema, ma anche dei diversi settori disciplinari;
- il protrarsi della preclusione di ogni possibile sviluppo di carriera potrebbe portare molti professori associati ad attenuare, se non spegnere del tutto, impegno, entusiasmo ed energie che, in questo particolare momento, risulterebbero decisive per il futuro sviluppo dell’università italiana pubblico statale;
- in assenza di una proporzionale programmazione di passaggi di fascia per gli associati, la promozione dei ricercatori proposta dal DDL (peraltro considerata una soluzione inadeguata, rispetto alle numerose criticità del provvedimento legislativo, dalle più avvedute organizzazioni dei ricercatori) determinerà uno schiacciamento della fascia e/o un’involuzione economica ed istituzionale, col risultato finale di una fascia depotenziata;
Ciò premesso, i sottoscritti professori associati ritengono di dover intervenire con la massima rapidità e decisione per fare sentire la propria voce contraria ad un insieme di provvedimenti che, se messi in atto, indebolirebbero l’intero sistema universitario pubblico statale e, al suo interno, il ruolo cui essi appartengono: da una parte concentrando tutti gli spazi decisionali nelle mani dei professori ordinari, con grave decadimento della democrazia all’interno degli atenei, dall’altra incrementando a dismisura il numero di associati senza sbloccare le progressioni di carriera. A tal proposito, i professori associati richiamano l’attenzione sulla mozione del CUN del 9/10/2008 dove, alla voce “Indicazioni sulle Linee Guida di Riforma dell’Università”, già si individuavano alcune dinamiche atte a tentare di risolvere il problema delle progressioni di carriera rimarcando una “differenza” tra reclutamento e progressione.
Per queste ragioni, i sottoscritti professori associati aderiscono a questo documento ed alla proposta di indire un’Assemblea Nazionale che, rifuggendo con decisione da logiche di categoria, costituisca un momento di ampia e ragionata discussione e che, mettendo a confronto le diverse posizioni oggi in campo, faccia emergere una linea unitaria e condivisa che ponga al centro una proposta di riforma del sistema universitario moderna, sostenibile e adeguata alle sfide culturali che le difficili congiunture economiche internazionali richiedono con urgenza che salvaguardi il carattere pubblico, libero e indipendente, di qualità per tutti, dell’Università.
Il dibattito non dovrà omettere di confrontarsi con le posizioni espresse dai coordinamenti delle altre fasce, in primis quella dei ricercatori, ivi compresa la proposta di creazione di un ruolo unico della docenza – le cui basi sono già di fatto identificate perfino nel DDL con la messa ad esaurimento dei ricercatori e la revisione degli scatti – da tempo sostenuta da numerose organizzazioni della docenza e recentemente riproposta da alcuni schieramenti politici sotto forma di emendamento.
Infine, i sottoscritti professori associati, nell’auspicare un’ampia partecipazione all’Assemblea con rappresentanze di tutti gli Atenei italiani che trasformino una spontanea seduta assembleare in un momento di sintesi e di reale coordinamento delle singole sedi italiane, invitano tutti coloro che a qualunque titolo appartengono al sistema universitario, a solidarizzare e condividere le idee qui presentate, inviando la propria adesione e/o un commento all’indirizzo www.professoriassociati.it

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una questione di identità collettiva

mercoledì, ottobre 27th, 2010


Le osservazioni di RGC mi trovano sostanzialmente d’accordo. Provo a riassumere qui l’oggetto delle mie riflessioni in difesa della spinta “corporativa”.

1) La “questione” della spinta corporativa vs la difesa dell’università pubblica nella sua interezza.

Ritengo improprio, come ho letto in molte mail, porre la questione della tutela degli interessi di una parte minoritaria e perciò del tutto trascurata e dimenticata dai c.d. riformatori, pur non di meno essendo assai significativa nel sistema dell’istruzione e della ricerca universitarie, come bassa cucina a tutela di interessi personali. Si tratta infatti di due aspetti non alternativi.

L’esigenza di fare sentire la propria voce, a tutela dei propri interessi, che sono collettivi e non individuali, non è in contrapposizione con le altre componenti dell’università. La partecipazione degli associati – in quanto associati – al movimento (spontaneo) di protesta e di alternativa (si spera) contro il disegno gelmonti-pdindustria, ha “senso” solo se i problemi generali della riforma universitaria rappresentano “il contesto” in cui ci muoviamo, non il fine unico e ultimo. Il “ruolo unico”, che è auspicio di molti, è molto di là da venire, sicché non mi pare per nulla disdicevole né tampoco riduttivo rappresentante, nel predetto contesto le istanza di una partre di cui nessuna parla e di cui nessuno sa niente ( sa poco e male).

2) Il senso della tutela dei diritti individuali.

Se esiste un tema in cui gli insegnati di ogni ordine e grado (uso il termine deliberatamente, a sottolineare l’unicità della funzione sociale, pedagogica, culturale) non hanno da temere in ogni tempo critiche, questo è quello del sacrificio dell’interesse personale a vantaggio del superiore interesse della Istruzione (pubblica, gratuita, pluralista, a-classista).

Tradotto in termini operativi nel contesto dell’università, questo ha significato svolgere supplenze et similia a titolo gratuito, anteporre le urgenze della didattica alle esigenze della ricerca. Questo atteggiamento di protezione del Sistema e degli studenti viene spesso chiamato – abbastanza beffardamente – “senso di responsabilità”. Beffardamente, come se i docenti non mangiassero e non avessero figli. Beffardamente, perché confidando su questo malinteso “senso di responsabilità” si è praticato uno spaventoso overbooking didattico, scaricando sui docenti le responsabilità di chi non ha finanziato quando c’era da finanziere, costruito quando c’era da costruire, assumere quando c’era assumere. Beffardamente, perché a dimenticare i diritti individuali e collettivi (da distinguere da pubblici, cioè della collettività) da vittime ci si auto-trasforma in carnefici.

In conclusione ritengo profondamente errato forgiare il coordinamento come un gruppo di adesione al movimento dei ricercatori. Deve, a mio avviso, essere autonomamente individuabile l’identità collettiva degli associati, il cui coordinamento, nel contesto suddetto, si pone al fianco dei ricercatori e in aggiunta ad essi e alle altre componenti.

3) Lo “snobbismo pauperista” di noi docenti .

In connessione con il punto 2) gioca un ruolo rilevante l’atteggiamento – spesso contraddittorio – nei confronti del (vile) denaro. Così, si va: dall’eccesso di pudore, all’egalitarismo oltranzita, infine, all’elitarismo radical-chic, di chi, da uomo di scienza, intellettuale, scienziato (dovremmo pure imparare a ricordarcelo e ricordarlo quando interloquiamo con un essere parlante come la ministra Gelmini e i suoi cicisbei), disdegna discutere di compensi, di lavoro, delle insidie e delle trappole della meritocrazia vera e oggettiva (raffinata ghigliottina del libero pensare) che ci trasforma (nelle mani di codesti novelli Robespierre) un un esercito di cottimisti scioperati; per di più pure incapaci di scioperare. Si è dimentichi del fatto – di strategica capitale importanza di ogni gruppo organizzato – che, sistema economico contemporaneo, la misura della retribuzione è la misura della dignità, dall’autorevolezza, dell’importanza di un mestiere. Che considerazione sociale della funzione dell’istruzione volete che abbiano gli altri quando i primi di disprezzarne il valore (sul piano concreto, dico, fuori da sterili motteggi) siamo noi?

la tutela collettiva dei deboli (come deboli siamo noi nei confronti della potenti lobbies che che vogliono impadronirsi dell’univeristà), inizia sempre assicurando al singolo la libertà individuale, che è libertà da bisogno. Tradotto nel nostro “piccolo orto” avanzare rivendicazioni economiche di gruppo, si traduce, in rivendicazioni sul complesso dello “stato giuridico”, perché, piaccia o no, non produciamo bulloni o altre entità così schiettamente misurabili o misurabili nel breve periodo. Perché la libertà di ricerca, significa adeguatezza dei mezzi per farla. Perchè adeguatezza significa diritto di accesso ex ante ai finanziamenti. Perchè ricerca libera è fondamentalmente ricerca “inutile”.

Finirà l’onda degli “indisponibili” e poi? Poi ci troveremo di nuovo a sostenere il sistema a nostre spese? Come fatto fin ora? Allora! Cosa facciamo?

4) Lo “snobbismo intellettualista” di noi docenti .

Non ha ragione o ha ragione Bruno Mantelli? Dice: «mettere in primo piano le esigenze della II fascia (cioè il nostro specifico) gli ha dato un sapore francamente corporativo che me lo rende non poco indigeribile: poco o nulla sulla funzione della ricerca e dell’alta formazione, poco o nulla sulla questione degli accessi da aprire ai giovani (ai nostri allievi!!!), nulla sull’irrisolto problema della formazione degli insegnanti, che per alcune grandi facoltà (Lettere e Scienze in primis, ma non solo) è cruciale e che sta producendo precariato e sfracelli sociali, accenni troppo criptici sulle ondate di pensionamento che attendono l’accademia e così via.»

No. A mio avviso non ha ragione sul sapore negativamente corporativo. L’ho spiegato prima.

Si. A mio avviso ha ragione sulle grandi questioni di contesto che segnala. (A proposito delle SISS si racconta che la ministra sia stata bocciata due volte agli esami di ammissione, cosicchè ha deciso che era una scuola inutile il primo giorno che si è insediata. Sarà una maldicenza? Che gli esami di abilitazione li ha superati, dopo il praticantato – forse – per corrispondenza, a Catanzaro, pare invece sia vero.)

Tuttavia, come ho prima detto, il contesto non deve annullare le specificità di una protesta.

Ritengo perciò che le penetranti contro-osservazioni del collega umanista vadano considerate come parte della proposta del coordinamento. A partire da quelle sarebbe utile elaborare un’analisi intesa a dimostrare come le riforma – applicata agli attuali associati e lì sta la specificità e la necessità del del coordinamento, tradisca le sue premesse, di un’università migliore, di ricerca, meritocratica, affrancata dai baroni.

Vanno, in definitiva, evidenziate le contraddizioni forti che esistono tra annunciata meritocrazia e liberazione dal baronaggio e la sorte – già ora non lusinghiera e poi peggio – riservata agli associati.

Questo può avvenire elaborando una articolata e complessiva proposta emendativa al ddl fatta dagli assiciati.

Questo non è corporativismo cattivo. È invece la quintessenza della democrazia: lo spazio in cui ogni gruppo concorre al benessere comune, senza perdere la sua identità. O cercandone una se non ce l’ha. Come gli associati.

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Documento di lavoro per un «Manifesto per un’Assemblea Nazionale degli Associati»

martedì, ottobre 26th, 2010


Dalla versione base alle successive
File delle versioni del manifesto (649) File delle versioni del manifesto (240) File delle versioni del manifesto (241) File delle versioni del manifesto (208) File delle versioni del manifesto (286)

Il Disegno di Legge di Riforma dell’Università (DDL “Gelmini”), il cui iter parlamentare è solo temporaneamente sospeso, costituisce la chiara espressione di una visione decisamente verticistica del governo delle università, in cui i poteri del Rettore crescono a dismisura senza la previsione di alcun contrappeso, il Consiglio di Amministrazione, unico organo decisionale a carattere collegiale, prevede al più la presenza di cinque docenti dell’Ateneo (Rettore escluso), il Senato Accademico è ridotto al rango di organo consultivo, i Consigli di Facoltà vengono aboliti (pur mantenendo le Facoltà o Scuole un ruolo non secondario), nei Dipartimenti solo i professori ordinari deliberano sulle chiamate di nuovi professori e ricercatori.
Il lungo iter parlamentare, pur segnato da generalizzate proteste e critiche prese di posizione di moltissimi organi istituzionali (Senati Accademici, Consigli di Facoltà, etc.), non ha in alcun modo modificato l’impianto del DDL, con l’unica significativa inclusione della previsione di un finanziamento aggiuntivo per le promozioni a professore associato di 9000 ricercatori. Tale modifica (la mancanza della cui copertura ha poi determinato il rinvio della discussione ad una fase successiva all’approvazione della Legge Finanziaria) costituisce chiaramente il tentativo di guadagnare il consenso dei ricercatori (la categoria in questo momento più decisamente contraria) all’approvazione del provvedimento normativo, mantenendolo sostanzialmente invariato nelle parti relative alla governance, alla messa in esaurimento del ruolo dei ricercatori e ai numerosi altri aspetti pur oggetto di decise e generalizzate critiche (fatta eccezione per la CRUI, la cui distanza dagli Atenei che dovrebbe rappresentare cresce di giorno in giorno). La parte più avvertita del movimento di protesta rifiuta decisamente tale tentativo, come recentemente dichiarato dai colleghi della Rete 29 Aprile (“Noi abbiamo rifiutato,
rifiutiamo e rifiuteremo un piano di reclutamento riservato, fatto sulle macerie di un’università impoverita, affamata e
annichilita”), ma ciò non esclude che su questa strada si cercherà di procedere, anche con il consenso dei Rettori (che fin dall’inizio delle proteste hanno “sponsorizzato” tale intervento) e di alcune organizzazioni che puntano decisamente a questo risultato (una sorta di ope legis, più o meno mascherata).
Riteniamo che i professori associati debbano intervenire con la massima rapidità e decisione per fare sentire la propria voce contraria ad un insieme di provvedimenti che ne indebolirebbero ulteriormente il ruolo (da una parte riducendo la democrazia all’interno degli atenei e concentrando tutti gli spazi di decisione nelle mani dei professori ordinari, dall’altra aumentando a dismisura il numero degli associati, le cui legittime prospettive di carriera sarebbero fortemente compromesse per moltissimi anni).
Per questa ragione i sottoscritti professori associati aderiscono alla proposta di un’Assemblea Nazionale degli Associati che, rifuggendo con decisione da logiche di categoria, costituisca un momento di ampia e ragionata discussione, da cui emerga una linea unitaria e condivisa che ponga al centro una proposta di riforma del sistema universitario moderna, sostenibile e adeguata alle sfide culturali che le difficili congiunture economiche internazionali richiedono con urgenza.
Nell’Assemblea si potranno confrontare le diverse posizioni oggi in campo, da quelle inclini ad ottenere alcune modifiche all’articolato del DDL a quelle che lo considerano “inemendabile” chiedendone il totale ritiro, cercando in tal modo di pervenire ad una posizione su cui convergere, tutti, con la massima determinazione. Il dibattito non dovrà auspicabilmente omettere di confrontarsi con le posizioni espresse dai coordinamenti esistenti delle altre fasce (a partire, ovviamente, da quella dei ricercatori), ivi compresa la proposta (da tempo sostenuta, tra l’altro, dalla Rete 29 Aprile e da un’organizzazione come l’ANDU) di creazione di un ruolo unico della docenza.
Auspichiamo che l’Assemblea, ampiamente partecipata da colleghi di tutti gli Atenei italiani, possa essere preceduta da approfonditi dibattiti nelle singole sedi, di cui l’Assemblea vorrà essere sintesi e momento di coordinamento.

Seguono firme di adesione ….

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